ALBERTO MANZI DA ROMA A SORANO. Interviste e testimonianze
2/ LUOGHI PERSONE E COMUNITÁ EDUCANTE
CONVERSAZIONE CON Maria Cristina ALOCCI
Dirigente Scolastico dell’I.S.I.S. “F. Zuccarelli“ Sorano (GR)
Come è nata l’idea di promuovere a Sorano un Convegno dedicato alla figura di Alberto Manzi?
Al Manzi mi legano una lunga amicizia, per questo mi prenderò la licenza talvolta di chiamarlo Alberto, e una profonda riconoscenza. Lo incontro a Pitigliano nel 1988, in uno dei tanti corsi di formazione gratuiti che faceva agli insegnanti e scopro solo alla fine il suo nome….
Era la prima volta che lo ascoltavo. Non sapevo assolutamente chi fosse. Ero arrivata a Pitigliano da poco! Ad un certo punto, riesco a collegare il suo nome a quello di Orzoway, il titolo di un libro che amavo molto e della omonima serie televisiva. Alla fine del suo intervento vado da lui e gli domando: “Ma lei è l’autore di Orzoway, il mio libro preferito?!”. E lui mi risponde: “ Ma lei chi?” E comincia a guardarsi intorno. “Ma lei chi? Se mi dai del tu, stasera vieni a cena a casa mia”.
Da quella sera per dieci anni molte sere sono tornata a cena con Alberto e Sonia, segno di una profonda amicizia con lui e la sua famiglia, che tuttora continua.
Di Alberto mi affascinava la straordinaria capacità di comunicare, di “trasmettere” il suo sapere. Non si sentiva un fuoriclasse che non può insegnare agli altri; vedeva in ognuno la potenzialità di apprendere e donava a piene mani e a tutti quelli che glielo chiedevano il suo credo pedagogico.
Nella sua proposta metodologica vedevo finalmente realizzati e tradotti in azioni educative i principi dei più grandi pedagogisti del novecento dei miei studi universitari (Piaget, Dewey, Bruner, Vigotskji Wertheimer).
Ero una giovane insegnante piena di ideali e l’incontro con Alberto ha segnato profondamente la mia formazione professionale e umana.
Anche perchè ho capito da subito di aver incontrato un Maestro, con la M maiuscola.
In una presentazione del suo profilo si legge “potete amare la sua opera oppure potete considerare il suo lavoro superato o perfino sbagliato, ma non potete non definire il Manzi un maestro… perchè viveva ed educava a 360°”
Dopo la morte di Alberto, con Sonia per anni abbiamo coltivato l’idea di un Convegno su Alberto Manzi, che sono molto felice ed orgogliosa di essere finalmente riuscita a realizzare, con il mio istituto scolastico e il Centro Alberto Manzi di Bologna, proprio in uno dei luoghi a lui più cari, Sorano, che accoglie anche le sue spoglie. Sulla sua tomba, prima dell’inizio del Convegno, abbiamo svolto una breve commemorazione, donando dei fiori, con il sindaco, il maresciallo, la moglie Sonia e molte persone intervenute.
Chi ha promosso l’iniziativa? Chi ha fatto parte dell’équipe di progetto?
L’iniziativa, partita appunto da me e Sonia BONI, con la collaborazione preziosissima di Alessandra FALCONI, responsabile del Centro Alberto Manzi di Bologna, ha coinvolto poi tantissimi relatori, molti dei quali amici e collaboratori di Alberto o comunque legati da una storia, da un filo rosso al maestro Manzi. Tutti hanno fatto salti mortali per essere presenti, o per collegarsi in videoconferenza, per delineare la sua poliedrica e variegata figura, di respiro nazionale e internazionale, ma anche ancorata al nostro territorio, Pitigliano e Sorano, in cui ha vissuto gli ultimi anni della sua vita.
Chi ha partecipato al Convegno?
Hanno offerto il loro contributo in presenza o on line: il prof. Roberto FARNÉ dell’Università di Bologna, grande conoscitore dell’opera educativa del maestro; Alessandra FALCONI del Centro A. Manzi di Bologna; Paolo MAZZOLI, ex Direttore Invalsi e collaboratore in una lunga sperimentazione in classe con il maestro; Cosimo DI BARI, ricercatore di pedagogia Generale e Sociale all’Università di Firenze che ha affrontato il tema della centralità del soggetto fra la scuola di oggi e i “media”; Tania CONVERTINI insegnante di lingua e cultura italiana al college di Hanover nel New Hampishire che ha approfondito l’umanesimo di Manzi; Patrizia D’ANTONIO, insegnante e scrittrice e Luisa MORETTI, insegnante in quiescenza, che hanno attraversato l’opera narrativa e la poesia di Manzi evidenziandone il messaggio sociale e i valori umani, Daniele NOVARA, noto pedagogista, che ha dato il suo contributo on line sul tema della pedagogia che si fa vita in Manzi; Franco CAMBI, già professore di pedagogia generale presso l’Università di Firenze e specialista di teoria e di storia dell’Educazione d’Italia, che ha inviato un contributo su Alberto Manzi, accostandolo al dettato costituzionale, definendolo “Maestro di razza ed educatore per l’Italia… democratica”. Ha concluso, infine, Alex CORLAZZONI giornalista, maestro e scrittore, con delle riflessioni sull’esperienza del viaggio come incontro con l’altro, ma soprattutto sulla valutazione a scuola, prendendo spunto dal timbro del maestro “Fa quel che può, quel che non può non fa”.
Partendo dal titolo del Convegno: “L’ARTE DI ESSERE MAESTRI. L’ATTUALITÁ DI ALBERTO MANZI TRA INNOVAZIONE EDUCATIVA E UMANESIMO SOCIALE, quali sono stati gli obiettivi dell’iniziativa?
L’obiettivo era far scoprire e valorizzare la complessa identità del maestro, che emerge come una delle figure più significative della pedagogia italiana della seconda metà del Novecento, anche utilizzando una mostra biografica composta da venti pannelli, che contribuisce a tracciarne la vita straordinaria.
Il Convegno era rivolto essenzialmente ad un pubblico di insegnanti, perchè, come sottolinea bene Novara nel suo intervento “quando la pedagogia si fa vita”, tutta la vita di Manzi è un’opera educativa, tutto concorre alla missione di un impegno etico e civile volto all’emancipazione culturale e umana delle persone, dall’insegnamento, cui non abdicò mai fino alla pensione, dalla scrittura dei suoi romanzi, all’impresa televisiva, fino all’impegno in America latina.
Sintetizzare la sua figura non è facile, e neppure questa giornata a lui dedicata è stata esaustiva: è stata però un’occasione preziosa per suscitare emozioni e accendere curiosità, sentimento molto caro ad Alberto, che considerava proprio la curiosità l’incipit di ogni vero atto educativo.
Attraverso la mostra e gli interventi abbiamo scoperto un profilo complesso e sfaccettato di A. Manzi, dotato di una rigorosa cultura scientifica e di eccezionali doti comunicative e didattiche, scrittore fra i più importanti e prolifici nel campo sia della letteratura per l’infanzia (ricordiamo il suo più celebre romanzo Orzowey) sia della divulgazione culturale e scientifica rivolta ai più giovani, autore e conduttore di programmi radio e televisivi per l’educazione.
Insegnante in una scuola elementare a Roma fino alla pensione, ha portato per vent’anni la sua esperienza di uomo e maestro anche in America Latina fra i campesinos analfabeti che lottavano per il loro riscatto sociale, esperienza che rivive nella sua attività di scrittore, in particolare nei suoi ultimi romanzi.
E ancora, è il maestro che rende un servizio storico al nostro Paese: attraverso la televisione e la celebre trasmissione “Non è mai troppo tardi” fa entrare e sedere in una sola aula un milione e mezzo di persone, portandole a conseguire la licenza elementare.
Ecco perchè ci è piaciuto il titolo “L’arte di essere maestri”, per la straordinaria attualità e portata innovativa dell’opera educativa di Alberto Manzi, che non solo ha tentato di portare il sapere del nostro paese nella modernità allora, settanta anni fa, anche attraverso l’uso sapiente ed efficace delle mezzo televisivo, ma con il suo agire educativo precorre e realizza quella didattica “per competenze” che ancora oggi fatica a tradursi in prassi quotidiana nelle nostre scuole.
Manzi: non come un modello da imitare, dunque, ma come un esempio a cui ispirarci.
E la scuola di oggi, alle prese con una realtà giovanile sempre più complessa, ha bisogno di ispirarsi ad un maestro che ha reso affascinante l’apprendere “a pensare”, che ha fatto dell’educazione una straordinaria avventura.
Da sinistra, Paolo MAZZOLI, ex Direttore Invalsi e collaboratore in una lunga sperimentazione in classe con il maestro, Alessandra FALCONI del Centro A. Manzi di Bologna, Maria Cristina ALOCCI, dirigente scolastico dell’I.S.I.S. “F. Zuccarelli” – Sorano (GR) in collegamento con il prof. Roberto FARNÉ dell’Università di Bologna, grande conoscitore dell’opera educativa del maestro Manzi.
Quali gli aspetti e le questioni più interessanti che sono emerse?
Sicuramente è stata esplorata la figura del maestro a 360 gradi, con sottolineature molto importanti.
Prima di tutto il contributo innovativo del processo di apprendimento, basato su una tensione cognitiva iniziale che poi la discussione collettiva e le esperienze vanno a soddisfare per poi suscitare nuove situazione problematiche che rimettono in moto l’apprendimento. Apprendimento che è essenzialmente un processo di autoapprendimento che il docente ha il compito di stimolare, promuovere, accompagnare. Ma si è sottolineata anche l’importanza educativa della scuola fuori dalle mura scolastiche, delle escursioni, delle gite anche di più giorni, in cui l’avventura e la scoperta della natura avevano un grande ruolo educativo di crescita culturale e umana per i suoi alunni.
Come l’ha definita Cosimo DI BARI quella di Manzi era una “pedagogia integrale”, dove non mancava alcun ingrediente, dal gioco, all’avventura, alle esperienze scientifiche, all’orto sul terrazzo, all’approccio scientifico nell’educazione linguistica, di cui Paolo MAZZOLI ci ha fornito delle bellissime foto, a documentazione della scuola attiva, dinamica, avventurosa di Manzi… E’ emersa una visione lungimirante della valutazione, come valutazione positiva che aiuta a crescere e a migliorarsi, mai giudicante e mortificante come spesso la vivono i nostri studenti, valutazione che serve al docente per trovare strategie per migliorare la propria azione didattica. Si è accennato alla sua idea di inclusione, non solo come abbattimento di barriere ma come fortificazione della persona disabile a cui non togliere tutti gli ostacoli, almeno finchè non ha imparato a superarli, per dargli gli strumenti per cavarsela nella vita e renderla il più possibile una persona autonoma.
A questo proposito particolarmente significativo il contributo di Tania Convertini, in collegamento dagli Stati Uniti, che ha raccolto tante testimonianze di ex alunni del Maestro, facendo emergere anche un diverso concetto di inclusione. Oggi l’inclusione è abbattere tutte le barriere psicologiche e fisiche per permettere un’integrazione piena delle persone con disabilità. Dal racconto di una sua alunna, che era affetta da nanismo, emerge proprio che “lui l’abbia fatta crescere in un altro modo”. Quando andavano in gita, lei doveva salire sul predellino del treno e nessuno la doveva aiutare. Ricorda i genitori, nascosti dietro ad una colonna che piangevano, e lei che tentava in tutti i modi di salire. Finché non fosse riuscita a salire, il treno non sarebbe partito e la gita non si sarebbe fatta. L’alunna ricorda ancora il terrazzo dove si svolgevano tante attività e la maniglia alla quale non arrivava. L’obiettivo di Manzi era quello di spronarla ad aprirla da sola. Lei provò con una sedia e riuscì ad aprirla. Il giorno dopo Manzi le disse: “Puoi usare tutto tranne la sedia”. L’alunna riuscì ad aprirla con un ombrello! Si trattava di un altro tipo di inclusione. L’alunna dichiarava: “il Maestro Manzi mi ha aiutato a diventare forte, a credere che ce la potevo fare. Per me è stato un imprinting che mi ha accompagnato per tutto il resto della mia vita”.
Poi Patrizia D’ANTONIO ci ha fatto conoscere il Manzi scrittore, con la sua missione di far riflettere il lettore sui grandi temi sociali del razzismo, del riconoscimento dei diritti umani, della libertà non solo coinvolgendolo in storie forti e appassionanti, ma inducendolo a pensare attraverso la morte del protagonista, lasciando così in qualche modo a lui il testimone del problema da risolvere. Con la trilogia dell’America latina si assiste poi ad un processo di crescita nella ribellione all’ingiustizia, dove passando da una lotta individuale contro il potere ad una protesta collettiva, si afferma la speranza di conquistare quel po’ di giustizia a cui ogni uomo ha diritto. La sua passione umanistica vive anche attraverso al poesia, nutrita degli stessi temi sociali della narrativa e che nelle ultime poesie, tutte pubblicate postume, vira verso una vena intimistica e personale.
Nel moderno contesto dell’educazione permanente (lifelong learning), quali sono, secondo lei, gli aspetti dell’impegno educativo e civile di Manzi che potrebbero ancora ispirare, favorire e implementare processi di innovazione educativa e integrazione sociale?
Manzi ha svolto una trasmissione per l’insegnamento della lingua italiana agli adulti stranieri, format valido, ma non utilizzato al meglio nel palinsesto RAI in quanto trasmesso all’ora di pranzo, momento in cui le persone immigrate in genere sono al lavoro. Per Alberto sicuramente l’integrazione passa attraverso la padronanza della lingua di un paese, dalla possibilità di avere strumenti conoscitivi per orientarsi nel proprio contesto di vita, quindi passa attraverso la scuola nelle sue varie forme (diurna o serale) che deve stimolare per giovani e adulti la capacità di apprendere, di trovare motivazioni per conquistare sapere, in un equilibrio dinamico tra cultura e lingua di origine e del paese ospitante. Penso che Alberto abbia fatto tanto per l’emancipazione culturale di giovani e adulti nel nostro Paese e altrove e dobbiamo continuare ad ispirarci al suo esempio per continuare a fare della scuola una grande palestra multiculturale, ispirandoci al suo stile di insegnamento che accende curiosità, valorizza quello che il soggetto già sa e lo aiuta ad emanciparlo verso una conoscenza formalizzata e spendibile.
LE RISONANZE DI UN’AMICIZIA SPECIALE…
Lei ha conosciuto personalmente Alberto MANZI. Se dovesse descriverlo con tre aggettivi quali sceglierebbe?
Difficilissimo scegliere solo tre aggettivi, ma direi: rivoluzionario ordinario, libero, altruista.
Per il primo aggettivo mi piace riportare le sue parole tratte da un’intervista:
“Mi chiede perché scrivo. Potrei dare risposte diverse. E forse sarebbero tutte vere e nello stesso tempo tutte false. Non so perché scrivo… Forse perché “vivo”. O lei vuole sapere perché affronto certi temi? In questo caso la risposta è più facile: voglio far sorgere nei giovani la coscienza dei problemi (coscienza, non solo conoscenza), far sapere loro che esistono certi problemi e che ognuno di noi è chiamato a risolverli. In fondo scrivo perché sono un rivoluzionario, inteso nel senso profondo della parola. Per cambiare, per migliorare, per vivere pensando sempre che l’altro sono io e agendo di conseguenza, occorre essere continuamente in lotta, continuamente in rivolta contro le abitudini che generano la passività, la stupidità, l’egoismo. La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare. Gli altri sono io. Agire per realizzare questo principio… Così scrivo nel tentativo di tenere questo spirito critico verso tutte le cose, anche verso quelle cose che sembrano già risolte ma che potrebbero essere migliorate. Questa è la mia fede. Il resto…” (Alberto MANZI)
Patrizia D’Antonio nel suo libro intitolato “Ogni altro sono io” definisce Alberto Manzi maestro, scrittore e umanista. Partendo dall’amicizia personale e dalle conversazioni che ha avuto il privilegio di intrattenere, in che modo Manzi maestro, scrittore e umanista ha influenzato e orientato le sue scelte personali, professionali e di impegno sociale?
Dal Manzi ho imparato che le domande sono più importanti delle risposte, che la discussione è un formidabile strumento di arricchimento del pensiero inteso come intelligenza collettiva, oltre che di democrazia e di ascolto reciproco, che persino un dettato può educare a pensare e che un problema può essere lungo due pagine e non contenere neppure un numero, che la cosa più importante per un insegnante è accendere curiosità e insoddisfazioni cognitive che gli studenti vogliono colmare, rendendo l’apprendere piacevole come un gioco.
Ma di Alberto Manzi ho potuto sperimentare anche la profonda umanità, la capacità di accoglienza (la sua casa era sempre piena di gente), e la sua sensibilità e apertura verso tutti. Era una persona profondamente spirituale.
L’incontro con lui ha segnato profondamente la mia formazione professionale e umana. Mi ha trasmesso la passione per l’educazione come contributo alla crescita sociale e civile del proprio contesto di vita, che per me, diventata insegnante per caso e senza convinzione, è stata una conquista decisiva. E naturalmente il suo modo di insegnare ha influenzato profondamente il mio; credo di non aver mai più proposto alcun apprendimento ai miei alunni senza tentare di far vivere loro un problema, accendere una tensione cognitiva e fare esperienze o cercare informazioni per rispondere a quella curiosità e colmare quel vuoto conoscitivo.
Può raccontarci tre aneddoti che ci aiutano a riconoscere Alberto Manzi “maestro, scrittore e umanista”?
Non so, mi viene in mente che la sua casa era sempre aperta a tutti, ha aiutato tanti ragazzi a fare le tesi di laurea, ha aiutato persone, anche economicamente; una volta l’ho incontrato mentre andava in Comune quando era sindaco di Pitigliano con le mani piene di carte che raccoglieva lungo la strada: anche questo per lui era un modo per essere un cittadino consapevole. Era un uomo concreto, di poche parole e di molti fatti. Altra cosa che mi viene in mente è che durante la sua malattia non l’ho mai sentito lamentarsi, amava profondamente la vita e la sua famiglia, ma lì ho visto concretamente la sua spiritualità, il suo credo cristiano, anche se non me ne aveva mai parlato.
Quando Alberto è morto mi sono rimasti dentro un debito di riconoscenza e una nota di rammarico.
Quell’anno avevo l’incarico di alcune ore di tirocinio all’Istituto Magistrale di Sorano e avevo proposto ad Alberto di fare qualche intervento nella mia classe.
Sapevo che anche lui ci teneva molto, ma nuova dell’ambiente mi muovevo con timidezza e impiegai un po’ di tempo per capire l’iter da seguire, quel tanto perchè la malattia si aggravasse e Alberto non potesse più venire in quella scuola.
Anche per questo mi ha dato tanta gioia avergli potuto intitolare un istituto, l’Istituto Comprensivo 1 di Grosseto “Alberto Manzi” nel 2012 e poi quest’anno nella ricorrenza del centenario realizzare finalmente un convegno proprio in quell’istituto di Sorano dove non ero riuscita a farlo venire.
Francobollo di Poste Italiane dedicato ad Alberto Manzi. La vignetta ne riproduce un ritratto, tra un traliccio ricetrasmittente e un televisore in stile anni Sessanta, rappresentativi dell’importante ruolo di insegnante ed educatore che Manzi svolse con la trasmissione Rai “Non è mai troppo tardi”, primo esempio di didattica a distanza per adulti che contribuì notevolmente all’alfabetizzazione della popolazione italiana.
