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Antonio Mattei è nato nel 1951 a Piansano dove vive.

Dal 1996 è fondatore-direttore del periodico La Loggetta che attraverso una vasta rete di studiosi “racconta” il substrato storico-culturale dei paesi della Tuscia.

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Il testo riportato è tratto dal libro  di Antonio Mattei “CUORE DI TUFO. Lo spopolamento della Rocca di Piansano   (a cura del Comune di Piansano -1993). Uno stimolo e una provocazione per riflettere e provare a dare qualche risposta ad alcune domande  sempre attuali  e che continuano ad interpellarci … 

  • Che significa abitare un territorio?
  • In che modo si potrebbe incoraggiare la conoscenza del patrimonio attraverso un’esperienza diretta, in modo da creare un legame affettivo fra l’adulto e il suo patrimonio?
  • In che modo sensibilizzare gli adulti all’ambiente e a preservarlo,  alla storia e a conoscerla,  all’arte ed ad apprezzarla?
  • Come vogliamo lasciare il territorio in cui viviamo alle generazioni future?

Naturalmente ero roccanese e stavo coi roccanesi. Però ricordo che di quelli più grandi di entrambe le parti avevo un po’ paura, perché facevano a sassate con pietre grandi come quella che atterrò Golia, e si lanciavano frecce vere, di ferro, ricavate dalle intelaiature di vecchi ombrelli e con la punta acuminata a forza di martellate. Roba da matti…. Era una guerra vera, quella tra roccanesi e poggianesi, accanita e irriducibile come le guerre di religione. I poggianesi, dicevano i veterani, erano traditori, rinnegati, perché avevano lasciato la rocca per andare ad abitare al poggio, la parte nuova, più in alto, quella dei benestanti e dei nuovi ricchi. Il trasloco in verità era stato un ripudio, o se preferite una promozione sociale, non priva di una vaga colorazione politica: fino ad alcuni anni fa i due tronconi del paese, che appartenevano a sezioni elettorali diverse, ad ogni votazione davano immancabilmente risultati fortemente contrastanti. L’eterna storia di Mario e Silla, Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti, componente essenziale della storia dei paesi d’Italia….

Sono salito a rivedere la rocca, come per la verità non faccio molto spesso da quando sono diventato poggianese anch’io, io come tutto il resto della popolazione. Oggi si va alla rocca come in pellegrinaggio. Con un’emozione indistinta e un vago senso di colpa, ho ripercorso così le stradette tortuose dove gli acciottolati sconnessi hanno ceduto il posto a prospettiche gradinate in cemento. Ho ritrovato le fenditure longitudinali della parete tufacea, anch’esse saldate fin dove è stato possibile con rigagnoli di cemento; le volte brevi, di raccordo tra argini edificati, e le finte volte, con gli archi alle estremità che incorniciano antichi tavolati; gli archi di varia fattura e dimensione – quanti archi! – ora evidenti, ora mimetizzati da ripensamenti e successive manipolazioni. Ho rivisto le piazzòle anguste, le basse panche appena fuori degli usci, i tetti bassi e gialloverdi di muschio, avvallati in gran parte, digradanti a schiera verso le falde.Parecchi di questi, crollati, lasciano vedere le tessiture interne, le nere travi superstiti, i solai di legno, le nicchie e gli armadi a muro, i focolari grandi e disadorni incastonati nelle pareti come bassorilievi.

Questa è la rocca di Piansano, con la èrre minuscola, come vuole la stessa derivazione etimologica di rupe, luogo impervio e difficilmente accessibile. Ovunque le acropoli si sono trasformate in castelli,  cittadelle. Qui è rimasta com’era, muraglione povero di un popolo senza potenza e nobiltà araldiche. Ovunque le rocche sono state abitate dai fieri signori del luogo, dai quali spesso hanno ereditato il nome. Qui invece hanno vissuto generazioni di miserabili, in casupole minute, addossate l’una all’altra come per farsi coraggio. La diresti un nascondiglio malagevole, più che un bastione minaccioso. Della rocca vera di cui parlano le cronache, distrutta da Bertoldo Farnese nel 1396 durante le lotte feudali, non c’è traccia, e comunque non la si respira nell’aria. Nell’ aria, cioè nel silenzio vicino del cielo, c’è solo la calma popolana dei cimiteri di campagna, che evoca i gesti semplici dei trapassati, i saliscendi affaticati, i piccoli baratti da una porta all’altra, il vociare animato, le veglie di fiaba al racconto dei vecchi, i siti delle case misti ai fumi nell’aria.

A una visione dall’alto, la rocca appare come la punta estrema di un lungo costone di tufo, leggermente a èsse, increspato tra due fossi al centro di una valle lunga e stretta come un canalone alluvionale. Lungo tutto quel crinale si è sviluppato poi il paese nel corso dei secoli, con una forzata espansione longitudinale verso nord, il punto in cui lo sperone tende a ricongiungersi all’altipiano e spazia per la campagna vasta. Ma quando tutto era ancora selvaggio di macchie e forre, ai profughi che probabilmente fuggivano da Maternum per allontanarsi dalla via Clodia, allora percorsa da eserciti e orde di predatori, quel dirupo a strapiombo proteso a mezzogiorno, cosparso di vegetazione, prominente ma affossato nel vallone, al riparo dai venti e dagli avvistamenti, dovette apparire un rifugio ideale, e comunque quanto di meglio potesse offrire il luogo. Un paese arrampicato, arduo sui contrafforti, che a guardarlo dalle alture dirimpetto ti rimprovera muto con tutti quegli occhi vuoti, quell’abito antico di presepio, quei moncherini protesi al cielo. Il paese delle infanzie, delle nostalgie, dei rimorsi.

.“….Quella terra madre che nello stesso bassorilievo di Lamberto ispira e guida un’umanità confusa, in nuce, anelante. Terra nobile, austera, feconda, che riemerge potente dalle scaglie millenarie del sasso, nelle venature interne di una povera casa della rocca…”

Forse in nessun comune dei dintorni c’è stato un uguale abbandono in massa del centro storico. La rocca di Piansano, al contrario (ma con tale termine si indica ormai tutta la parte vecchia del paese), è sembrata per lungo tempo un borgo medievale colpito dalla peste. La vita che vi pulsava intensa ancora fino a pochi decenni fa, con tutto il suo carico di affanni e speranze, è sparita quasi di colpo, come svanita… Una volta, per dire, la piazza del municipio era uno dei punti più alti del paese. Più in su c’era solamente la via Umberto I, che per tutto il secolo scorso si è chiamata in due modi diversi ma entrambi significativi: prima via del Borgo, in quanto unico accesso da nord al centro abitato, dove si entrava come attraverso una porta per la strettoia all’altezza della torre; e poi via Nuova, appunto perché l’ultima in ordine di tempo. La stessa torre dell’orologio fu costruita soltanto nel 1869 (è ancora visibile, nel caseggiato a lato, la preesistente meridiana sulla facciata che guarda la piazza), e per quanto abbia fatto presto a divenire un punto di riferimento simbolico, non rappresentava in realtà una traccia dell’antico insediamento. In qualunque parte del paese si abitasse, per andare in comune bisognava dunque  salire, fare lunghe scalinate, arrancare faticosamente. Dal basso, e non solo dalle case ma anche dagli orti e dalle stalle, dalle cantine e dai campi, cioè dove ferveva il quotidiano, sembrava tutto più imponente, lontano, e quando “d’improvviso t’appariva al termine della fatica, dietro un angolo o di sotto a un’arcata, quel palazzo metteva quasi soggezione.

Era il punto di riferimento più importante per le vicende degli uomini, l’apice di un mondo subalterno fin nella struttura urbanistica, di impianto medievale tipico. Era di sotto alla piazza e nelle campagne intorno che si scandiva la vita al suono delle campane. Era di sotto alla piazza, nell’intreccio  dei vicoli e delle volte, sghembe, in discesa, che vedevi l’afflusso alla chiesa parrocchiale come quello dei pastori alla grotta di Betlemme. Era di sotto alla piazza, nella varietà fitta dell’abitato aggrappato alla roccia, a momenti più largo che lungo, di traverso a quella specie di schiena d’asino, che trovavi  le donne  sugli usci d’estate intente al lavoro  con piccoli al petto, o a crocchi neri per i  rosari dei morti … Fra quelle mura, in quegli angoli, in quelle strade sentivi pulsare il cuore di una gente che a fatica cresceva, e penava e gioiva e pregava.

……. Non si educano le generazioni nuove ai princìpi di universalità e di cooperazione mondiale nella confusione della propria identità, nel ripudio della propria storia. Il futuro nasce dal passato, e sarà tanto più ricco di promesse quanto più saremo cresciuti in armonia coi giorni che l’hanno preceduto. La ricomparsa di vecchi nazionalismi e razzismi in fondo non è che paura di smarrire l’identità di popolo. Le nazionalità emergenti non sono altro che storie patrie compresse. Le etnìe in lotta e il ritorno delle ferocie tribali provengono tutte da diritti all’identità conculcati, da turbe del processo di formazione dei popoli. Per dire che dove le radici vengono divelte non c’è serenità di crescita e armonia di sviluppo.

….. Forse mai come oggi, che esplodono ovunque insospettate barbarie, crollano certezze, persino s’appanna la fiducia nella ragione, v’è bisogno di positività, saldezza delle coscienze, fede nell’uomo. Voltarsi a interrogare il passato non è fuggire, ma bisogno di riflettere, necessità imperiosa di rideterminare gli obiettivi, riscoprire chi siamo, da dove moviamo e che cosa vogliamo. E da qui, da questo antico cuore di tufo, partono altri segnali, messaggi di speranza. Le fondamenta sulla roccia sono ben piantate. La razza d’uomo che vi è nata ha saputo far fronte a secoli di avversità. Il radicamento profondo nella terra intorno è di buon auspicio. Quella terra madre che nello stesso bassorilievo di Lamberto ispira e guida un’umanità confusa, in nuce, anelante. Terra nobile, austera, feconda, che riemerge potente dalle scaglie millenarie del sasso, nelle venature interne di una povera casa della rocca.

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Antonio Mattei, Cuore di Tufo. Lo spopolamento della Rocca di Piansano. Scarica il testo integrale   CUORE-DI-TUFO.pdf (165 download)  

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(le foto proposte nella pagina sono tratte dal libro Cuore di Tufo

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