pubblicato il 19 dicembre 2018
pubblicato il 19 dicembre 2018

Questo era lo stile di Chiara! Così ci viene presentata nella Bolla di canonizzazione, promulgata nel 1255. A distanza di secoli la figura di Chiara d’Assisi rimane affascinante e insuperabile nella sua capacità di comunicare. In questi giorni che precedono in Natale, il suo stile ci appare addirittura una provocazione.
La clausura per definizione è un luogo appartato, un luogo chiuso, un luogo separato dal resto della realtà. Attraverso una vita che ha scelto il nascondimento, che cosa e in che modo è possibile comunicare?
È suor Agnese Bullegas, clarissa del monastero di S. Chiara a Sansepolcro, ad aprirci al significato autentico della clausura…. “Entrare in clausura significa comunicare attraverso la propria scelta, spesso incomprensibile, già agli occhi dei propri familiari. Anche per Chiara e Francesco fu così. Vivere la clausura diventa, nella quotidianità, vivere l’autenticità della propria scelta. Essa non è una scelta di chiusura, di non comunicazione ma è una scelta d’Amore. Così diventiamo segno che rimanda a qualcos’Altro. Sull’esempio di Chiara, comunichiamo con il nostro esserci, nella povertà e nella sobrietà della nostra vita”.
Lasciamo a lei la parola. Da 18 anni vive al monastero delle Clarisse di Sansepolcro, dopo averne trascorsi 47 presso il Monastero di S. Chiara ad Arezzo. È ad Arezzo che ha incontrato suor Gertrude. È lei che vuole ricordare…
Ricordo perfettamente quel giorno. Sono arrivata al monastero delle Clarisse di Arezzo l’11 novembre del 1953. Di lì a pochi giorni avrei compiuto 23 anni. Sono originaria di Sant’Antioco, una piccola isola a sud della Sardegna.
Avevo tre anni quando la mia mamma morì. È stata la nonna paterna a farmi da madre. Ero la più piccola della famiglia e sono cresciuta molto amata. Con mio padre c’era un legame speciale. Già a dodici anni sentii dentro di me una forte attrazione per la clausura. In famiglia avevano fatto altri progetti per me. Speravano nel matrimonio, ma io pensavo: “Voi vi sbagliate!”.
Tuttavia fu una decisione che maturò nel tempo, grazie anche all’accompagnamento di un padre gesuita che, periodicamente, veniva a Sant’Antico per le predicazioni. Lui mi aiutò a comunicare la mia decisione ai familiari. Preparai così il mio corredo per entrare in monastero. Me ne occupai personalmente. Mio padre, benché un po’ dispiaciuto per la mia scelta, non si oppose e volle accompagnarmi in monastero. Partimmo per Arezzo e lì iniziò la mia nuova vita.
Fui consacrata con il nome di Suor Agnese Maria Antonietta di San Domenico, in memoria di mia madre che si chiamava Domenica.

Chiesa di Sant’Antioco, 1920-24
Quando sono arrivata in monastero, suor Gertrude, oltre a realizzare personalmente manufatti particolarmente ricercati, coordinava il lavoro di ricamo di una decina di consorelle. Nel monastero di Arezzo avevamo una grande stanza dove si ricamava, si rammendava e si riparavano paramenti sacri. Avevamo anche una macchina per i lavori di maglieria. Penso ancora a quella volta che ci venne richiesto di confezionare in pochissimo tempo trecento maglie per i frati di Firenze. Ma i ricordi più belli riguardano la realizzazione di manufatti “speciali”.
Dal nostro monastero sono usciti tanti corredi e abiti da sposa bellissimi. Ricordo quello realizzato nel 1955 per una sposa di Viareggio. Fu suor Gertrude a ricamarlo. La zia della sposa ci portò l’abito bianco, confezionato in raso e seta. Noi l’abbiamo ricamato: un bellissimo ramo di rose colorate in punto raso, punto maiolica e punto intaglio.
Fino ad una quarantina di anni fa, il matrimonio era il traguardo per cui la famiglia della ragazza, si preparava appena pochi anni dopo la sua nascita. Così appena la bambina aveva compiuto sei anni, si cominciava ad acquistare, immancabilmente a rate, pezze di canapa, lino, e cotone, che sarebbero diventati il futuro corredo. Spesso era proprio la futura sposa a lavorare al suo. Era infatti assai frequente, che le bambine, anche in tenera età, fossero mandate a “cucire” come si diceva un tempo, da sarte esperte, o frequentavano i laboratori di ricamo delle suore in conventi di monache. Così dopo decenni di apprendistato, diventavano a loro volta abili sarte, che alternavano il lavoro per terzi alla lavorazione del proprio corredo. Tuttavia per alcuni capi molto pregiati (per la presenza di ricami e merletti), la famiglia cercava qualche “persona specializzata” e spesso bussavano alle porte del nostro monastero. I materiali più usati erano l’organza, il puro lino, la seta, il cotone, decorati dal gioco del bianco su bianco in prezioso bisso di fiandra, o con intarsi o ricami, orlati a mano e impreziositi dall’iniziale di lei sapientemente intrecciata, eventualmente, a quella di lui.

Suor Gertude ritratta da una consorella
Suor Gertude era tra le maestre ricamatrici più richieste per questo tipo di lavori. Nei suoi manufatti si ritrovava una certa “aria di casa”…
Anche lei, come la metà delle clarisse presenti in monastero, era di origini sarde. Era nata a Sant’Antioco e aveva vissuto a Iglesias. Erano state le suore cottolenghine ad insegnarle a ricamare. A 29 anni, quando nel 1930 entrò in monastero ad Arezzo, era già maestra di ricamo, specializzata nella lavorazione dei famosi fazzoletti bianchi in tulle, tipici della Sardegna. Amava ricamare farfalle che realizzava utilizzando le tecniche più svariate.



Nelle foto, dettagli dei famosi fazzoletti sardi. Venivano realizzati su tulle bianco e ricamati con la tecnica del punto filza, punto Rodi e cordoncino. Occorrevano non meno di sei mesi per la realizzazione di un fazzoletto.
La vita delle consorelle che, per la loro particolare abilità, erano state assegnate ai lavori di ricamo, era scandita dal ritmo della preghiera. Ci si alzava alle cinque del mattino e insieme si pregava. Dalle otto fino alle 11.30 si ricamava, poi si tornava a pregare. Alle 12 c’era il refettorio, poi ci si ritirava nelle celle. Alle 14,30 suonava la campana del lavoro e si ritornava a ricamare. Il canto dell’ora di nona, seguito dalla recita del rosario era un appello prima della messa. I vespri si cantavano prima della cena che era alle 19,30.



Posso dire che queste consorelle ricamatrici avevano veramente “le mani d’oro”, non solo per i corredi delle spose. Alcune di loro erano specializzate nella riparazione e nel restauro di tovaglie e manufatti pregiati. Ricordo quella volta che venne da noi una donna di servizio che lavorava in una famiglia particolarmente agiata. Mentre stirava un centro antico, il ferro troppo caldo ne bruciò la parte centrale. Era disperata. Ci disse che la padrona di casa sarebbe rimasta fuori per tre mesi e che quel centro doveva essere assolutamente riparato in qualche modo. Fu un lavoro molto impegnativo ma ci riuscimmo.
Vennero realizzati anche diversi paramenti e arredi liturgici, purificatori, corporali, amitti e tovaglie per altari di chiesa.
Tuttavia il lavoro che destò in me una profonda ammirazione fu il Parato in terzo che suor Gertude realizzò personalmente per il Duomo di Arezzo. Un vero capolavoro, tessuto in seta e ricamato in oro e seta. Impiegò più di tre anni per portarlo a termine. Decise di realizzare una seconda Pianeta, identica a quella già ricamata per il Parato del Duomo, da destinare alla Cappella del nostro Monastero. Quella Pianeta, nel ricordo di suor Gertude e delle nostre comuni origini sarde, insieme a me è arriva al monastero di Sansepolcro.

Andrea della Robbia – Natività con l’Annuncio ai pastori e Annunciazione 1480 ca., particolare (Museo civico Sansepolcro – Proveniente dal monastero di Santa Chiara)
Suor Gertrude diceva spesso che i suoi ricami erano per Dio e dovevano essere un segno che rimandava alla Sua Bellezza. I suoi lavori nascevano da una vita di preghiera e di contemplazione. Erano per la Lode. Per questo, nel 2014 abbiamo deciso di donarla ai padri de La Verna, un luogo che lei amava particolarmente, come segno di condivisione del nostro comune cammino sulle orme di Chiara e Francesco…
Sulle orme di Chiara d’Assisi, suor Gertrude non ha mai ostentato nulla. Pur nella clausura “la sua vita era nota a tutti”. Alla sua morte anche i giornali locali hanno parlato di lei e del suo modo di comunicare ed abitare la città….
La sua è stata una vita felice e oggi c’è bisogno di raccontare storie di vite felici… c’è tanto bisogno…
Anch’io, dopo 65 anni di clausura, posso dire che sono in cammino sulla strada della gioia… Vi aspetto in Monastero per continuare a parlarne insieme…
2. RICAMI CHE RISUONANO DI …. PROFUMI. COLORI, SUONI DELLA FESTA


Iglesias (1915-1920). Suor Gertrude, a destra, insieme alla sorella
S. ANTIOCO: LA SAGRA ….ci fa vivere la festa della “Sagra di Primavera”, indossare con fierezza “l’abito de scarlattu de mesu grana” (mezza grana) dalla lunga gonna a pieghe sciolte, che ad ogni passo oscilla armoniosa; (su gipponi) in velluto rosso cardinale, che modella il busto in modo straordinario, con suo taglio a spicchi, con i ricami di seta delle maniche, fra pizzi, perle e passamanerie dorate, con i bottoni in filigrana che chiudono la manica dal gomito al polso; i fazzoletti di tulle ricamati a ghirlande su rosse cuffie di raso che nascondono i neri capelli, e l’azzurro panno passato con delicatezza sul capo e stretto a una profonda piega al lato del viso con severa austerità: queste sono le mamme delle nostre mamme.



Così il ricordo le fa nostre, la preghiera, sotto la navata della nostra chiesa, circondate dalle giovani figlie, dalle gonne ricche e sfruscianti, di seta verde, dai disegni orientaleggianti, dai corsetti rossi come fiamma, e dai candidi fazzoletti di tulle, simbolo della loro purezza su cuffie rosse.
Più in la, quasi nascoste all’ombra delle cappelle, le donne più avanti negli anni vestite con discrezione con le loro gonne di pesante seta, a strisce verticali, dai colori contrastanti ricche nelle loro pieghe, ma pur sempre severe nei loro particolari, con i fazzoletti grandi colorati, dai disegni complicati, nei toni di verde oliva posati su cuffie nere e lembi avvolti intorno al viso e poi annodati sul capo;
sopra, le cappe di fine orbace nero fittamente plissettato, le cui pieghe in alto sono strette da un sottile nastro di velluto rosso, mentre in basso riaprono a ventaglio ricoprendo il busto : austere, fiere e regali fra le navate di una chiesa che ha sempre ascoltato le loro preghiere …
tutte escono dalla porta grande fra il suono festoso delle campane (s’arrimpiccu), e rientrano alle loro case dove sono stati apparecchiati i tavoli con le tovaglie in lino dai disegni geometrici e delle frange con complicati nodi. Il pane lavorato con amore e decorato con arte raffinata.
(tratto da S. Antioco: la sagra, Ed. Circolo culturale “la sagra di S.Antioco”,1993)

Costumi tradizionali di Teulada: in evidenza, i tipici fazzoletti bianchi in tulle ricamato


un viaggio virtuale con suor Agnese, tra i disegni preparatori per la realizzazione dei ricami sui corredi da sposa e sui paramenti e arredi liturgici realizzati tra gli anni ’50-’70 sotto la guida sapiente di Sr. Gertrude