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a cura di Marcello Mari

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Il giardino è posto a 633 metri s.l.m., ai piedi del castello,  in una posizione strategica  da cui si domina una buona parte dell’Italia centrale: dal mar Tirreno alla Maremma laziale, al monte Amiata  in Toscana con a fianco il Cetona, all’Umbria con la valle del  fiume Tevere, poi  il Terminillo e gli Appennini  che sembrano far capolino, la vasta pianura di Viterbo con i monti Cimini  e l’incantevole lago di Bolsena proprio sotto, con tutti i paesi che si adagiano intorno alle acque.

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La Rocca di Montefiascone ha avuto una frequentazione millenaria con presenze sin dal neolitico, poi nell’età del bronzo e del ferro; fu un centro importante per gli etruschi, forse facente parte della sede dell’introvabile Fanum Voltumnae, sino alla conquista da parte romana della vicina Velzna. Dalla stratigrafia emersa abbiamo  reperti romani e longobardi ed un’infinità di quelli medievali. La sua storia è molto ricca, soprattutto per la continua e costante presenza di re, imperatori, tra gli altri Federico Barbarossa e Federico II,  e poi di papi, oltre trenta,  che lo fortificarono e ingrandirono facendolo divenire il maggiore monumento del Patrimonio di S. Pietro, sede del Rettore e del Legato pontificio. Le grandi trasformazioni del castello iniziarono con Urbano IV nel 1261, poi con  Martino IV  nel 1281, dove vi soggiornarono con l’intera loro corte.

Nel secolo successivo ancora radicali trasformazioni  che lo resero praticamente inespugnabile. Esso ospitava un numero consistente di funzionari e soldati. Oltre al rettore, vi era il tesoriere, quattro giudici, un avvocato e un procuratore del fisco, un notaio con diversi collaboratori, un capitano e  diversi castaldi. Naturalmente tutti avevano alloggi privati. Vi erano ancora i saloni, la cappella, le cucine e tutti i locali di servizio come le stalle, le cantine, le carceri, le dispense di cardinali, servitori, armati, le cisterne per l’acqua, la colombaia ecc.  Erano presenti, essendo la sede del rettore, depositi di armi e di munizioni. Si può immaginare la frenesia in occasione dei soggiorni estivi dei papi, come nel caso di Urbano V, con tutta la sua corte, che la frequentò per tre anni consecutivi dal 1368 al ’70. Nell’agosto del 1369 con la bolla “Cum Illius”  lo stesso Urbano V conferì a Montefiascone il titolo di città e la dotò di una propria diocesi. Lo storico Gregorovius  ha paragonato il castello  per bellezza al palazzo di Avignone.

Nel quattrocento Pio II dichiarò il castello degna dimora di sovrani. Agli inizi del 1500 Cesare Borgia “il Valentino” fece restaurare e modificare la Rocca dall’architetto Antonio da Sangallo il Vecchio, per renderla più adatta all’uso delle nuove armi da guerra: i cannoni.  Giulio II nel 1506  vi ordinò nuovi lavori, come pure  Leone X nel 1516. Furono eseguiti da  Antonio da Sangallo il Giovane (nipote di Antonio da Sangallo il vecchio) che, in quegli anni, venne eletto capitano del popolo di Montefiascone. Pietro Bembo, il Sadoleto e Michelangelo furono gli ospiti illustri che, in quel periodo soggiornarono alla Rocca di Montefiascone. Anche Paolo III Farnese, già vescovo della città dal 1501 al 1519 vi tornò più  volte. Poi la Rocca venne abbandonata.

Fu sotto il pontificato di Alessandro VII, morto nel 1667, che l’architetto Carlo Fontana venne incaricato  dal Pontefice di preparare  i piani di ricostruzione della Rocca. È in questa occasione che il Fontana disegnò diverse vedute di Montefiascone  e alcuni prospetti della Rocca. Tuttavia, anche questo tentativo di ripristino, forse a causa della morte del Papa, non ebbe alcun esito.

Disegno di Carlo Fontana-Veduta delle Rocca-1666 o 1667- Biblioteca Apostolica Vaticana archivio fotografico – P. VII 12 41. Non esiste, naturalmente, nessun albero davanti al castello abbandonato.

Disegno a penna e matita tratto dal diario manoscritto dello svedese Edvard Gyldenstolpe, conservato presso la biblioteca Uppsala in Svezia, Viaggio in Italia e Francia 1700-1701.

Si  notano degli alberi a ridosso del castello e alle spalle, destra e sinistra di S. Margherita, ma probabilmente  sono state inserite dall’autore per rendere più spettacolare il disegno in quanto le fonti storiche ma confermano che il giardino non poteva esistere. Il disegno è stato realizzato dalla Cassia romana in località  Poggiaccio a sud della città.

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Negli ultimi decenni, durante i lavori  che hanno interessato il castello, è stata recuperata una grande pietra incastonata nel muro di cinta del giardino che corre, racchiudendo  buona  parte dello stesso  giardino, dalla torre ovest sino all’attuale ingresso davanti alla chiesa di Santa Maria della Neve. Si tratta dello stemma del cardinale Nicola Parraciani Clarelli vescovo di Montefiascone dal 25 gennaio 1844 al 1854 luglio. Sebbene in cattivo stato di conservazione è stato installato in un salone della Rocca. Lo stemma fa pensare che sia stato lo stesso vescovo a far realizzare il muro di cinta e di sostegno. 

Splendido disegno panoramico,1841, della città con il giardino ormai  esistente tratto  da  Girolamo De Angelis  “Comentario storico critico su l’origine e le vicende della Città e Chiesa Cattedrale di Montefiascone, Montefiascone 1841.

Fu nel 1898 che  venne costruita la cisterna dell’acqua proveniente dal monte Cimino. Essa fu ricavata utilizzando il  baluardo progettato, nei secoli precedenti, da Antonio da Sangallo il Vecchio. Fu un evento qualificante per tutta la comunità che vide entrare in funzione numerose fontanelle a disposizione di tutti. Fu in quel periodo che il giardino assunse l’aspetto e le caratteristiche arboree e botaniche che sono giunte fino a noi. 

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All’esterno circonda il paese una via alberata donde l’occhio spazia, ammirando un attraente panorama. Dove però la sua postura riesce veramente incantevole è sulla rocca… Oh! ben compresi allora le predilezioni dei papi per questo nido delizioso! E riguardando gli avanzi della rocca sgretolata, smozzicata dal tarlo dei secoli, e immaginandola trasformata da asilo d’uomini d’arme, a luogo beato di pontificale villeggiatura, mi parve di vedere la faccia ilare e piena di Leone X, circondato da una corte d’onore di nobili cittadini Falisci, adulato dal consueto stuolo di letterati scrocconi, compiacersi col Bembo e col Sadoleto di quel soggiorno prediletto…”

(anno 1886- A. Ravignani, Ricordo della inaugurazione della Ferrovia Viterbo-Attigliano, Roma 1886)

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