Insieme ad Eleonora Cecconi… osare la via del teatro

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a cura di Mattia Russo

Giovane drammaturga e regista teatrale, piena di sogni e di energia, rappresenta senza dubbio un bellissimo esempio per i giovani che decidono di intraprendere l’impervia e  meravigliosa strada della recitazione.

Come insegnante di teatro, sta dimostrando  ai suoi allievi come l’arte, in un certo senso, possa decisamente cambiare la vita.

È Eleonora Cecconi la protagonista della nostra intervista. Le abbiamo fatto qualche domanda, chiedendole di raccontarci il suo percorso,  perché possa essere d’ispirazione ai giovani, soprattutto a coloro che intendono avvicinarsi al mondo del teatro.  

foto by Sara Belia

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Per me il teatro è una chiave per offrire speranza, mettendo al centro l’impetuosa importanza della trasmissione del pensiero. Come accade nelle lezioni di Louis Jouvet, uno dei più grandi attori e registi francesi del Novecento, nel rapporto fra maestro  ed Elvira dove, il desiderio d’insegnare qualcosa a qualcuno, diventa la ricerca di uno scambio di flussi di coscienza e conoscenza tra allieva e maestro.

(Toni Servillo)

A quanti anni sei salita sul palco per la prima volta ? Che spettacolo era? Che ruolo interpretavi?

La prima volta è stato a 4 anni. Mi ricordo che interpretavo una ballerina odalisca nella recita di fine anno della scuola materna. Avevo un vestito verde pieno di pagliette brillanti. Mia madre era fissata con le pagliette!!! Non ho nessuna foto che possa documentare ma forse… meglio così! Mi ricordo che mi sentivo… come dire,“sciolta nei movimenti” e soprattutto ricordo una “fortissima sensazione”, la stessa che ho provato qualche anno dopo quando ho deciso di percorrere la strada del teatro.

Che cosa ha rappresentato il teatro per te durante la tua adolescenza e durante la tua infanzia?

Il teatro, nella forma in cui lo intendo oggi, è cresciuto in me nella tarda adolescenza. In una prima fase lo consideravo un divertimento, sicuramente, pensando al mio futuro, non puntavo sul teatro! Ho giocato a pallavolo a livello agonistico fino a 18 anni. Quando ero piccola mi divertivo a prendere scarpe e vestiti dei miei genitori, mi chiudevo spesso in  camera oppure giocavo in spazi aperti. Sono cresciuta in campagna, e parlavo da sola per ore. Interpretavo più personaggi insieme, magari riproponevo scene di film che avevo visto. Spesso mia madre mi sorprendeva, e allora facevo finta di niente, tranne quando ero vestita strana e lì non potevo che diventare paonazza dalla vergogna. Ancora oggi la ringrazio per non aver mai pensato che avessi problemi di personalità multipla!!! Capiva che giocavo, anche se non capiva perché lo facessi da sola…! Certo è che non avrebbe mai immaginato che quel gioco sarebbe diventata la mia vita!!!

Che cos’è per te, esattamente, il teatro?

E’ un modo di vivere. É qualcosa che ti allena alla vita: l’ascolto del tuo corpo, del corpo degli altri, di ciò che accade dentro e fuori di te, la camminata, il rispetto, la caduta del giudizio… Tutto  ti allena a vedere, a farti qualche domanda in più, a cercare la verità di quello che dici a parole o con il corpo. Per me il teatro non è recitare qualcosa a memoria e avere l’applauso del pubblico. Considero questo un po’ di infantile, come quando, a Natale, recitavi la poesia e tutti alla fine ti dicevano “brava”. Ecco nel mio modo di fare e di insegnare teatro  c’è una ricerca costante e sfinente della verità. Tutto ciò che è fine a se stesso non mi interessa. Il Teatro è un mezzo per comunicare con gli altri. Ciò che è vero è vero, lo è sia per chi agisce che per chi guarda, e per questa ricerca ci vuole non solo del tempo ma soprattutto la fede, ma non quella verso la divinità, ma verso una dedizione alla causa senza filtri e senza pregiudizi. 

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Per me il fine è il pubblico, ma non il consenso del pubblico. É il pubblico in quanto direzione di ciò che faccio. É al pubblico che parlo ed è per il pubblico che lo faccio. Ripeto, tutto ciò che è fine a se stesso, l’egocentrismo degli autori e degli attori non mi interessa.

Nella tua presentazione, nella rubrica di Geapolis “Avalon Ship” hai allegato una frase di G. Proietti: “Benvenuti a teatro dove tutto è finto e niente è falso”. Potresti spiegarla?

Beh, forse ho già “ammorbato” abbastanza il lettore con questa storia della verità! Cercherò di essere super sintetica. In poche parole il pubblico e gli attori sanno che sta accadendo qualcosa che convenzionalmente riconosciamo come  finto, che non sta accadendo veramente. Non si muore veramente a teatro, ma allo stesso tempo, pur sapendo che è finto, siamo disposti a crederci fino in fondo a quello che vediamo (ammesso che gli attori siano credibili, ovvio)!

Eleonora Cecconi

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