Grazie Ennio! Il ricordo di Marcello Arduini

UNA SEDIA PER ENNIO 

Novembre 2019 

IL RICORDO DI MARCELLO ARDUINI (Docente dell’Università della Tuscia – Viterbo)

Il primo giugno di quest’anno 2019 se n’è andato Ennio De Santis, grande amico, grande poeta, ma soprattutto grande persona. Ho mille ricordi di Ennio. Ho mille sentimenti. Ho  mille sensazioni. Ho mille palpiti. Tutto mi si affolla e tutto mi si fa immagine. Le presentazioni dei suoi libri, le mostre, i viaggi, le discussioni, le cantate, le letture, le correzioni che qualche volta  mi chiedeva, le serate a stare insieme ad altri amici, a bere, a mangiare, a pensare, a toccarsi, a ridere, a scherzare, a commentare, a sfottersi.

A lasciarsi, a tarda sera, raccomandandoci di rivederci presto, cosa che poi puntualmente avveniva, anche se non con la frequenza che avremmo voluto. Gli abbracci, i saluti, i sorrisi, il cuore. La strada di casa, quella del ritorno notturno, con un senso di pienezza inesprimibile. Con la vita, quella vera, che ti senti addosso, che ti riempie tutto, che ti dà una forza straordinaria, che ti dice che è bello vivere, e che tu, in questi momenti speciali, stai vivendo il meglio. Perché ti mette in discussione, ti apre, ti scardina, ti spinge verso lidi impensati e ignoti.

La bellezza, sì, la bellezza.

Tu Ennio, ci hai dato la bellezza. Questo è il tuo dono. Il tuo meraviglioso dono di cui non finiremo mai di ringraziarti. Il più grande che ci sia, il più incomparabile. Un dono come quello che gli eroi primigeni hanno fatto all’umanità. Un dono, che una volta ricevuto, ti fa acquisire una dimensione mai sperimentata prima. Ti fa imparare quello che non avevi mai imparato. Ti rivela quello che per te era impossibile conoscere. Tu, Ennio, sei uno degli eroi culturali che hanno fatto diventare possibile l’impossibile, reale l’irreale.

Appartieni al mondo dei “forgiatori” della realtà. Un mondo arcaico e sempre presente cantato dagli aedi in tutti i tempi, a cui, del resto, sei sempre stato legato attraverso il filo dorato della poesia. Tu Ennio, sei il respiro della natura, il batter di ciglia del tempo che scorre, il colore che si muove nell’universo. Il soffio di tutto ciò che è vivo e che tu fai vivere.

IL PROFESSORE RICORDA IL POETA

Un ricordo, fra i tanti voglio qui proporre a chi legge. Era, se non ricordo male, la primavera del 2000 e chiesi ad Ennio di venire a tenere una lezione-seminario all’Università della Tuscia per gli studenti del corso di Antropologia culturale; con me e con Sandra Puccini. Lui all’inizio si schermì, dicendomi che non lo aveva mai fatto e che non si sentiva all’altezza. Pure se molto soddisfatto della mia proposta, sostenne che sarebbe stato in difficoltà e che non avrebbe saputo bene che dire. Io lo tranquillizzai dicendogli che avrebbe dovuto raccontare la sua vita, le sue esperienze, la sua ars poetica a studenti che non conoscevano nulla di quel mondo e che sarebbe stata per loro una grande e sorprendente novità. Alla fine, pure se con qualche imbarazzo cacciato indietro, accettò, non senza una punta di orgoglio ben dissimulato. Ricordo che l’Aula Magna della allora Facoltà di Lingue al Riello era molto affollata.

Lui si presentò, come sempre un pò dimesso e con un bel fiasco di vino e dei bicchieri sulla cattedra (spiegammo subito che senza il vino la poesia avrebbe avuto difficoltà a palesarsi in toto: il vino è un indispensabile facilitatore dello scorrimento dei versi, sia di quelli che si leggono, sia soprattutto di quelli improvvisati dell’ottava rima, cantata, come si suol dire, “a braccio”).

Raccontò, sollecitato da qualche mia domanda, come era nato e sbocciato in lui il germe della poesia.

Di quando da bambino e da ragazzo non aveva potuto studiare perché doveva stare in campagna a badare alle pecore.

Aveva fatto a malapena la quinta elementare, andando a scuola al mattino non con l’orario completo, ma solo per alcune ore, secondo un accordo alla buona fatto con l’insegnante che tollerava la sua assenza, perché lui doveva di necessità stare con il gregge di pecore con cui si sostentava la sua famiglia. Ad un certo punto, da adolescente, aveva incominciato a frequentare alcuni pastori che usavano “cantar l’ottava” secondo tradizione, spesso nei ritrovi dopo il lavoro e nelle osterie, ed era rimasto affascinatissimo da quel mondo che gli sembrava potesse elevarlo dalla sua condizione.

Ennio De Santis (anni ’70)

I pochi che sapevano comporre e cantare “alla poeta”, erano molto considerati nella comunità e ad Ennio sembrò quasi una zattera di salvataggio che lo poteva condurre chissà dove. Scoprì sempre di più che nelle pieghe del suo faticoso lavoro di pastore c’era invece qualcosa di bello come la poesia. Ed allora, timidamente all’inizio, e poi via via con sempre maggiore energia, volle imparare dai suoi maestri e colleghi più anziani e si diede anima e corpo a coltivare la poesia in ottava rima, quella dei grandi, immensi, poeti della tradizione più alta, rifacentesi ad Ariosto, Pulci, Tasso, Marino, ed imparò  a memoria molte parti della Divina Commedia, dell’Orlando Furioso, della Gerusalemme liberata, del Morgante, secondo quanto gli consigliarono di fare. Imparò l’endecasillabo, il ritmo, la rima.

E poi dagli esordi la sua strada si dipanò oltre, e si diresse verso la poesia moderna in versi sciolti e vennero le letture dei poeti del Novecento e le prime raccolte pubblicate in libri. Insomma, una vita dedicata all’arte, una vita che gli studenti ascoltavano nel suo racconto vero. Con poche semplici parole e con molta efficacia illustrò una vita costruita passo dopo passo andando sempre alla scoperta del nuovo. Avanti, scoperta dopo scoperta, avventura dopo avventura: la poesia moderna, la scultura, la pittura. Le mostre all’estero, Germania, Stati Uniti.

Da pastore di pecore – come lui si è sempre voluto chiamare a significare il suo legame indissolubile con le sue radici – a poeta e pittore su scala intercontinentale. Da Tuscania a San Francisco. Dalla Maremma altolaziale alla California dell’Oceano Pacifico.

Tutto questo percorso raccontato a giovani studenti universitari che stettero ad ascoltare incantati ben oltre l’orario previsto (per fortuna l’aula non era impegnata e potemmo trattenerci). Orario che si prolungò anche con il canto di qualche ottava improvvisata.

Ancora oggi ho vivida nella memoria l’attenzione degli studenti, lo stupore, la sorpresa di trovarsi di fronte ad un uomo al di fuori dei soliti schemi, un uomo che si presentava con fare dimesso, con dolcezza e bonomia d’altri tempi, con una semplicità ancestrale.

Un uomo che sapeva usare il linguaggio per dire l’indicibile, per creare immagini ineffabili, per regalare visioni.

Grazie Ennio.

Marcello Arduini

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