Il ricamo liturgico nella tradizione francescana

.

[…] Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine
Tu sei sicurezza. Tu sei quiete. […]

Tu sei ogni nostra sufficiente ricchezza.
Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine. […]

(San Francesco, Lodi di Dio Altissimo)

.

a colloquio con fr. Michele Maria Pini ofm – La Verna

La prima volta che si parla di “ricamo liturgico” è nel capitolo 28 di Esodo.  “ Farai per Aronne, tuo fratello, abiti sacri, per gloria e decoro. Parlerai a tutti gli artigiani più esperti, che io ho riempito di uno spirito di saggezza, ed essi faranno gli abiti di Aronne per la sua consacrazione e per l’esercizio del sacerdozio in mio onore. E questi sono gli abiti che faranno: il pettorale e l’efod, il manto, la tunica ricamata, il turbante e la cintura. Faranno vesti sacre per Aronne, tuo fratello, e per i suoi figli, perché esercitino il sacerdozio in mio onore.  Useranno oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso. Faranno l’efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, artisticamente lavorati.  (Esodo 28, 2-7)

In questo brano biblico, per la  prima volta,  si fa riferimento a quello che oggi definiamo “paramento liturgico”, comunemente inteso come  manufatto in tessuto di pregio,  impreziosito da ricami e/o merletti. 

Nella tradizione francescana, più che la ricchezza e l’opulenza del ricamo, troviamo la qualità naturale del tessuto.

I parati più antichi che sono arrivati fino a noi non sono ricamati.

La povertà e la sobrietà che caratterizza il carisma francescano, fin dalle origini, orientava alla sobria bellezza e suggeriva l’uso di tessuti che rimandassero più  alla bellezza naturale (es. damasco) che all’esibizione di una opulenza  che cercava ammirazione. 

Santuario La Verna – Abito di San Francesco 

Nel corso dei secoli, anche la liturgia francescana ha introdotto l’utilizzo di paramenti liturgici ricamati, ma sempre con alcune specificità sue proprie.  Dai documenti di archivio sappiamo che una delle norme riguardanti la celebrazione del culto prevedeva che i paramenti fossero in cotone, fatta eccezione per La Verna, al quale, come Santuario, si dava una “concessione” sulla povertà. Il fatto di essere sotto la protezione di Firenze, ha sicuramente influito rispetto allo stile a alla forma delle celebrazioni. Tuttavia anche lì i frati vestivano  con abiti di lana. Soltanto i paramenti liturgici potevano essere in seta.  In questo nessuna contraddizione. I  paramenti non sono per la persona ma sono per Dio. Il carisma francescano  non esalta la povertà fine a se stessa.

La povertà non fine a se stessa ma tesa a rendere la nostra vita segno e testimonianza che l’unica vera ricchezza è il Signore. La povertà va vissuta in prima persona e non imposta a gli altri, anzi con la nostra vita sobria dobbiamo rendere più dignitosa quella degli altri. San Francesco voleva che i frati avessero calici d’oro, perché il sangue di Cristo fosse contenuto dignitosamente. Di certo,  per i frati  voleva una forma di vita  che fosse più sobria, più povera, più austera possibile.  La povertà vale per la persona non per Dio. Per dirla in una frase, “la povertà non si impone agli altri ma si vive per se stessi…”.

Per questo una certa ricercatezza del paramento liturgico teneva conto di una bellezza intesa non tanto come qualcosa da mostrare ma come segno che fosse a gloria di Dio. Questo è dimostrato dal fatto che non sempre i ricami realizzati sui paramenti della celebrazione liturgica sono visibili. Ci sono  parti dei parati liturgici che pur essendo ricamati non li vede nessuno.

Il modo in cui venivano preparati i paramenti sul bancone della Sacrestia prevedeva una stratificazione  che corrispondeva all’ordine con cui venivano indossati.   Più in basso si metteva la Pianeta o la Casula e la Stola,  i paramenti visibili  da tutti durante la celebrazione.  Questi venivano indossati  dopo che il celebrante  aveva avuto cura di appoggiare sulle spalle l’Amitto,  un grande fazzoletto di seta, che veniva sistemato tra i paramenti e il camice. L’amitto veniva sistemato sul collo, allo  scopo di  proteggere i paramenti, in quanto difficili da lavare. Le Pianete, le Casule e le Stole venivano realizzati attraverso una stratificazione di tessuti. All’esterno si utilizzava un tessuto  in broccato o seta ricamata, era prevista una imbottitura inamidata e all’interno, la parte a contatto con il celebrante veniva realizzata in   seta o  cotone . Non era semplice lavare questi paramenti, che andavano smontati e per la manutenzione  non potevano essere affidati a chiunque.. La funzione dell’amitto era perciò quella di proteggere i paramenti. Il più delle volte era ricamato bianco su bianco. Nessuno lo vedeva, tranne  il sacerdote che lo indossava. Una volta indossato nessuno vedeva il ricamo. Il più delle volte veniva ricamata la parte che non veniva a contatto con la persona,  quindi rimaneva nascosto a tutti.  Per quanto riguarda la manutenzione dei paramenti liturgici è importante dire che questi, dovendo sfidare il logorio del tempo, vengono conservati nelle sacrestie non appesi ma stesi.

Foto by Stella Chiapparelli- (Maestra di ricamo- Palestrina).Opera realizzata in cera dalle suore di Clausura di Palestrina nel 1955-1960. Dichiara Stella “A me é stato regalato nel 1985. Sono innamorata della perfezione di questo Bambinello.  Per me è un Piccolo Tesoro”.

La tecnica delle sfilature, come poteva essere il gigliuccio o il punto quadro, il punto pieno, il punto erba, il punto croce…  queste sono tecniche più utilizzate nella realizzazione dei paramenti.

Un riferimento particolare va al punto Palestrina.

È stata una terziaria francescana, Maria Cicerchia a diffonderne l’uso e a volerlo utilizzare nella realizzazione di paramenti liturgici, con una particolare dedizione verso quella che poteva essere la particolarità della celebrazione liturgica francescana.

Per quanto riguarda la  specificità dei paramenti  liturgici, un convento come quello de La Verna, possiede paramenti liturgici propri per ogni Festa (ad esempio il  parato di san Giuseppe, il parato di san Pietro e Paolo, il parato per il Corpus Domini). 

Tra i manufatti più significativi il parato di Pentecoste, in parte esposto al Museo de La Verna, È un Parato rosso, in velluto cremisi, in evidenza le fiamme dello Spirito Santo. Diversamente da altri ordini religiosi, i paramenti francescani non fanno un particolare riferimento agli episodi evangelici ma, ai santi francescani  che vengono ricamati all’interno di caratteristici medaglioni.

Tuttavia i nostri paramenti  più che sulla particolarità del ricamo si sono sempre distinti per  la  VARIETA’ del tessuto. Il ricamo poteva riferirsi  allo stemma della famiglia che donava in paramento.

POVERI DI COSE & RICCHI DI DIO… SULLE ORME DI FRANCESCO E CHIARA 

.

Ho trovato consolazione nel vedere un grande numero di uo­mini e di donne che rinunciavano a tutti i loro beni e lasciavano il mondo per amore di Cristo: «frati minori» e «suore minori», co­sì vengono chiamati […] Le donne occupano vari ospizi e rifugi presso le città, vi vivono in comunità del lavoro delle proprie ma­ni, senza accettare alcuna rendita. […] La venerazione che gli te­stimoniano chierici e laici pesa loro, le preoccupa e le contraria.

Giacomo  di Vitry,  Lettere  (1216)

.

All’inizio della nostra conversazione avete chiesto come si concilia la povertà e  la sobrietà dello stile francescano con  la “ricchezza dei paramenti” nella celebrazione liturgica…. Nella storia e  nella tradizione  monastica clariana,  il monastero di San Lino di Volterra trasferitosi a San Casciano in Val di Pesa,  ad esempio, è  da sempre noto per il laboratorio di ricamo che aveva al suo interno.

Nel rispetto delle regola dettata da S. Chiara, l’arte del  ricamo (realizzazione e recupero di manufatti) costituiva per le monache una importante fonte di sostentamento.   Nonostante questo, dalle fonti storiche e dalle testimonianze raccolte  risulta che il ricamo e  la pittura non andavano ad interferire con il  divieto di lavoro durante la  domenica, in quanto considerate arti. Ricordo anche alcune persone che me lo hanno riferito. Il  parroco o il direttore spirituale concedeva sempre di poter dipingere o ricamare anche di domenica.  Questo non andava certamente ad interferire con il voto di povertà o a violare particolari precetti… 

La povertà più che un mancare di qualcosa è un “essere”.  Può  essere definita  come un “sine proprio”,  un non avere cose a cui attaccarsi. Povertà non è non avere cose belle o farle brutte.  Ma è farle belle per il Signore: se sono le Sue non sono le mie. Nella mia esperienza personale non ho mai trovato una firma sui ricami. Forse ci sarà un modo per scoprirlo, ma io non l’ho mai trovato.

manufatti ricamati con il punto Palestrina. Realizzati dalla maestra Stella Chiapparelli 

Alcuni anni fa la comunità delle Clarisse di Sansepolcro ha voluto farci dono di una Pianeta. La particolarità consisteva nel fatto di essere stata realizzata da una delle ultime maestre ricamatrici  che hanno reso famoso il monastero di Arezzo proprio per l’eccellenza dei  lavori di ricamo realizzati dalle monache  nel nascondimento della clausura.  Si tratta di suor Gertude che, sulle orme di Chiara, nel silenzio della clausura era conosciuta da tutti per la bellezza dei suoi lavori che non firmava. Non ho conosciuto suor Gertude.

La prima Messa che ho celebrato con la  Pianeta ricevuta in dono,  l’ho celebrata in suo suffragio. In che modo si concilia la bellezza con la sobrietà, la ricchezza di un paramento liturgico con la povertà? Suor Gertrude  ci ha lasciato un parato molto bello ma distaccato da lei, non si è appropriata di quel lavoro, non l’ha firmato … questo l’ha resa segno di una vita che, mettendo a frutto i suoi talenti,  rimanda ad Altro…  ha vissutto in pienezza la regola di Chiara d’Assisi “Le sorelle alle quali il Signore ha dato la grazia di lavorare, lavorino, applicandosi a lavori decorosi e di comune utilità, con fedeltà e devozione, in modo tale che, bandito l’ozio, nemico dell’anima, non estinguano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire”….

.

“La esperienza del bello, di quello che è autenticamente bello, di quello che non è effimero ne superficiale, non è qualcosa di secondario nella ricerca di senso e della felicità, bensì ci porta ad affrontare in pienezza la vita quotidiana per liberarla dell’oscurità e trasfigurarla, per farla luminosa e bella”.

Benedetto XVI

.

Quale futuro per il ricamo liturgico?

Oggi l’uso del ricamo nei paramenti liturgici è molto diminuito.  Gli  orientamenti del Concilio Vaticano II  puntarono più sul valore  simbolico  che su quello intrinseco del paramento. Perciò non è la ricchezza del paramento a dare valore alla liturgia ma la cura che il celebrante mette nella celebrazione.   Ciò che conta non è tanto come sei vestito ma come celebri. Questo non significa che i paramenti debbano essere miseri o sciatti. Oggi si vedono  manufatti meravigliosi …se non il ricamo sono comunque  la bellezza del taglio o del  tessuto a fare la differenza…

A proposito della ricchezza e del valore simbolico dei paramenti liturgici,  un tempo si usava molto il filet.. Nell’ottocento il merletto a filet rappresentava il non plus ultra. Esso  aveva anche una funzione molto pratica, ovvero  non tratteneva il calore. Questo permetteva di realizzare vesti  molto ricche  senza che   la sovrapposizione dei paramenti, imposta dalla liturgia,  diventasse gravosa per il celebrante.

Forse non è da sottovalutare neanche  il valore  simbolico. Il filet è trasparente.  É bello ma necessita di una base. Quasi a dire: “Sarebbe facile buttare via tutto! Invece la conversione è recuperare quanto c’è di buono  anche se il retro è brutto.. perché emerga la luce, ci può essere  anche una certa ombra. Anzi  una certa ombra è capace di evidenziare la luce…”

torna alla pagina iniziale clicca qui