... OLTRE IL MURO DEL RANCORE... IL PERDONO (POSSIBILE)

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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Gabriel García Márquez

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PRATICHE PARTECIPATIVE (TIC) & RISORSE EDUCATIVE APERTE (OER)

Pagina collaborativa a cura dei ragazzi dell’Avalon Ship clicca qui

Dopo giorni di navigazione  siamo giunti su un’isola molto strana: l’ acqua continuava  ad essere nera ma la sabbia era candida  come la neve. Le colline, nere come la pece, all’orizzonte accarezzavano il cielo del medesimo colore, mentre gli alberi erano di diverse tonalità di grigi. Presto ci siamo resi conto che eravamo diventanti in bianco nero pure noi! In bianco e nero proprio come  il film che abbiamo trovato sull’isola.

Benvenuti nel regno del “dito medio” amici lettori, dove  il Rancore, il Riparare e i Ricordi, fanno da padroni.

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TERZA TAPPA/ Ricordi - Riparare - Rancore

Il film di cui parleremo s’intitola “Il nastro bianco”, nato dalla collaborazione di Austria, Germania, Francia e Italia nel 2009, diretto da Michael Haneke; vincitore della Palma d’oro come miglior film al 62º Festival di Cannes, del  Golden Globe come il miglior film straniero  e  candidato nella medesima categoria ai Premi Oscar 2010.

Siamo all’alba della prima guerra mondiale, in un villaggio della  Germania protestante tra il 1913 e il 1914. Gli eventi ci vengono raccontanti dalla voce del maestro del paese che, anni dopo i fatti, ricorda ciò che accadde.

Il nastro bianco

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“Quando eravate piccoli, a volte, vostra madre vi legava un nastro fra i capelli o al braccio, il suo colore bianco doveva essere per voi monito di innocenza e di purezza…”

dal film “Il Nastro Bianco” di Michael Haneke

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IL CAPITANO

Mattia Russo

E’ un film che potremmo definire “corale”, che si svolge su più piani, permettendoci così di conoscere più personaggi e più vicende. Le famiglie protagoniste sono assai numerose  e legate alle tradizioni, in uno scenario diviso tra due grandi poteri: quello politico del barone e quello morale  e  religioso del pastore, che costringe i suoi figli a indossare un nastro bianco (da qui il titolo) come monito di restare sempre puri. La vita degli abitanti   del luogo procedeva secondo una routine molto simile a quella di altri villaggi della zona, tra  vita tra i campi,  feste di paese  e normalissime giornate lavorative. Un evento improvvisamente scuote la vita paesana il medico di ritorno  da una visita cade da cavallo, finendo  in ospedale. È  probabile che  l’incidente non sia  stato del tutto casuale: viene ritrovata una corda tesa tra due alberi. Questo strano e curioso evento  non sarà che l’inizio di un periodo buio, che porterà un susseguirsi di spiacevoli vicende.

Poco dopo la moglie di  un contadino muore cadendo da un soppalco, la finestra della cameretta di un neonato viene ritrovata aperta con il bambino quasi morto, due bimbi  (il figlio del barone e il figlio disabile della vicina  del dottore) vengono picchiati furiosamente da non si sa chi, il   granaio del Barone viene dato alle fiamme….Un susseguirsi di disgrazie e calamità non da  poco. L’atmosfera angosciante viene  alternata a  scene con una gradevole dolcezza di sottofondo. Esse raccontano  la nascente storia d’amore tra  il maestro e la bella nuova arrivata Eva, bambinaia  17enne dei figli del Barone. 

Non si può certo dire che il nastro bianco del pastore abbia sortito effetto visto che, alla  fine, il maestro ipotizza che  diversi atti siano stati commessi dai  ragazzi del paese, capeggiati da Klara, la figlia maggiore del religioso.  Gli abitanti del paese sono  vittime del rancore reciproco che li ha trascinati in una spirale di odio in cui la sofferenza degli altri  non ha fatto che generare altra sofferenza.

Cosa sarebbe successo se avessero imparato a lasciarsi i rancori alle spalle? Un film crudo, che ci permette tuttavia di  riflettere su come  il rancore possa rovinare le nostre vite. Perché in fondo, come diceva il grande William Arthur Ward “Una vita vissuta senza perdono è una prigione”.

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LA MASTER

Eleonora Cecconi

Ci sono alcuni dialoghi in questo film che ti entrano non solo nelle orecchie ma direi proprio nello stomaco: “ Perché Dio dovrebbe volere la tua morte?”  oppure  “Ma dobbiamo morire tutti?” “Sì” “Ma proprio tutti?” “Sì”. Il film racconta le vicende di una comunità protestante della Germania del nord alla vigilia della prima  guerra mondiale. Un film in bianco e nero non solo nella scelta registica e stilistica ma anche nell’anima; nel film sembra non esserci spazio per i colori, non si sorride mai, non si canta e gioisce mai. L’unico canto che viene accennato esce dalla bocca di un bambino con la sindrome Down. I bambini stessi sembrano aver già perso l’età dell’innocenza e del candore in una mimesi con l’universo adulto corrotto e violento, non solo dei genitori ma anche dei mentori.

E’ un film che parla spesso di morte e spesso sono proprio i bambini a farlo. Come quando il bambino chiede alla sua tata, algida e inespressiva se “dobbiamo morire tutti…ma proprio tutti?”

La comunità sta vivendo strani avvenimenti ai quali nessuno riesce a dare spiegazioni: il medico cade da cavallo e poi si scopre che era stata messa una corda quasi invisibile che ha causato la caduta, una signora muore durante il lavoro senza lasciarci intendere se sia stato un incidente o qualcosa di premeditato, il figlio del barone viene rapito e molestato… e il tutto rimane irrisolto anche in un finale sospeso ed enigmatico.

Ciò che invece è bello forte e chiaro è il concetto di disciplina, educazione e rispetto delle regole, della gerarchia sociale e familiare. 

Nei principi ossessivi di candore ed educazione spesso si  controbilanciano i numerosi castighi, le punizioni esemplari, l’ indossare un nastro bianco al braccio come monito verso l’irresponsabilità e la disobbedienza. Il regista, M. Haneke, mette in scena il passato e lo decolora, lo rende asettico, privo volutamente di emozioni, ma il suo Nastro bianco è, proprio per quel gelo che trasmette, un monito profondamente morale, che vale per oggi e per ogni tempo.

Ciò che personalmente ho provato alla fine del film è stato SPAESAMENTO, ed è una sensazione che solitamente mi infastidisce quando guardo film o spettacoli teatrali, ma in questo caso lo spaesamento iniziale, nei giorni successivi si è insediato ed è diventato quasi ammirazione.

Non è più interessante scoprire il colpevole di un singolo evento o incidente ma piuttosto capire cosa si cela dietro un comportamento comunitario, sociale, dietro l’obbedienza costretta e il sopruso.

Quali sono i mostri che si celano dietro un’apparenza serafica e tranquilla.

In questo film credo sia presente il dialogo più brutale, spietato e reale che abbia mai sentito, parlo delle parole che il dottore rivolge alla sua amante: “Che cosa ti ho fatto?” chiede lei non riuscendo a stimolarlo. “Buon Dio, tu non hai fatto proprio niente, tu sei brutta, trasandata, il tuo alito è cattivo e la tua pelle è flaccida…tante volte ho provato a immaginare un’altra donna quando venivo a letto con te, una con un buon odore, alla fine non riesco ad avere neanche più delle fantasie, mi ritrovo accanto a te e mi viene voglia di vomitare…” risponde lui.

Un film che consiglio di far vedere a scuola ai ragazzi delle medie inferiori e superiori, un film che consiglio a genitori ed educatori. Un film che non suscita alcuna risposta ma altresì riempe la mente di domande, e solo per questo direi che si possa considerare un’opera d’arte.

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LA FOTOGRAFA

Eleonora Braida

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Alata donna, cessa il tuo rancore:

la vita che ti porti del mistero

profuma male sopra il tuo cuscino

e moribonda si appassisce via.

Alda Merini

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Ho deciso di portare all’attenzione del lettore questa foto per  focalizzarci sul personaggio che, a parer mio racchiude, le tre parole chiave di tutto il film.
Klara è la figlia del pastore del paese che, insieme a suo fratello Martin, viene severamente punita dal padre per ogni più piccola cosa. Per punirla l’uomo le fa legare i capelli con un nastro bianco che le deve ricordare sempre di comportarsi bene e soprattutto di non peccare in nessun modo. Le punizioni fisiche e psicologiche a cui il padre la sottopone però non riescono a piegarla, mentre sembrano, almeno all’apparenza intaccare l’animo del fratello.

Klara by Eleonora Braida

Il rancore nascosto dalla ragazza verso suo padre esplode all’improvviso, con un atto che lascerà tutti senza parole (almeno con me lo ha fatto).
Ho scelto, in particolare, questa foto tra molte altre perché credo che gli occhi bassi rappresentano al massimo il comportamento della ragazza  che non guardava mai il padre negli occhi, forse per nascondere una rancore ed una rabbia interiore profondissima.  Il volto per metà illuminato e per metà no, rappresenta la natura di una ragazzina di 14 anni che però non può comportarsi come tale. In tutto il film infatti, non corre, non gioca, non ha atteggiamenti di una ragazza della sua età ma sembra già una donna austera ed infelice, il cui cuore era già stato corrotto da un odio ed un rancore quasi violento.

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L'ARTISTA

M. Francesca Civetti

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Il ricordo è una pietra che ostacola il cammino della speranza.

Khalil Gibran

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.In questo film i bambini, spesso presenti anche se all’inizio poco notati, sono i protagonisti delle vicende più importanti, non solo perché autori dei crimini ma perché specchio sincero della realtà in cui vivono, che non è scevra d’ipocrisie e violenze.

Il gruppo di bambini è guidato da una dei figli più grandi del pastore, Klara, che cresciuta tra punizioni corporali e gesti d’affetto sporadici, non ebbe mai un’infanzia del tutto serena.

Con l’avvicinarsi dell’adolescenza comincia quasi ad essere due persone differenti.

La prima, colei che porta il nastro bianco, altro metodo con cui il padre bollava i figli disubbidienti, è la bambina che segue rigorosamente le regole. La seconda, prodotto della rabbia inespressa e della dottrina appresa, è colei che punisce tutti coloro che reputa peccatori, imitando il comportamento del padre.

In questo disegno ho voluto rappresentare le due parti di Klara, la maschera che porta in pubblico e lo sfogo con cui fugge momentaneamente che però non formano davvero un intero.

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Nessuna delle due by Maria Francesca Civetti

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LA POETESSA

Miriam Burbi

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Citando De André: “Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso” 

e il grande William Shakespeare allo stesso modo diceva: “Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che a morire sia l’altro”.

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Immaginate  l’ambiguità di un oggetto come una corda. La corda unisce e cinge, protegge e imprigiona. Una corda che può essere sia un nastro bianco tra i capelli, simbolo d’innocenza, sia il filo che, posto tra due alberi, fa cadere un uomo da cavallo, provocandone la morte.

Immaginate la casa. Immaginate l’atmosfera familiare, le quattro mura che condividiamo con le persone che ci hanno dato la vita o a cui l’abbiamo data noi, immaginate che diventino un luogo di penitenza, di punizione, di frustrazione.

Immaginate  bambini che guardano il mondo con gli occhi degli adulti, l’occhio giudicante di chi non ne fa passare una.

Ed ecco, avrete “Il nastro bianco”.

Un film austriaco, crudo, amaro come un veleno. La telecamera aspetta, aspetta di fronte ad una porta chiusa, aspetta al di sotto di una scala a pioli. E così, aspetta lo spettatore. Le reticenze creano un effetto di spannung che fa tremare il cuore.

Il tema del rancore percorre scena per scena, come una presenza pesante e costante. 

I personaggi non si parlano, si giudicano. 

Ogni tentativo di comunicazione, muore.

Esiste solo la logica implacabile della punizione. E della morte.

Eloquente la scena in cui un bambino chiede alla tata: -Perché si muore? E lei risponde: -Perché sei vecchio o malato. E il bimbo continua a incalzare: -E la donna che è morta? -No, lì si è trattato di un incidente.

Questa frase esprime tutto. La morte che, per colpa dell’uomo che con guerre e distruzione come una termite divora tutto come se fosse legno marcio, non è più parte di un ciclo naturale ma diventa uno strumento di potere e prevaricazione che si vuole giustificare come “incidente”, come “casualità”.

E invece si tratta semplicemente dell’uomo che fa del male ai propri simili.

Mi ha colpita tantissimo questa poesia sulla guerra e sulla sua assurdità di Owen Wilfred, scritta nel 1917, proprio alla vigilia della guerra che come una spada di Damocle minaccia  i personaggi del film.

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Piegati in due, come vecchi accattoni sotto sacchi,
con le ginocchia che si toccavano, tossendo come streghe, bestemmiavamo nel fango,
fin davanti ai bagliori spaventosi, dove ci voltavamo
e cominciavamo a trascinarci verso il nostro lontano riposo.
Uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso i loro stivali
ma avanzavano con fatica, calzati di sangue. Tutti andavano avanti zoppi; tutti ciechi;
ubriachi di fatica; sordi anche ai sibili
di granate stanche, distanziate, che cadevano dietro.

Gas! Gas! Veloci, ragazzi! – Un brancolare frenetico,
mettendosi i goffi elmetti appena in tempo;
ma qualcuno stava ancora gridando e inciampando,
e dimenandosi come un uomo nel fuoco o nella calce…
Pallido, attraverso i vetri appannati delle maschere e la torbida luce verde,
come sotto un mare verde, l’ho visto affogare.

In tutti i miei sogni, prima che la mia vista diventasse debole,
si precipita verso di me, barcollando, soffocando, annegando.

Se in qualche affannoso sogno anche tu potessi marciare
dietro al vagone in cui lo gettammo,
e guardare gli occhi bianchi contorcersi nel suo volto,
il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare;
se tu potessi sentire, ad ogni sobbalzo, il sangue
che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi dal gas,
ripugnante come un cancro, amaro come il bolo
di spregevoli, incurabili piaghe su lingue innocenti, –
amica mia, tu non diresti con tale profondo entusiasmo
ai figli desiderosi di una qualche disperata gloria,
la vecchia Bugia: Dulce et decorum est
pro patria mori.

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E poi c’è l’ipocrisia. L’ipocrisia di gente che si danneggia ma va ogni domenica a celebrare in chiesa. L’ipocrisia che costeggia le nostre vite quando salutiamo qualcuno di cui abbiamo appena parlato male.

Trovo che questo film insegni tanto, esasperando certi atteggiamenti per farci riflettere sul fatto che non è necessario andare ad analizzare un villaggio rurale ante guerra per trovare  comportamenti che infettano come una ferita purulenta la nostra purezza nel senso giusto e bellissimo del termine.

La purezza dell’empatia, del saper guardare all’altro come qualcuno che come te sbaglia, soffre, fa errori; la purezza del capire che non spetta a te puntare il dito.

Perché ogni volta che punti il dito contro qualcuno, quattro dita le stai puntando contro di te.

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