3/Annie ERNAUX: “La memoria è conoscenza”.

GIORNI A COLORI 2023…  I LINGUAGGI DELLA CULTURA

Annie Ernaux, LA PÉPINIÈRE. Racconto inedito per gentile concessione dell’autrice

Testi: Arlette Doublet 

Foto:  Jean-Pierre Le Moign, Claudette Roger,  Archivio Geapolis 

Traduzione dal francese: Letizia Scaramuccia 

 

LETTERATURA E FOTOGRAFIA . La Fotografia incontra l’autore e la sua opera. La presenza di uno sguardo fotografico intorno ad uno scrittore testimonia e mette sotto forma di immagine un segmento della sua vita e la narratività del suo lavoro.

Annie ERNAUX, Premio Nobel per la letteratura 2022

Annie ERNAUX è nata l’1 settembre 1940 a Lillebonne, antica Juliobona gallo-romana situata sull’estuario della Senna. Dal 1945, i suoi genitori gestiscono un caffè-gastronomia a Yvetot, una cittadina devastata dalla Seconda Guerra Mondiale.

Pur pubblicando dal 1974 (Gli armadi vuoti), ha insegnato Letteratura Moderna fino alla pensione per proteggere la sua creazione letteraria dalle preoccupazioni materiali.

Fortemente impegnata socialmente, afferma chiaramente le sue convinzioni politiche, saldamente radicate nella sinistra, il suo femminismo, il suo sostegno alla Palestina…

Le sue opere, ispirate alla sua vita e alle sue esperienze personali sono scritte in uno stile freddo e minimalista con una scrittura neutra. Annie Ernaux mette in evidenza l’evoluzione sociale della sua famiglia (bracciante agricola, piccoli commercianti, insegnate), e i suoi sentimenti di alienazione di classe. Cerca di « ritorvare la memoria collettiva in una memoria individuale» (Gli Anni – 2008)

«Io non rifletto mai sul mio vissuto, semmai su quello in generale. Mi considero attraversata dalla storia, da quello che succede nel mondo e c’è la mia esperienza che subisce il passaggio. Non riesco e non posso fare un bilancio. Ogni qualvolta mi siedo a comporre, so che devo cercare una formula o un soggetto accattivante e questo, per me, va oltre la sfera del personale». (Annie ERNAUX)

Jean-Pierre Le Moign, Nostalgia Normanna

Jean-Pierre Le Moign, Il Melo

Jean-Pierre Le Moign, Un ricordo!

“Pensavo orgogliosamente e ingenuamente che scrivere dei libri, diventare scrittore al termine di una stirpe di contadini senza terra, di operai e di piccoli commercianti, di gente disprezzata per i loro modi, il loro accento, la loro ignoranza, sarebbe bastato a riparare l’ingiustizia sociale della nascita. Che una vittoria individuale potesse cancellare secoli di dominazione e povertà”. (Annie ERNAUX)

LA PÉPINIÈRE

LA PÉPINIÈRE. Racconto inedito pubblicato per gentile concessione di Annie Ernaux 

Chi si ricorda, a Yvetot, della Pépinière, quella lunga distesa di orti attraversata da un sentiero che collegava la rue du Champ de Courses alla rue du Clos des Parts ? Da quest’ultima si accedeva attraverso un ripido sentiero scavato in una scalinata con pietre sconnesse disposte in modo obliquo. In cima, sul fossato che delimita la Pépinière dal lato della strada, si ergevano immensi faggi che mi incutevano timore nelle giornate di vento. Il caffè-gastronomia dei miei genitori, infatti, era situato proprio di fronte al ripido pendio, dalla finestra della loro camera, al piano superiore, potevo vedere l’intera estensione dei giardini. Erano di proprietà di due anziane signore della famiglia Fromentin. Li affittavano ad alcune famiglie del luogo per una cifra considerata senza dubbio ragionevole, dato l’immenso vantaggio di raccogliere verdure fresche. Avere un giardino alla Pépinière era un privilegio ambito. Da marzo a novembre, la sera dopo il lavoro, il sabato a mezzogiorno e la domenica, gli uomini arrivavano con le vanghe o picchetti sulle spalle e si dirigevano verso i loro appezzamenti ben definiti, separati da quelli vicini da un sentiero o una bassa siepe. Le mogli o i figli passavano a trovarli con i cani, per far loro compagnia per un pó, portare la merenda, raccogliere fagioli, fragole e patate.

Ricordo i F., una coppia la cui robusta moglie lavorava più del marito. D’estate portavano con loro il gatto e qualche rinfresco, in questo caso litri di vino, che inasprivano i loro rapporti. Si scagliavano insulti, lui la chiamava « vecchia strega ». ma il loro giardino era « ben tenuto », il che riscattava il resto.

Dopotutto, i giardini dovevano essere puliti, ovvero senza erbacce, con i confini allineati da una linea tracciata tra i due « argini » affondati nel terreno alle due estremità. Era in gioco l’onore del giardiniere. L’onore di offrire agli sguardi l’ordine e la bellezza delle aiuole, come dei quadri senza firma che cambiavano con le stagioni.

I giardini familiari dei nostri giorni  (Photos Jean-Pierre Le Moign)

L’orto di mio padre era il primo a destra salendo il ripido pendio, il nostro vicino coltivava quello accanto. Ricordo le bustine di semi vuote piantate alla fine dei “rions” (raggi) con nomi misteriosi: ravanello di tutti i mesi, lattuga bionda, grande e pigra, cipolla di paglia delle virtù. Mi ricordo i “carpleus” (dei piccoli bruchi) nascosti nelle foglie di cavolo dove la pioggia lasciava delle perle per molto tempo.

All’ingresso dell’orto c’erano i ribes rossi che chiamavamo « gardes » e uva spina, verde e soffice. Poco distante, c’era un cumulo di letame per raccogliere la spazzatura e il secchio notturno, che a volte veniva sparso direttamente nel terreno rivoltato dall’ultimo filare.

 Dall’orto al piatto  (Photos Claudette Roger)

Mio padre « coltivava » le carote e i porri, cavoli-rapa, scalogni, aglio, cipollotti e prezzemolo, l’acetosa, il ravanello nero, fagiolini, fagioli – che si seccavano tutto l’inverno appesi in soffitta-, i piselli, patate, che mangiavamo nuove con il burro, le fragole che guardavo diventare rosse sotto le foglie a giugno. Non “faceva” i pomodori, asparagi, spinaci, cetrioli o carciofi, che diceva “non vengono da queste parti”.

In estate sentivo il rumore assordante e regolare della sua vanga che spianava la terra.

Oggi gli orti sonno scomparsi, al loro posto c’è un complesso residenziale. Gli alti faggi sono stati abbattuti. Ma dalla finestra della memoria dove mi trovo, posso vedere il lungo viale verde della Pépinière con il sole rosso d’autunno che tramonta sullo sfondo al lato dell’ospizio dove, alle sei e mezza di sera, suonava la campana dell’Angelus.

LA PÉPINIÈRE. Racconto inedito pubblicato per gentile concessione di Annie Ernaux  

Complessi residenziali   (photos Jean-Pierre Le Moign)

Comment ne pas s’interroger sur la vie sans le faire aussi sur l’écriture ? Sans se demander si celle-ci conforte ou dérange les représentations admises, intériorisées sur les êtres et les choses ? Est-ce que l’écriture insurgée, par sa violence et sa dérision, ne reflétait pas une attitude de dominée ? Quand le lecteur était un privilégié culturel, il conservait la même position de surplomb et de condescendance par rapport au personnage du livre que dans la vie réelle. C’est donc, à l’origine, pour déjouer ce regard qui, porté sur mon père dont je voulais raconter la vie, aurait été insoutenable et, je le sentais, une trahison, que j’ai adopté, à partir de mon quatrième livre, une écriture neutre, objective, « plate » en ce sens qu’elle ne comportait ni métaphores, ni signes d’émotion. La violence n’était plus exhibée, elle venait des faits eux-mêmes et non de l’écriture. Trouver les mots qui contiennent à la fois la réalité et la sensation procurée par la réalité, allait devenir, jusqu’à aujourd’hui, mon souci constant en écrivant, quel que soit l’objet. (Annie Ernaux, Conférence Nobel- Prix de littérature 2022)

 UNE FEMME REGARDE EN ELLE POUR Y RETROUVER LE MONDE 

ANNIE ERNAUX  PRIX NOBEL DE LITTÉRATURE EN 2022

SES PARENTS TIENNENT UN CAFÉ-ÉPICERIE À YVETOT

LES ANNÉES SUPER-8

Mi piace citare una frase che ben rappresenta una sorta di certezza: “Il romanzo è più vicino alla verità della fotografia”. Ma io credo che non sia tanto una questione di verità quanto di realtà. Esiste in letteratura questa problematica. Anche il romanziere che inventa mette sempre dentro molto di sé. È la postura che cambia. Io, per esempio, quando scrivo tendo a “scendere dentro me stessa”, mentre se leggo ho l’impressione che l’autore si stia proiettando fuori». (Annie ERNAUX)

ANNIE ERNAUX ET L’ITALIE

Soggiorno a Venezia : nel suo libro « Gli anni », Annie Ernaux ripercorre il suo incontro con un ragazzo italiano : « Il giovane Uomo di Venezia ».

Accolta alla Villa Medici nell’ottobre 2022, commenta le sue opere: « Questi 60 anni sono raccontati attraverso una memoria, ma senza che questa memoria appaia personale. È la memoria di eventi, di canzoni, di leggi che cambiano e di religione. È un viaggio a cui tutti possono partecipare, o almeno sentirne il passaggio.

La scrittura di Annie Ernaux è stata anche elogiata sulla rivista « Il Foglio » da Anna Benini, giornalista e scrittrice, che ha interpretato l’ « io » di Annie Ernaux come una voce quasi universale delle donne del Novecento.

“La distanza che separa il passato dal presente si misura forse dalla luce che scivola sui volti, proietta le ombre, disegna le pieghe di un vestito di una foto in bianco e nero; dalla sua chiarezza crepuscolare, qualsiasi sia l'ora in cui è stata scattata.“ (Annie Ernaux)

“Cerco di non considerare la violenza, gli eccessi di tenerezza, i rimproveri di mia madre soltanto come peculiari del suo carattere, ma di situarli all’interno della sua storia e della sua condizione sociale. Questa maniera di scrivere, che mi pare andare nella direzione della verità, mi aiuta ad uscire dalla solitudine e dall’oscurità del ricordo individuale tramite la scoperta di un significato più generale.” (Annie ERNAUX)

Per andare oltre… (dal web)