Firmina Story… da dove veniamo. Intersezioni 3/

Circolo di studio Virtuale DONNE & COMUNITÁ-  Intersezioni

FIRMINA STORY. Cultura & Società: da dove veniamo. Intersezioni 3/ a cura di Marisa Peruzzo e Claudia Bergamin

MARISA PERUZZO, 68  anni, laureata in PEDAGOGIA presso L’Università  di Padova con tesi in psicologia generale dal titolo “Un esperimento di problem solving con pre-adolescenti”. Insegnante di Scuola Primaria, in pensione…

CLAUDIA BERGAMIN, anni 38, laurea Specialistica in LINGUE, LETTERATURE E CULTURE MODERNE EUROAMERICANE presso l’Università  di  Padova  con tesi in lingua tedesca dal titolo “Auch Hände haben ein Gedächtnis”.  La visione del corpo femminile in Medea. Stimmen. di Christa Wolf.  Ora impiegata come corrispondente estera.

“…Non sono i miei, io sono la loro baby sitter!....” “Che significa? Di chi sono questi bambini?”

Nella Milano all’avanguardia, capoluogo avviato alla modernizzazione, erano già di uso comune i primi anglicismi. Né a Vasanello (VT) né a Curtarolo, mio Comune di origine, in provincia di Padova e neppure nelle altre realtà paesane dislocate nella nostra penisola , ancora se ne faceva uso del termine BABY SITTER. Per  Firmina sarà stato certamente difficile capire cosa volessero dire quelle strane parole; essendo a lei sconosciute avrà cercato di intuirne il significato deducendolo dal contesto del discorso.

Milano: casa degli Omenoni

Ho interpellato alcuni congiunti e conoscenti ultra ottantenni, che fortunatamente ancora si conservano in vita e lucidi di mente. Tutti mi hanno riferito che nel periodo in cui si svolgevano i fatti narrati in questo racconto erano di uso comune esclusivamente vocaboli tratti dalla lingua italiana. Per indicare la persona incaricata ad accudire i bambini si utilizzavano i seguenti termini: bambinaia, balia, balia asciutta.

Inoltre, due amici, provenienti da famiglia benestante di Roma, mi riferiscono che la loro mamma li affidava a una persona nei momenti in cui lei era occupata nelle frequentazioni sociali o desiderava del tempo libero. Questa figura di appoggio era conosciuta allora e tuttora ricordata con il nome di tata. Era frequente l’uso della frase: “ Avere la tata”.

Milano- Biblioteca Nazionale Braidense. La sala Maria Teresa

È vero che la società si trasforma. É giusto che ciò avvenga in seguito all’abbattimento di numerose barriere  che ha reso possibile l’intensificarsi degli scambi di ogni genere, compresi quelli culturali tra i popoli. Tuttavia non giustifico l’introduzione di termini stranieri nel patrimonio lessicale italiano, di per sé già riccamente configurato. Eppure è avvenuto e sta estendendosi il fenomeno che  A. ZOPPETTI definisce “l’invasione degli anglicismi”. Possiamo ipotizzare che sia un modo di ostentazione culturale, ma per dimostrare il proprio livello culturale sono disponibili tante altre manifestazioni. Oppure lo si fa per seguire la modernizzazione? Ebbene , a voler a tutti i costi essere moderni talvolta  si corrono  rischi notevoli e irreparabili sconvolgimenti.

Ritengo sia una forma di, passatemi il termine, INQUINAMENTO LINGUISTICO, che si riflette negativamente non solo sulla nostra cultura , ma anche sul contesto sociale, in modo particolare per la fascia di individui, cittadini italiani, che per molteplici motivi non conoscono altre lingue all’infuori di quella nazionale.

UN ANEDDOTO

Un’esperienza vissuta qualche anno fa ne è la conferma.

Mi trovavo, per una visita medica, nel reparto day hospital  dell’ospedale di Cittadella, una cittadina nella provincia di Padova, quando mi si avvicina una coppia di coniugi anziani dall’aspetto triste e sconsolato. Sembravano sperduti. Mi chiedono: “ Scusi signora, ci può dire che reparto è questo? Non siamo in grado di capire, forse abbiamo sbagliato zona….”Faccio il possibile per fornire loro una spiegazione e delle indicazioni nel modo più chiaro e comprensibile. Dopo aver ricevuto riconoscenti ringraziamenti li sento esprimere, così, un loro commento con polemico disgusto: “Sicuramente esisteranno nel vocabolario italiano due parole che possano sostituire o affiancare queste straniere! La realtà attuale non tiene in debita considerazione quelle persone come noi che non possiedono titoli di studio adeguati e non conoscono altre lingue all’infuori di quella nazionale e del dialetto locale!”

A questo punto mi sovvengono alcune domande alle quali mi è difficile rispondere. Sarebbe interessante aprire un confronto con chi è sensibile a questa problematica considerando quanto segue:

  • L’invasione inglese della lingua italiana è un arricchimento o una distruzione?
  • È il caso di difendere l’italiano contro l’invasione degli anglicismi?
  • Se sì, in che modo?

.

A PROPOSITO “DELL’INQUINAMENTO LINGUISTICO”

.

Considerazioni di Claudia Bergamin

L’era della globalizzazione ha portato inevitabilmente alla rinuncia delle peculiarità tipiche di ogni società, cultura, economia e lingua. Ciò non significa che in Italia non si continuerà a parlare l’italiano, ma la nostra lingua sarà sempre più soggetta a “contaminazioni” linguistiche provenienti, per lo più, dalla lingua inglese. Perché proprio l’inglese? Perché è stata riconosciuta come la lingua degli scambi economici, della tecnologia, dei sistemi informatici e telefonici, della scienza, insomma la lingua “FRANCA” per eccellenza.

Da un po’ di tempo a questa parte ci siamo accorti che sono diventati di uso comune e quotidiano termini quali COMPUTER, ON-LINE, BUSINESS,WIRELESS, SOCIAL NETWORK, FASHION, PERFORMANCE, ECO-FRIENDLY, addirittura BIMBO-FRIENDLY e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare a una parola che ormai è diventata inflazionata e sinonimo di questo momento storico particolare: LOCKDOWN. CONFINAMENTO è il suo significato primo tradotto in italiano. Perché non usare l’italiano? Non ci sono altri termini o sinonimi? Troppo forte? Troppo brutale? Troppo pessimistico? Perché è stato scelto l’inglese per la comunicazione? Mi chiedo se la lingua straniera sia più o meno impattante rispetto alla nostra, comprensibile al pubblico italiano.

Parliamone!

La grande maggioranza della popolazione italiana non ha imparato né studiato la lingua inglese, a meno che non abbia intrapreso e seguito studi linguistici.

Domanda: quando la gente ha sentito la prima volta il termine, che idea si è fatta Che messaggio è passato? Fa parte di un piano per creare caos e quindi portare alla disinformazione? Probabile.

Purtroppo è un dato di fatto che ci si dovrà adattare a rendere più “nostra” la lingua inglese, ce lo impongono il progresso e la società. Con questo non voglio dire che sono d’accordo con tale “inquinamento” linguistico. L’italiano possiede tutto il lessico necessario perché ognuno possa capire un messaggio a prescindere dall’età e dalla posizione geografica di appartenenza. Soprattutto è ancora ciò che ci contraddistingue dagli “altri”. Se effettivamente si vuole essere parte di questa globalizzazione, si potrebbero introdurre termini derivati da altre lingue parlate, come era già successo qualche decennio fa con il francese.

Curioso, se ci si fa caso, solo in cucina siamo veramente cittadini del mondo!

Metti in circolo anche le tue esperienze e le tue opinioni. Invia i tuoi contributi a segreteria@geapolis.it