Ida Renzicchi ricorda Ennio De Santis (terza parte)

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4. IL MUSICHIERE 

Mi è capitato spesso di partecipare a cerimonie, soprattutto  matrimoni, dove ad un certo punto, complice spesso qualche bicchiere di troppo, un invitato, appunto con il bicchiere in mano, si alzava per fare un brindisi agli sposi. A volte, con la complicità di tutto il tavolo, il volenteroso di turno, si sforzava a trovare rime improbabili con aggettivi ridondanti allo scopo di lusingare i festeggiati e di fare allegria dato che tutti gli altri commensali, che avessero capito o no, battevano le mani o facevano brindisi simili di rimando.

Ascoltare le rime cantate di Ennio De Santis e sentirmi catapultata all’improvviso nel Rinascimento Italiano fu un tutt’uno. Un’altra cosa, un altro mondo. Dalla cima delle scale della cantina dove il poeta si trovava per una cena con gli amici e dove io, accompagnata da mia figlia ero andata per parlargli, fummo sommerse dal canto dei suoi versi in ottava rima, come da onde del mare. Tanto fu lo stupore che non ricordo neppure una delle parole meravigliose che ci diedero un benvenuto così speciale, unico ed inaspettato.

Avevo sentito parlare di questa usanza di poetare in rima, tradizione tutt’ora conservata soprattutto nell’Alto Lazio e in Toscana, ma, fino ad allora, non avevo mai avuto l’opportunità di ascoltare niente del genere.

In seguito, ospite a casa nostra, chiesi ad Ennio De Santis come gli fosse venuto in mente un tal modo di poetare in rime.

Ci raccontò allora della sua vita di pastore nella Maremma Laziale e come lui, tutto sommato, ritenesse l’aver praticato questo umile lavoro un grande privilegio perché gli aveva concesso la cosa più preziosa che esista : il tempo. Già il tempo, tanto tempo passato in solitudine, tempo che lui non aveva comunque sprecato, ma piuttosto impiegato per leggere, per imparare, per colmare quel grande vuoto causato dalla mancanza di quella istruzione convenzionale che gli era stata negata.

Ci disse che una sera, in compagnia del pittore ed amico Cesetti, mentre si trovava ospite in una cantina,  degli uomini iniziarono a cantare in rima: uno iniziava e l’altro gli rispondeva, qualche altro poi si aggiungeva a sua volta. La scena lo colpì, percepiva questo rimare come qualcosa di familiare, qualcosa di risentito anche se quella era in effetti la prima volta. Continuò raccontandoci che espose allora all’amico Cesetti le sue sensazioni e gli domandò se ci fosse chissà qualche libro dove avrebbe potuto trovare  qualcosa del genere da leggere. Cesetti gli rispose: “…Potresti leggere l’Ariosto…”. Detto, fatto.

Ennio De Santis, Calle – foto di Ida Renzicchi

Ci raccontò che la mattina dopo, a bordo della sua macchina, mentre si recava a Viterbo per acquistare il volume consigliatogli, nel timore di dimenticarlo, ripeteva continuamente tra sé e sé: Ariosto, Ariosto, Ariosto……

Arrivato alla libreria, un commesso premuroso gli si avvicinò immediatamente per chiedergli in cosa potesse servirlo e si avviò subito per cercare il libro richiesto. Ad un certo punto, si fermò, si voltò e gli chiese: “Con il commento?” Ci disse come, preso letteralmente alla sprovvista, avesse pensato: “Il commento? Oddio! Costerà di più?  Mi basteranno i soldi?”. E nel timore di non avere denaro sufficiente rispose: “No, grazie.”.

Ci disse poi di come, in seguito, si fosse reso conto di aver fatto la scelta giusta ritenendo il commento di un’opera, scritto da un’ altra persona, una cosa completamente superflua e, a volte, addirittura avulsa dal pensiero del poeta.

Ennio De Santis, Pecorella- foto di Ida Renzicchi

Ci ritrovammo così a discutere se effettivamente fosse giusto o meno commentare l’opera di un artista esprimendo le proprie personali opinioni: secondo De Santis, nessuno commento può garantire la corretta interpretazione di quello che intendeva veramente comunicare il poeta.

Mi ritrovo a condividere pienamente il pensiero di Ennio. Da ex studente trovo giusto leggere e studiare brani e poesie e comprenderne il significato ma, a volte, ritengo presuntuoso mettersi addirittura nei panni dell’autore, come a volte accade, nella pretesa di spiegarne sentimenti ed idee non esattamente espresse.

Leggendo le poesie di Ennio De Santis mi resi subito conto di essere davanti a qualcosa di superiore. Poesie forti come un pugno nello stomaco, versi dolcissimi e laceranti allo stesso tempo. Poesie che parlano soprattutto della sua vita rurale di pastore, della solitudine, dell’amore, della vita e della morte in un modo quasi materico.

Gli chiesi una volta se lui si sentisse più poeta o pittore. Mi rispose molto semplicemente: “… purtroppo, la poesia non dà pane…”. Mi disse che comunque il dipingere era lo stesso una necessità di esprimere in modo diverso i suoi sentimenti e che entrambe le cose erano per lui un tutt’uno,  la poesia a volte descriveva quello che dipingeva ed i dipinti, a volte, rappresentavano quello che scriveva.

Ho saputo solo recentemente, in effetti dopo la sua morte, che per il suo cantare in ottava rima, lo chiamavano “Il Musichiere”, compositore di musica.

5. LA CLASSE DI PADOVA 

Una volta, parlando con Ennio De Santis, uscirono fuori le mie origini padovane. Mia madre era di Cittadella, esattamente di San Giorgio in Brenta. Mi disse di conoscere la zona per una ragione particolare e mi raccontò allora un episodio dolcissimo. Una maestra di una scuola di Presina, una piccola frazione del Comune di Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova, in vacanza nell’Alto Lazio, era venuta in possesso di una sua raccolta di poesie ed aveva cominciato un percorso di studio con i suoi allievi. Verso la fine dell’anno, mi disse, gli arrivò una lettera della scolaresca che, dopo aver apprezzato le sue poesie, chiedeva di poterlo conoscere personalmente. Mi raccontò che era particolarmente felice, commosso  ed onorato: una classe che studiava, che addirittura imparava a memoria i suoi versi … che lo voleva conoscere! Nello stesso tempo, mi disse una cosa che mi colpì profondamente nella semplicità e nella tenerezza delle sue parole. Mi confessò: “… Ero molto contento, ma ero anche molto preoccupato … ”. Quando gliene chiesi la ragione mi rispose: “ … Ida, e dove avrei potuto ospitarli? La mia casa non era all’altezza della situazione, non era adatta … e così andai personalmente a conoscerli e a farmi conoscere … ”. Nella sua grande umiltà, non gli era neppure balenata l’idea che, forse, rendendole partecipi, le Amministrazioni  Comunali di Piansano, di Tuscania o di Arlena di Castro, orgogliose di avergli dato i natali o di averlo a vario titolo ospitato sarebbero state, a dir poco, onorate di prendersi carico di accogliere e ricevere gli studenti venuti a rendere omaggio ad un loro concittadino di tale levatura. 

E. De Santis, Gruppo di pecore- foto di I. Renzicchi

Invidio dal profondo del cuore quei bambini e quella maestra così fortunati che hanno avuto il privilegio e l’onore di aver ricevuto la personalissima visita del grande poeta. 

Recentemente, ho saputo che Ennio, trentotto anni dopo, ha addirittura dedicato una poesia all’incontro con quelli, che allora bambini, saranno adesso uomini e donne che, certo non avranno dimenticato un’esperienza così unica ed irripetibile e che, spero siano per sempre riconoscenti alla loro maestra speciale, perché è così che mi viene da definire un’insegnante di tanto valore e lungimiranza.

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6. L’AMERICA 

Una domenica ci recammo a Tuscania. Ennio De Santis ci aveva detto che, nel caso, lo avremmo potuto trovare nel baretto subito a sinistra, appena all’interno della porta di ingresso della città. Non era al bar. Ci indicarono il suo studio e ci recammo direttamente là. Si trovava in centro, un bel posto, in una piazza accanto ad una chiesa. Non avevo mai visitato in precedenza lo studio di un pittore. Era piccolo, pieno di colori. La tavolozza appoggiata sopra uno sgabello. In quella circostanza ci raccontò come, un giorno, alcuni turisti americani, in visita alla bellissima cittadina etrusca, si fossero fermati davanti alla porta del suo studio e fossero entrati ad osservare i suoi lavori. Ci disse che lui non capiva una parola di inglese e loro lo stesso con l’italiano. Il giorno seguente, le stesse persone, tornarono al suo studio e gli chiesero se fosse stato disposto ad andare in California, a San Francisco, loro ospite.  

E. De Santis, Donna con ariete -foto di I. Renzicchi

Ovviamente gli domandai come avessero fatto ad intendersi e mi rispose che un po’ gesticolando, un po’ con qualche parola cercata su un piccolo dizionario tascabile e pronunciata da loro in un italiano terribile, erano comunque riusciti a capirsi nonostante la difficoltà della lingua. Colto di sorpresa, non seppe cosa rispondere. Loro gli fecero comunque avere un biglietto aereo per l’America. Fu così che andò a San Francisco. Non imparò mai l’inglese perché gli misero un interprete a disposizione. Ci raccontò che lo ospitavano in una villetta su un piccolo promontorio dalla quale vedeva il mare e dove gli Americani gli fecero trovare tutto l’occorrente per dipingere. Non gli chiesero mai di lavorare, neppure lo sollecitarono mai a dipingere, niente. Fu là che nella solitudine e nella bellezza del luogo, scrisse la raccolta di poesie “Il vento di Inverness”.  Andavano a trovarlo una volta a settimana, a volte, anche più a lungo e gli chiedevano regolarmente se avesse bisogno di qualcosa. Dopo alcuni giorni, che ci disse gli ci vollero per ambientarsi, iniziò a dipingere. Nelle visite successive, i suoi ospiti, portarono via tutti i quadri che lui aveva man mano realizzato. Ci raccontò che non gli chiesero mai quanto costassero i suoi lavori e che questo lo lasciava un po’ perplesso. 

Poi, un giorno gli lasciarono a casa un libretto bancario a suo nome e ci disse che rimase a bocca aperta quando vide l’importo cospicuo versato per ogni quadro prelevato. Una sera, ci raccontò, lo invitarono ad una grande festa. Una cena di gala in un lussuosissimo ristorante con orchestra e cantanti. Faceva parte della serata in suo onore, una sfilata del grande sarto Valentino, presente. C’era tanta gente, c’era la musica, e c’erano ragazze meravigliose, le indossatrici,  in abiti lussuosissimi che gli passavano accanto. Ad un certo punto, ci disse, una di queste ragazze, esattamente davanti a lui, fece come un piccolo giro. Quel muoversi caratteristico delle modelle, lo sfilare, per mostrare, a tutti e al meglio, le creazioni dello stilista che indossano. Ennio interpretò il piccolo gesto come un invito a ballare, rivolto a lui personalmente.  Si alzò ed iniziò a ballare con la bellissima modella. D’improvviso tutti gli ospiti, si alzarono e fecero lo stesso.

Mi disse di aver capito, solo tempo dopo, che il piccolo semigiro della modella non era un invito al ballo e di essersi reso conto della raffinatezza dei suoi ospiti che, per non imbarazzarlo, si erano alzati tutti contemporaneamente a ballare come se fosse la cosa più normale del mondo ….

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