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LA PORTA DELLA POESIA: CHIAVI DI PAROLE
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LA PORTA DELLA POESIA: CHIAVI DI PAROLE
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VERSO UNA MENTALITÁ POETICA
Laboratorio virtuale a cura di Paola PAMPALONI
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Fenarete! Chi era costei? Perdonate l’appropriazione indebita dell’adagio manzoniano, ma mi torna utile per ricordare una donna il cui figlio è passato alla storia come uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale: Socrate. Anche lei, tuttavia, è assurta agli onori della cronaca e ciò in virtù del suo mestiere. Fenarete era, infatti, una levatrice, maia in greco, da cui l’arte maieutica del portare alla luce. Questa è la metafora che Platone, nel Teeteto, uno dei suoi celebri Dialoghi, mette in bocca al proprio maestro, benché Socrate non abbia mai affidato ad alcuno scritto tale affermazione. Vero è che egli si prefiggeva l’obiettivo di dialogare con i suoi discepoli, favorendo lo smantellamento delle false credenze e di far loro partorire la verità.
Personalmente mi affascina molto questo portare alla luce. Quanto stupore genera l’evento della nascita che ci mette di fronte ad uno svelamento improvviso, una sorpresa che sa di libertà dalla costrizione in un luogo che, quantunque confortevole come il grembo materno, è caratterizzato dall’ombra! È un momento miracoloso che sa di affrancamento, di attivazione di risorse personali sopite, di una genesi incubata e schiusasi perché giunta a maturazione.
Semplicisticamente intesi come l’uno il contraltare dell’altro, buio e luce sono invero complementari e soprattutto così rilevanti da spingere il pensiero ad attribuirvi significati altri: metaforici, filosofici, teologici, gnoseologici, sentimentali, metafisici, poetici e così via.
Ma per dare corpo alle teorizzazioni, citiamo alcuni autorevoli esempi di figurazione della luce.
È impossibile non annoverare l’identificazione della luce con la divinità che ci propongono le strofe iniziali del cantico delle creature di San Francesco d’Assisi.
Con riferimento alla luce del sole, il santo così si esprime: Laudato sie, mi’ Signore, cum /tucte le tue creature, / spetialmente messor lo frate/ sole, lo qual è iorno, et/ allumini noi per lui; et ellu è /bellu e radiante cum grande/ splendore: de te, Altissimo, / porta significatione.
Parimenti Dante, nella sua COMMEDIA, compie un percorso di conversione che lo strappa alla selva oscura, portandolo alla luce dell’Empireo; qui contemplerà l’Amore divino nel suo potente fulgore.
Le stesse guide del poeta sono personificazioni della luce: Virgilio quella della ragione che conduce al superamento dell’istintualità bruta, Beatrice quella della fede che, orientata dalla teologia, induce all’adesione incondizionata alla rivelazione, San Bernardo di Chiaravalle quella dell’intuizione soprannaturale che apre l’intelletto alla contemplazione dell’essenza di Dio.
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DALL'EMOZIONE, ATTRAVERSO LA RIELABORAZIONE LINGUISTICA, ALL'INTUIZIONE POETICA
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Non vi pare che in qualche modo queste tappe riecheggino il tracciato che dall’emozione conduce, attraverso la rielaborazione linguistica, al momento magico dell’intuizione e dell’ispirazione poetica, ad un progredire dall’umano al divino… con la “d” minuscola s’intende?
Ma proseguiamo con gli esempi che i poeti ci forniscono, con particolare riguardo al desiderio di luce rinvenuto nelle cose. Montale lo trova nei girasoli del testo PORTAMI IL GIRASOLE CH’IO LO TRAPIANTI, asserendo che tendono alla chiarità le cose oscure, laddove Ungaretti in DOVE LA LUCE, lo trova nell’amore, vissuto come aspirazione all’oblio di ogni tribolazione e costrizione.
Insomma non è un mistero l’importanza fisiologica e psicologica che la luce riveste nella nostra vita.
Ma torniamo al portare alla luce una nuova vita; essa sortisce dal grembo materno dietro la spinta di uno slancio propulsore che è tuttavia contrastato da una certa tendenza al permanere nella quiete. È questa, forse, l’inerzia che Socrate voleva vincere tramite la propria azione pedagogica: quella dell’affioramento di idee non viziate da qualunquismi e stereotipi. Il punto di partenza del metodo socratico è, infatti, il riconoscimento della propria ignorante inerzia, espresso dal proverbiale scio me nescire (so di non sapere), indice di imminente cambiamento.
Analogamente, l’ispirazione poetica è per noi il superamento dello stato di quiete, la causa motrice del dire, il moto spontaneo che ci mette in discussione. Benché non del tutto istintiva, perché contaminata dalla ragione e dai condizionamenti, la nostra ispirazione è, tuttavia, al suo esordio, un dato ancora grezzo che può condurci ovunque. Noi lo sappiamo bene perché lo sperimentiamo. Non è forse vero che quando componiamo un testo poetico ne formuliamo il titolo solo dopo averlo completato?
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Resta il fatto che il punto di partenza siamo noi con le nostre emozioni e quei pensieri che non chiedono il permesso per manifestarsi. A questo proposito non posso che sottolineare come, prendere le mosse da principi, concetti e generalizzazioni o dispensare verità presunte (non ho simpatia per gli aforismi) faccia scadere il discorso poetico in una discussione sui massimi sistemi. Fare dell’arte un manifesto programmatico non apre brecce nella mente e nell’anima di chi scrive e nemmeno di chi legge. I versi del poeta sono tanto efficaci e penetranti quanto più esprimono un sommovimento interiore, un turbamento, quanto più interpellano, aprono nuovi percorsi, paradossalmente attirano anche dei detrattori. La poesia, quella vera, rifugge da compiacimento, conformismo, piattume, blandizie; è DISSESTO.
Anche riguardo a questo il metodo socratico può suggerirci qualcosa. Il filosofo aiuta i suoi discepoli a smantellare, tramite l’ironia, le false credenze. Perché il poeta dovrebbe negarsi la possibilità di assumere un atteggiamento critico che sottoponga al vaglio dell’intelletto i suoi impulsi, le posizioni di dubbio valore, che gli consenta l’approdo a pensieri più autentici e magari pertinenti al momento storico, gravido di cambiamenti, interrogativi esistenziali e sfide etiche, che stiamo attraversando?
E come non ammettere che siamo imbevuti di presunzione, false credenze, stereotipi, pregiudizi? Quale che sia la loro origine, sociobiologica, evolutiva o psicosociale, essi sono infatti frutto di una sedimentazione che ci ha plasmati fin dalla nascita. Ci ingannano l’atavicità, che le legittima e l’economicità. Si tratta infatti di meccanismi di semplificazione del pensiero che, oltre a facilitare l’integrazione nel gruppo di appartenenza che le ha formulate, ci permettono di interpretare la realtà in modo rapido, funzionale a situazioni di emergenza ma giocoforza riduttivo se non scorretto e pernicioso. Gestirli non è facile nemmeno al senso critico.
Aggirarsi tra i pozzi profondi e inesauribili dell’inconscio che se ne appropria ancora meno, ma non possiamo negare lo smarrimento che talvolta ci coglie di fronte a ciò che proviene dalla nostra interiorità e finisce nella nostra penna.
Quale sarà allora l’atteggiamento da assumere? Vediamo se il terzo momento del procedere socratico, quello del dialogo vero e proprio, può aiutarci. In questa fase il facilitatore aiuta il proprio allievo a far emergere da sé la verità ma il dialogo interiore prevede che siamo noi gli interlocutori di noi stessi. Il dialogo si risolve, dunque, in un monologo.
Credo che qui entri in ballo una qualità fondamentale su cui dovremmo lavorare, ovvero l’umiltà, quella autentica che non è semplicemente una dote ma una scelta. Per quanto essa sia minata da impulsi dei quali non sempre abbiamo il pieno controllo, farvi appello aiuta a favorire il patteggiamento con un intelletto assurto a coach e un ego tiranno.
Umberto Saba ebbe modo di affermare questo illuminante concetto nell’articolo dal titolo Quello che resta da fare ai poeti. Egli sostenne che la poesia deve essere onesta e basata su un tenace sforzo dell’intelletto e una disinteressata grandezza d’animo per conoscere se stessi, che Il poeta deve tendere ad un tipo morale il più remoto possibile da quello del letterato di professione ed avvicinarsi invece a quello dei ricercatori di verità esteriori ed interiori.
In cosa dovrebbe consistere, dunque, per noi il lavoro maieutico? Forse, e ci concediamo il beneficio del dubbio giacché diffidiamo delle ricette, nell’accettazione della spinta interiore, del dubbio e della sua promozione ad infinitum. Credo fermamente che la poesia sia per sua natura una maieutica dell’anima ma che molto debba lavorarvi anche il poeta. Per sua buona pace non sarà solo in questo lavoro giacché l’aiuterà l’atto stesso dello scrivere che ordina, rappresenta, evoca, accomoda, fornisce feedback inaspettati e potenti, esercita un rinforzo positivo sulla conoscenza e realizzazione di sé.
Improvvisare, a questo punto, un promemoria non significa fornire un ricettario che disdegniamo ma un invito alla riflessione di cui ogni artista farà l’uso che crede.
Guardiamoci da qualunquismo e stereotipi mentali e linguistici, da moralismi, intellettualismi e retorica, dalla tentazione di crederci stanziali non nomadi e pionieri, di ignorare le emozioni quandanche scomode, di fare del dolore o dell’autocommiserazione uno stile poetico, dalla tentazione di compiacere, compiacerci o, peggio, stagnare nella nostra confort zone.
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