8/ Con Simona Paciletti… osare la via della conoscenza di sé

Simona Paciletti è una giovane psicologa romana con la passione per il teatro. L’abbiamo incontrata grazie alla sua collaborazione con l’associazione culturale La Linea Gialla, stakeholder nell’ambito della ricerca-azione STEP by STEP. All’inizio, il teatro è stato per Simona “l’ambiente protetto” in cui mettersi in  gioco e in discussione.  Adesso, il teatro è diventato per lei l’ambiente, il linguaggio e il tempo  privilegiato attraverso il quale strutturare la relazione terapeutica. Laureata in psicologia clinica e tutela della salute,  specializzata in  Criminologia e in Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica e Forense, attualmente, collabora professionalmente con due comunità riabilitative psicosociali sul territorio laziale. All’interno di un liceo romano, gestisce uno sportello d’ascolto, assistendo e dando sostegno a  ragazzi con disabilità. Lasciamo a lei la parola ….

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Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre “qualcuno”. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo, così in genere, può non essere “nessuno”.

(Pirandello, 1954, p. 81)

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Chi è Simona? Parlaci di te

Testo e foto by Simona Paciletti

Parole emblematiche quelle che Pirandello sceglie per definire la frattura tra ciò che siamo e ciò che vorremmo o potremmo essere; tra ciò che siamo e ciò che riflettiamo negli occhi degli altri. Quella gracile discrepanza tra il personaggio e la persona: il primo, fissato in una forma stabile, definita dalla fantasia creatrice di uno scrittore; la seconda, libera e informe, al punto da sentirsi irrisolta e nebulosa. Nessuno. 

Nessuno. Il nome che Ulisse, durante il suo lungo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia, decise strategicamente di attribuirsi di fronte all’occhio di Polifemo per rimanere caliginoso. Una fusione tra tutto e niente. E il mio?

Il mio nome è SIMONA. Una giovane psicologa romana, rigonfia di passione e curiosità. Mi sono laureata nel 2014 presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” in Psicologia Clinica e Tutela della Salute, e, successivamente, ho intrapreso due specializzazioni: la prima in Criminologia e Scienze Strategiche e la seconda in Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica e Forense. Collaboro professionalmente con due comunità riabilitative psicosociali sul territorio laziale e da un paio d’anni ho deciso di comunicare direttamente al cuore del futuro: i giovani, gli adolescenti. Ho deciso di colpire lì, dove le occasioni non vanno perse perché saranno parte di quello che loro vorranno essere. All’interno di un liceo romano, gestisco uno sportello d’ascolto, assisto ragazzi con disabilità e sostengo tutti coloro che hanno bisogno di una mano più stabile per scalare grandezze, ai loro occhi, insormontabili.

Ultimamente ho in attivo un laboratorio teatrale di dieci ragazzi presso l’Istituto bilingue San Leone Magno di Roma, in collaborazione con una cara attrice romana, Maria. Mi sono sempre dedicata alla scrittura, la mia fedele metà interna. In un determinato periodo oserei dire l’unica. Uno degli strumenti più efficaci che mi hanno accompagnata, non solo per quanto riguarda la vita quotidiana, ma anche il lavoro, avendo personalmente pubblicato, dai primi anni dell’università, articoli scientifici e ricerche sperimentali in ambito psicologico e criminologico su alcune riviste indicizzate nazionali. 

Ho sempre pensato che dietro ogni persona che svolge la mia professione ci sia una ferita che si possa o no ignorare. Ecco! Io non l’ho ignorata, ma me ne sono presa cura e l’ho trasformata in uno dei mezzi più energici che si possano avere per entrare in contatto con la sofferenza dell’altro. Ho compreso questa cicatrice e ho messo in campo le mie risorse di “guaritore ferito”. Il che non significa comprendere pienamente la sofferenza altrui perché ha attraversato la nostra pelle, ma, esattamente, il contrario. Io credo che solo chi ha riconosciuto il proprio dolore può riuscire a non confonderlo con quello di un altro individuo.  E solo così, nella chiarezza dei confini, si può veramente sostenere qualcuno e lavorare a pieno sul benessere psicofisico.

Ma ora passiamo al teatro.....

Vi starete chiedendo cosa c’entro io con questa meravigliosa disciplina. Curiosi? Questa cosa già mi piace. Ve lo spiego subito. Quella ferita di cui vi parlavo poc’anzi, io sono riuscita a sedarla con il teatro. Intorno a me cambiava tutto. Ero io a rimanere sempre uguale.Pensavo non potessero appartenermi mutamenti radicali e repentini. La storia della mia vita sembrava impalpabile, forse poca cosa all’apparenza. Eppure quella marmorea semplicità e quella sostanziale incomunicabilità necessitavano di un lavoro di precisione interminabile. Faticoso sentirsi imprigionati in un mondo che senti di non poter o saper condividere.

Torniamo a noi.

ATTRAVERSO IL TEATRO... LA SFIDA “CONTRO ME STESSA”

Sarò controcorrente, ma il mio primo contatto con il teatro non è avvenuto per passione. Non amavo stare al centro dell’attenzione, non amavo il palcoscenico come il fulcro degli sguardi dei presenti in sala. Perché avrei dovuto affacciarmi a tutti quegli sconosciuti quando nella mia fortezza mi sentivo così sicura? Zona militare. Limite invalicabile. Presente! Per me il teatro ha rappresentato una sfida con me stessa. O forse sarebbe più opportuno dire contro me stessa. Contro i miei limiti emozionali più profondi. Ho combattuto, così, la mia timidezza, la mia introversione. Quel rossore che pervade gli zigomi, quel senso di inadeguatezza, quelle parole che non sgorgano mai con la naturalezza che ho sempre inseguito, ma sono perennemente accompagnate da un sovraccarico. Attraverso il teatro, ho liberato una parte di me che dormiva da quasi vent’anni.

E ho imparato a lasciare che le cose trovino il loro istintivo corso, senza impedimenti o forzature da parte mia. Ho capito, per non dimenticarlo nemmeno oggi, che se qualcosa che desidero non accade, forse non l’ho desiderata abbastanza; o forse non era opportuno che accadesse. Sì. Questa è la prima cosa che ho imparato.
Mi hanno detto spesso: “non può essere che sei cambiata così, tu ci riesci solo perché lì non sei tu”.  No, non ci siamo! Su quel piano di tavole rialzate, niente è falso. E nemmeno io lo sono stata mai. Ho esternato qualcosa di nuovo non perché non ero me stessa una volta salita su quel palco, ma perché non ero integralmente me stessa scesa da quel palco.

Avete presente le trasformazioni fisiche? Quelle che un materiale subisce nella sua forma, senza che venga alterata la sua natura chimica?

Esattamente la stessa cosa. Dallo stato solido, allo stato liquido. Poi aeriforme. Ghiaccio. Acqua. Fino al vapore. La massima libertà di espressione si esplicita nel cambiamento. Ora sento di scorrere fluida. Perché è anche una questione di corpo. Così, ho cambiato volto. Accettando dei limiti e volendoli scavalcare ardentemente perché non erano compatibili con ciò che desideravo essere. Così, con il teatro, ho tolto tutte le maschere. Paradossale, vero?

Tornando a Pirandello, ho scelto di essere persona, con i miei dolori, le mie esperienze di vita, emozioni e consapevolezze, non avvalendomi di atteggiamenti che nascondono il vero essere e che sembrano renderci, tutti, armati nei riguardi di ogni fronte indifeso. Ho scelto me stessa, essendo qualcuno. E, vi assicuro, che è una scelta. Il teatro, nato come un enorme limite, è divenuto un’enorme risorsa. Oggi, mi aiuta a vivere. Per questo credo che tutti, prima o poi, dovrebbero salire su un palcoscenico e sperimentarsi diversi. Uguali. A se stessi.

IL MIO PRIMO PERSONAGGIO

Un’anziana barbona di un cimitero. Un personaggio che non ho apprezzato immediatamente, forse perché non sono riuscita ad entrarci subito dentro, ma che mi attraeva prepotentemente in quanto permeato di mistero. Quella vecchiaia satura di saggezza, quasi onnipotente: poche parole, molta presenza.

Era sempre lì, sotto gli occhi di tutti, perché, in fondo, era lei a gestire le vite dei personaggi e il fascinoso incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti. I fatti intorno a lei si consumavano, nel suo costante silenzio. Solo movimento. Come un marionettista, dall’alto del suo sguardo, poneva attenzione a tutto ciò che accadeva alle altre “vite”, come fossero la sua. Forse perché era lei a farlo accadere? Fino alla fine, su di lei, alitava un velo di incomprensione. Sfumata e affascinante.

LA DIFFICOLTÁ PIÚ GRANDE

Esserci in maniera vocalmente invisibile. Stare lì senza esserci, apparentemente. In quanto esseri umani siamo abituati a comunicare con le parole. Se ci pensiamo è proprio l’aspetto che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi pluricellulari. E io, in quei panni, dovevo inventare altri strumenti.

INIZIALMENTE C’ERA SOLO DISAGIO

Come immaginerete dalla mia storia, inizialmente c’era solo disagio. Quello che ti blocca, che fa eclissare la terra sotto i piedi donandoti incertezza e inefficacia. Complicato. Poi, in maniera molto graduale, è cambiato tutto. Il giudizio si scioglie e ci sei solo tu, con la parte più bella di te. Quella che non conosci ancora. Quella che sperimenta le novità, che ti permette di crescere e di straripare dalla consueta “zona di comfort”. Si sta comodo lì eh? A me la comodità non fa impazzire.

QUESTA POESIA PER ME È TEATRO

Un viaggio verso la conoscenza. Un viaggio verso Itaca.

Leggetela e abbiate il coraggio di navigare in mare aperto, perché come affermava J. Rumi, “ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo, ti aspetterà laggiù.” La verità, ovvio. La vostra verità.

Tre aggettivi, tre verbi, tre emozioni. Simona è ...

TESTARDA AFFIDABILE INNAMORATA

Testarda. Da un segno come il toro, con l’aggravante dell’ascendente (sempre toro!) cosa vi sareste aspettati?

Affidabile. Porto a termine ciò che inizio. Azzarderei la parola sicurezza. Credo sia una questione strettamente legata alla responsabilità, in quanto ne ho sempre dovuta schierare in abbondanza. Per me le promesse sono sacre. Sono appuntamenti ai quali non si può mancare.

Innamorata. Della bellezza. Non legata puramente all’estetica, ma allo splendore del vero. Il vero è ovunque e non ha nulla a che fare con la perfezione. Mi accodo a Dostoevskij quando afferma che “salverà il mondo”. Ah dimenticavo. Smemorata!

GUARDARE ESSERE NAVIGARE

Guardare. Non posso che regalarvi una citazione di Pedro Chagas Freitas che mi ha accompagnata come involucro di tutte le mie età: “Guarda. Guarda sempre. Guarda molto. Guarda con occhi che toccano, con occhi che sentono, con occhi che abbracciano, amano, addirittura odiano. Ma guarda. Non smettere mai di guardare. La vita succede negli occhi. Anche se li tieni chiusi, anche se non riescono a vedere. La vita succede negli occhi. Guarda lo spazio inutile tra il sogno e la realtà. Riempilo […] con tutto ciò che sei. […] Guarda con occhi che chiedono, che vivono, che rubano. Ruba il mondo che ti è destinato e ruba ancora di più il mondo che non ti è destinato. Tutto ha un posto giusto per essere visto.. Cerca il tuo! Porto via di me quello che ho guardato. Porto in me quello che sono stato capace di guardare.”

Essere.  All’Infinito. Un po’ come essere presente a te stesso in maniera autentica. Ha quel sapore di coraggio e libertà. Rivolto agli altri, significa restare. Considerando l’Indicativo presente (sono) nel senso di esistere a pieno. Aggiungere vita al tempo. Nel suo Participio passato (stato), che porta con sé l’eterno divenire della realtà, la continua crescita partendo da un principio comune, ma mai uguale. La nascita. Presuppone un percorso, uno sguardo in avanti. E poi, per definizione grammaticale, il verbo essere, ha una funzione di sostegno! Il mio lavoro.

Navigare. Include tanto di me. Stavolta, però, proseguo per associazioni. Il mare, il mio posto nel mondo. Lo ascolterei a tutto volume. La mia passione per le barche. Guidare, costruire una rotta, seguirla. Perseguirla. Sfidare le onde.

GIOIA SORPRESA PAURA

Ho scelto tre emozioni primarie, universali. Innate. La Gioia... Gioire significa essere vivi, vibrare. Suonare quella bellezza di cui vi parlavo, insieme a chi si prende l’impegno di rammentartelo. Perché ne vale sempre la pena! Mi accompagna un forte desiderio legato allo stupore, nel bene nel male. Effetto sorpresa… Gioirò del primo, imparerò dal secondo. Non temo ciò che non conosco. In qualche modo me la caverò.

La paura. Un’emozione dominata dall’istinto, che ha come obiettivo la sopravvivenza di un individuo ad una situazione di pericolo (tecnicamente aggiungerei, reale o immaginata).   Io ne ho avuta molta. Mi ha fatto fuggire, mi ha resa immobile e ha dato alla luce un’altra emozione adattiva, la rabbia. Ora sono poche le cose che mi spaventano. E non è presunzione. Sono arrivata alla conclusione che non possiamo controllare ogni cosa e, per tale ragione, dobbiamo cercare di fare, semplicemente, tutto il possibile. Sempre. Le paure che non si realizzano, costano solo un immenso dolore.

Quali sono i tuoi libri e i tuoi scrittori di riferimento?

La mia strada verso la lettura è partita, indubbiamente, dai classici. Per quanto riguarda alcuni ambiti, mi ritengo molto tradizionalista. Sono solita partire da lontano per trovare qualsiasi cosa io stia cercando. Italo Calvino sosteneva che “I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale”. Oggi sembrano essere diventati sinonimo di noia, senescenza, inadeguatezza, estemporaneità.

Dovremmo continuare ad imparare dal passato, invece di convincerci che non ci appartiene più o che non ha più niente da dirci/darci, solamente perché è rimasto fermo, fuori dall’attuale tempo.

Tornando al presente..

Lo scrittore contemporaneo che prediligo è David Grossman, attivista israeliano. Uno stile caratterizzato da una complessa architettura linguistica. A mio avviso, millimetrico nelle sensazioni, quasi viscerale nelle descrizioni. Lo sento estremamente compatibile con me e con il mio modo di scrivere.

Sentimenti che sembrano d’altri tempi, solo perché l’uomo è, spesso, abituato a dimenticare. Possiede il coraggio e l’autenticità di chi ha saputo impegnarsi per fare del dialogo e delle parole le uniche “armi” contemplabili.

Il mio libro, è prevedibilmente un suo libro: “Che tu sia per me il coltello”, uno scambio epistolare tra due sconosciuti, solo su carta, mai tramite gli occhi. Non c’è una vera trama, o meglio, c’è, ma non ti permette di aggrapparti. Non hai briglie stabili, traballi e riesci a ondeggiare solo tra un mucchio di pensieri che a tratti sembrano deliranti. Sensualità, verità, tradimento, amore, genitorialità, ossessione, assenza. C’è tutto. Fa sorridere, commuovere, vibrare. Vivere.

Che cosa significa, per te, autenticità, con se stessi e con gli altri?

Genuinità. Io la chiamerei così. Non credo sia di universale portata. Purtroppo. È una sfida a tutti gli effetti e, proprio per questo, c’è chi non ha intenzione di parteciparvi. Non credo nemmeno che sia necessario farne una differenza “con se stessi e con gli altri”. A mio avviso, o lo sei o non lo sei. E se fa parte di te, indubbiamente, dovrà partire da dentro, non dall’esterno. Serve consapevolezza delle proprie capacità, emozioni e azioni; onestà con se stessi, forza e, ancora una volta, responsabilità. Responsabilità? Certamente. Se non si diventa responsabili verso ciò che si prova e si fa, non è possibile resistere a tutti gli elementi esterni che, in ogni momento, possono influenzarci e allontanarci da noi stessi. Io sono per il cambiamento, contemplando, però, alcuni “paletti”, costanti e indelebili, che ci sorreggono dall’interno. Senza di essi non potremmo mai essere noi stessi. Autentici.

Secondo te cosa significa apprendere per tutta la vita? Perché è importante?

Significa potenziare per tutta la vita. Pensare che anche noi umani possediamo qualcosa di “infinito”. Lo intendo come un processo continuo e necessario, finalizzato alla realizzazione personale, professionale, sociale, comunicativa. Significa acquisire nuove competenze, sperimentando. Vestire nuovi ruoli e nuove competenze, per seguitare il divenire.

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