Con Giorgia Tittarelli… il “sapore” dell’apparenza e del pregiudizio

Giorgia Tittarelli ha 24 anni e da poco è tornata a vivere a Perugia. Ha conseguito a luglio 2016 la laurea triennale in Scienze Biologiche con una tesi compilativa intitolata “Celiachia: intolleranza o allergia?”. Avvicinatasi al mondo della nutrizione quasi per caso, decide di trasferirsi a Milano, un po’ per passione e un po’ per sfida, per seguire il corso di laurea magistrale in Biologia applicata alle Scienze della nutrizione. Si laurea a luglio 2018 con la tesi sperimentale “Valutazione della composizione corporea nelle MICI in età pediatrica: formulazione di equazioni predittive popolazione specifiche in base all’antropometria”. Ha svolto il tirocinio a stretto contatto con bambini e adolescenti e vorrebbe continuare a lavorarci, educandoli ad una sana alimentazione.

Oltre alla nutrizione, ama la lettura, la neve, le opere d’arte, i film, gli animali e i luoghi idilliaci come Castelluccio di Norcia. Si definisce un po’ nerd: ama Harry Potter, giocare a giochi da tavola e il suo film preferito è Il Signore degli anelli.

Sapore di pregiudizio... Quel che a uno piace, all’altro mette nausea....

Siamo convinti che i nostri cibi e le nostre abitudini alimentari siano le migliori: piatti gustosi, genuini, un po’ saporiti. E allora via con i pregiudizi verso quegli alimenti che non conosciamo: “Questo mi fa schifo”, “Questo puzza”, “Questo è viscido”, “Queste schifezze la mangiano loro”.

Si dice che “i gusti son gusti” ed è vero ma è giusto insultare le abitudini alimentari altrui conoscendole superficialmente e senza comprenderle? Ponendo il concetto di razzismo sul piano culturale, si può scoprire che fin troppo facilmente si condannano ed offendono le tradizioni altrui. La frase “la qualità del mio cibo è superiore rispetto quella del tuo” vi ricorda qualcosa? Bisogna però ricordare che i cibi della tradizione sono profondamente radicati nelle culture popolari: diventano qualcosa da tramandare alle generazioni successive per ricordare loro il passato così che non dimentichino da dove provengono.

Ecco che il kebab per la popolazione Occidentale diventa una moda, un cibo “esotico”, a basso costo, buono e saporito mentre per il popolo turco è un ricordo di terre lontane, di una patria da cui magari si è fuggiti, di un’infanzia da ricordare e soprattutto di sapori e odori da trasmettere ai figli e ai figli dei propri figli che magari non vedranno mai la terra nativa.

La stessa cosa accade ad esempio agli italiani che vanno all’estero: non rinunceremmo mai alla pasta in cambio di un hamburger, mai all’olio al posto della margarina e così via. Immaginate, dunque, di essere all’estero: state cucinando il ragù per condire la pasta e passa un vicino che si lamenta per l’odore.

Come la prendereste? Ci arrabbieremmo e probabilmente lo insulteremmo, sentendoci feriti nell’orgoglio perché quell’odore leggero di cipolla, carne e pomodoro e il rumore dello sfrigolare del macinato e del brontolio della pentola ci ricordano casa.

Un altro esempio: entri in cucina una domenica mattina e invece del profumo di pasta al forno senti l’odore di cipolla, curry, curcuma e coriandolo. Analizzi la situazione e inizi a sentire un formicolio al braccio: capisci che stai per avere un infarto. Chi mai oserebbe cambiare l’abitudine delle lasagne della domenica, così profondamente radicata, con una moda passeggera? Nessuno, se non qualche persona coraggiosa ma a rischio di essere linciato dai restanti componenti della famiglia. La pasta al forno è sacra, al di sopra di tutto e soprattutto delle “inutili” spezie. Quell’odore però, per noi disgustoso e vomitevole, nella mente di altri richiama un ricordo lontano, una casa, una famiglia, un’usanza: la sua domenica.

Giustamente potreste commentare che la pizza e la pasta ben si discostano da alimenti strani (per noi!) come carne di orso o di serpenti o insetti grigliati. Nella nostra cultura il solo pensiero di mangiare questi alimenti ci fa inorridire. Chi dice però che noi mangiamo “bene” e gli altri “male”? Nessuno. È un’idea non scritta che, sebbene con molte difficoltà, dovrebbe essere scardinata: prima di giudicare, etichettare e insultare qualcuno per ciò che mangia, ricordiamoci di metterci dall’altra parte. “I gusti non hanno nulla di naturale: ci piace quel che la nostra cultura ci ha abituato a trovar buono e viceversa”.

Bibliografia: Homo dietetcus – Viaggio nelle tribù alimentari, M. Niola

Storie ordinarie di bullismo ... il sapore dell’esclusione

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Genitore: “Non fa più merenda a scuola con ciò che gli preparo io: preferisce non mangiare. Ultimamente non gli do più i soldi quando va a scuola così non può prendere la merenda al bar”.

Doc: “Vuoi spiegarci perché, Alessio?”

Genitore: “Glielo dico io: vuole mangiare solo quelle schifezze che mangiano gli altri!”

Guardo il genitore, poi il ragazzino e gli chiedo: “Queste schifezze cosa sono esattamente?” Neanche il tempo di finire la domanda che lui resta in silenzio e ovviamente il genitore inizia a puntualizzare: “Sa, dottoressa, quelle cose piene di conservanti, coloranti e tutto il resto. Gli ho preso quelle che mangio io: senza glutine né lattosio né uova né coloranti né conservanti, a basso indice glicemico e ricche in fibra”. [In pratica aria in bustine, penso]

Finalmente Alessio decide di intervenire e le parole che pronuncia mi gelano:” Vorrei solo poter mangiare come gli altri quando sono con loro”.

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C’è da biasimarlo? Sappiamo tutti come sono i ragazzini: basta essere “diversi” e subito diventi un bersaglio di scherzi e scherni: troppo magri o sovrappeso; troppo alti o bassi; troppo alla moda o sciatti; troppo uguali o alternativi. Basta un pacchetto di merendine “sbagliato”, aperto nel cortile di scuola, per diventare, nel giro di mezzo secondo, lo zimbello della classe: il ragazzino che “Mangia solo ciò che copra mammina”, che “Stai attendo perché altrimenti diventi obeso”, “Pensi davvero di dimagrire così? Ci vuole un miracolo e forse non ne basta uno”, “Facciamo a cambio? Sto scherzando ciccio, la tua fa schifo”.

Quel desiderio di Alessio di comprare la merenda al bar come tutti e di portare ogni tanto la stessa merendina dei compagni è tacitamente il desiderio di far tacere quei bulli. Il genitore doveva solo ascoltarlo e capire che la sua era una richiesta di aiuto: non stava facendo un torto a nessuno né aveva mancato di rispetto.

Ed eccolo arrivato all’esasperazione: niente più merenda con gli altri, meglio aspettare di tornare a pranzo a casa e mangiare di tutto. Meglio così, nessuno a casa lo avrebbe visto quindi nessuno lo avrebbe giudicato. Restava però il problema dell’aspetto e sarebbe stato il dramma successivo. Sì, sarebbe stato un dramma perché nella mente dei ragazzi “magro = non mangio” e il confine da “niente merenda” a “inizio a saltare il pranzo” a “a cena non ho fame” diventa molto, anzi troppo, sottile.

Siamo arrivati a un punto tale che veniamo giudicati anche in base a ciò che mangiamo in pubblico e questo condiziona a tal punto la nostra vita che preferiamo isolarci pur di poter essere liberi di fare ciò che vogliamo.  Dov’è finito quello strano sentimento che i più chiamano rispetto? Eppure, non è un paio di Jeans né una canzone né uno stile artistico: forse dovremmo ricordarci che non deve mai passare di moda.

“Il rispetto è quel piccolo particolare che fa la differenza”

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