1/ C’era una volta… un filo… La “tessitora”

Laboratorio del racconto 

Giovanni Pascoli, La tessitrice (da i Canti di Castelvecchio)

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Era il 7 ottobre 2020 eppure abbiamo vissuto un pomeriggio fuori dal tempo: incontro con Renata e Maria, “ragazze di oltre 80 anni”. In loro, lentamente parlando e raccontando, irrompe la loro antica giovinezza: ricordi, parole che il tempo aveva racchiuso sotto strati di polvere. Argomento: il telaio, la tessitura, i tessuti, i luoghi… un mondo scomparso.

Ascoltandole il pensiero solca le epoche, riconosce i volti di donne, il loro lavoro sempre identico a sé stesso per migliaia di anni… dal tempo di Omero le donne filavano, aspettavano, raccontavano e creavano vita e tessuti per la vita.

Ora tutto è scomparso, i pesanti telai sono stati distrutti, ma forse rimane nell’aria l’eco di tanti discorsi e racconti e fatti narrati. Racconti e tessuti crescevano insieme a creare una bellezza fuori dal tempo.

Dopo la seconda guerra mondiale quell’antichissimo mondo si è lacerato, è scomparso, anche le briciole di quegli anni sono smarrite… eppure il passato è vivo, scorre in noi è il materiale del nostro presente ci scorre silenzioso nelle vene, pronto ad emergere.

Noi ascoltiamo con stupito interesse i racconti che si dipanano come fili. Emergono nomi, luoghi, usanze che il tempo ha coperto.

C’è un’arte antica che scivola fra le dita del tempo, ci appare e ci stupisce: ci racconta la storia di corredi, nascite, matrimoni…

L’arte ci meraviglia e la meraviglia è Arte. (Paola Sacco Egidi)

Maria Manzi racconta: “Facevo la tessitora…”

Un po’ di conversazione per rompere il ghiaccio e alcune domande per  aiutare Maria a richiamare alla memoria i giorni, i mesi, gli anni, una vita trascorsa al telaio… e Maria, aiutata da Renata,  inizia il racconto della sua vita a Montefiascone.  Siamo negli anni ’40 del secolo scorso. I  loro ricordi sono ancora vivi. Dal racconto traspare la fatica e la dignità che caratterizzavano un mondo ormai lontano… Così Maria inizia il suo racconto…

A quanti anni hai iniziato a lavorare al telaio?  “Dopo aver fatto la quinta elementare, ho iniziato a lavorare. Oltre ai lavori di campagna, specialmente quando pioveva, facevo la “tessitora”. Aiutavo la mamma a tessere il panno con il grande telaio che avevamo nella stalla.  In casa c’era anche un telaio piccolo.  Serviva per realizzare le fasce, quelle per i  neonati e  quelle per i facchini, di colore rosso.

Dove vi procuravate il filo di canapa da tessere? La canapa arrivava alla mia mamma già filata, gliela portava la gente del paese che aveva bisogno di stoffa per abiti, gonne e lenzuola. In paese, chi aveva la possibilità, coltivava un po’ di canapa per uso famigliare. Le condizioni del terreno e l’acqua del lago di Bolsena lo permetteva.  Il ciclo della lavorazione della canapa coinvolgeva tutta la famiglia, già dalle prime fasi. Subito dopo la semina, appena spuntava, per non farla mangiare dagli uccelli, i bambini e gli anziani dovevano sorvegliare le piccole piantine con dei bastoni.

La canapa cresceva “alta come una canna e fina come un dito”. A maturazione avvenuta, si tagliava e si metteva a seccare. Veniva raccolta in fasci  che si portavano al lago di Bolsena, mettendo sopra delle pietre “ per non farla portare via dalla corrente dell’acqua”. Si lasciava a bagno una settimana, poi si ritirava e si metteva ad asciugare per un’altra settimana.

A questo punto la canapa si portava a casa e con “l’ammaccatoro” si batteva per far cadere le canne.

Arrivava allora “il canaparolo” che, con uno strano attrezzo pieno di chiodi, la lavorava: la prima passata che tirava era “la stoppa”, la seconda “la stopparella” ed infine quella che rimaneva era “la canapa vera e propria”. Poi doveva essere filata dalle contadine con il fuso e lo “sputo” e solo dopo arrivava a casa nostra.

Noi, io e la mamma, la passavamo sull’”orditoro” e poi la mettevamo sul telaio per essere lavorata.

Dalla canapa filata al panno (tusciano)… come?

Era un lavoro molto impegnativo, faticoso e pesante, soprattutto all’inizio quando occorreva  “armare”, cioè preparare il telaio per la tessitura. Molte volte ci facevamo aiutare anche da quattro o cinque persone.

Mia mamma era una tessitrice esperta e così il telaio veniva “armato” per realizzare trame di varie tipologie: “ il sopraffino, lo spinato, i quadri e il rigatino, quello con cui  le donne confezionavano le gonne a righe bianche e blu.

La larghezza del telaio permetteva la tessitura di  pezze di panno larghe 70 centimetri.  Pensate che per fare un lenzuolo ci volevano tre teli”.

La pezza tessuta, che era di colore grezzo, doveva essere “imbiancata”, cioè bisognava farla diventare bianca. Per fare questo, la pezza si metteva nell’acqua bollente insieme alla cenere.  Successivamente veniva stesa al sole per due giorni ad asciugare. Poi, di nuovo “la bucata”  che si ripeteva finché non diventava bianca. E ogni volta, di nuovo giù al lago a lavarla e a farla asciugare sulla sabbia.

Infine veniva arrotolata, pronta per essere portata a casa ed essere venduta.

Era un lavoro ben retribuito?

Si lavorava su commissione, di solito la domenica era il giorno in cui veniva ritirata e si intascavano i soldi “tanti metri tanti soldi”. Tutto questo succedeva dagli anni 30 ai 50. Nel dopoguerra, lentamente, la coltivazione della canapa  cessò.

La vita di una tessitrice …

Montefiascone è stato un paese con una lunga tradizione di tessitrici.  In ogni casa si potevano trovare due o tre telai. Una mia zia, sorella della mamma, aveva addirittura tre telai grandi e uno piccolo.

I telai erano tutti uguali, erano costruiti dai falegnami o dai bottai del paese.  I rioni Borgonicchio, Porticella e Casalino erano pieni di telai e di tessitrici.

Anche se il lavoro al telaio era faticoso i ricordi sono belli… eravamo giovani… Passavamo giornate intere al telaio,  dalla mattina alla sera.  Si cantava, si parlava e intanto il telaio andava… “Non si era mai sole, perché era un punto di ritrovo del vicinato e lì venivano dette tutte le cose che succedevano in paese”.

Tra le tessitrici non c’era rivalità ma anzi ci si aiutava a vicenda.

Ho il rammarico di non aver conservato il telaio grande della mamma. Era ingombrante. Dopo il mio matrimonio, quando avevo ancora i figli piccoli, il telaio è diventato legna da ardere per il focolare di casa.  Il telaio piccolo però è ancora con me… Lo conservo nel magazzino di famiglia ma non è più funzionante. Racconta ancora molto della mia vita passata e conserva silenzioso l’intimità e i ricordi di una storia di famiglia.

Maria e Renata concludono dicendo che le loro famiglie sono state sempre alle prese con le arti del filo. Anna, la sorella di Maria, è diventata ricamatrice, allieva della scuola di ricamo delle maestre pie.  Renata, originaria di Valentano (VT),  ricorda la sua mamma, una provetta ricamatrice fino a cento anni.

Con questa immagine ci diamo appuntamento al secondo incontro… con le ricamatrici…

(a cura di Maura Orzi)

Il progetto C’era una volta un filo anche sul periodico

La Voce di Montefiascone- Antichi mestieri… il racconto della memoria

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ARCHIVIO/ IMPARARE AD IMPARARE CON UN FILO … LA TESSITURA 

La tradizione dialoga con il futuro