FIRMINA STORY. Cultura & Società: da dove veniamo. Intersezioni 5/
a cura di Ida Renzicchi
FIRMINA STORY. Cultura & Società: da dove veniamo. Intersezioni 5/
a cura di Ida Renzicchi
Sembrerà assurdo ma, nonostante sia io l’autrice del breve racconto, quando l’ho riletto, dopo tanto tempo, mi ha commosso il personaggio della bambina, la figlia “maggiore” di Firmina, protagonista del nostro “piccolo viaggio”.
Potrebbe sembrare che la madre si tiri dietro la piccola Silvia per compagnia, ma molto più verosimilmente, è perché non sa a chi affidarla visto che alla nonna ha già consegnato l’altra figlia e non vuole caricarla di un impegno troppo gravoso, né tantomeno vuole lasciarla in casa con il padre.
La bambina, abituata ad una vita semplice, è affascinata da tutto quello che vede, per lei tutto è nuovo. Sul treno, dapprima intimidita si siede sulle ginocchia della madre, rifiutandosi di scenderne. Poi, acquistata lentamente confidenza, quando vede una signora che sta mangiando la pasta da un involucro, con le posate di plastica, incuriosita dalla novità, nonostante a casa sua la mangi tutti i giorni, osa chiedere alla mamma di avere lo stesso.

tratto da Firmina. Piccolo viaggio (Prima parte)
Arrivata a Milano, pur senza aver visto ancora nulla, della grande città le piace immediatamente tutto… “parecchisssimo”. Inconsciamente, la piccola aspira ad una vita migliore e chiede alla mamma, facendoglielo perfino giurare… di restare là per sempre e di portare su anche la sorellina che sicuramente le manca e che, generosamente, vuole rendere partecipe di quanto lei sta vivendo.
Silvia che, in bagno si domanda dove debba fare la pipì e che, per rendersi utile, con il suo straccetto toglie la polvere ed è felice di scrollarlo per affacciarsi dal balconcino e vedere la grande Milano, è l’innocenza che si presenta entusiasta alla finestra della vita salvo poi rimanerne delusa.
Con i loro occhi ingenui, i bambini ci guardano. Non ci fanno tante domande, non pesano i nostri gesti, non misurano le nostre parole, nella loro innocenza, ci osservano ed assorbono.
Dovremmo usare molta cautela in loro presenza perché, anche se non sembra, essi sono attenti e capiscono molto più di quello che noi possiamo immaginare. Purtroppo, a volte, il disgregarsi del tessuto familiare porta loro instabilità, insicurezza, incertezza sul domani. Proprio la famiglia, quello che dovrebbe essere il guscio protettivo della loro infanzia, diventa il luogo dove si consumano le più orrende ingiustizie sotto i loro occhi, testimoni innocenti di cose alle quali non dovrebbero assistere.

I bambini meritano che noi adulti camminiamo al loro fianco, sostenendoli e spronandoli se necessario, fino a quando, acquistata l’indipendenza siano in grado di affrontare da soli gli inevitabili inciampi che si dovessero presentare.
Da sempre mi dedico con passione ad aiutare, al di fuori della scuola, i giovani nel loro percorso di studi. Mi piace e mi gratifica molto vederli crescere fisicamente ma soprattutto culturalmente, condurli per mano attraverso un percorso educativo, a volte problematico, e notare come, stimolati ed incoraggiati, maturino conoscenza e responsabilità allo stesso tempo. Devo dire che mi sorprendono sempre.
Nel mio rapporto con i ragazzi, io, che sono abbastanza severa, non mi trattengo dal rimprovero se mi accorgo che non hanno studiato e, se mi domandano qualcosa, rispondo dicendo loro esattamente quello che direi ai miei figli: non ho un atteggiamento accondiscendente se ritengo che non stiano facendo o pensando di fare la cosa giusta, tutt’altro, eppure quando, superato il gap di apprendimento per il quale sono venuti, li invito a proseguire da soli nello studio, li vedo spesso dispiaciuti di interrompere i nostri incontri… qualcuno ha perfino chiesto ai genitori di chiedermi di permettere loro di continuare a venire…
All’inizio, di fronte a me, persona adulta, percepisco la loro timidezza, il loro timore… alcuni neppure mi guardano, poi, come fiori, li osservo piano piano sbocciare lentamente ma con costanza, ed affidarsi a chi, si rendono conto, li sta aiutando, con pazienza e fermezza, ad affrontare la vita. Va a finire che mi parlano dei loro problemi, dei loro primi amori, dei loro dubbi, della loro famiglia, dei loro dispiaceri come, e forse anche più, di quanto farebbero con una persona di casa.
Mi è capitato di frequente che, incontrandoli dopo qualche tempo, io che, cresciuti, non li avevo neppure riconosciuti, sia stata abbracciata calorosamente, con affetto sincero. I ragazzi lo sentono se gli vuoi bene, anche se non glielo dici… Personalmente, mi piace stare in loro compagnia, ho fiducia in loro e ritengo i giovani di oggi intelligenti e capaci e, se stimolati, in grado di fare grandi cose, di dare tanto.
Da noi adulti, si aspettano coerenza, non possiamo chiedere loro comportamenti adeguati se non siamo prima noi con l’esempio a mostrare loro che quello che domandiamo loro è possibile e va fatto.
La piccola ubbidiente Silvia che se ne sta buona e zitta annullando quasi la sua presenza nella casa dei signori dove la sua mamma è andata a chiedere lavoro è già una persona matura. Il suo pianto accorato, quando tornano a casa senza che Firmina abbia ottenuto il posto di badante, mostra il dolore lacerante e silenzioso di quella creatura che si rende conto di essere stata di intralcio. La piccola, che anche nella fabbrica di carta vetrata, imitando la mamma, con la scopa in mano, cerca di aiutarla a pulire, è una bambina responsabile, cresciuta troppo in fretta, che non vuole essere di peso, che non sta vivendo la sua età…

tratto da Firmina. Piccolo viaggio (seconda parte)
Silvia che, non avendo conosciuto l’affetto del padre, si affeziona ad Alfio che sente gentile e premuroso è un po’ la figlia di tutti noi: chiede amore e va amata.
Quando, costretta a tornare a casa, in treno, seduta a cavalcioni sulle gambe della madre, senza mangiare né dormire, non volge mai la testa verso suo padre, ma non parla neppure alla madre, la piccola Silvia è l’immagine dell’innocenza tradita, arrabbiata con il mondo intero. Lei, sebbene piccina, si chiede, forse, se ha delle colpe, se ha fatto tutto quello che avrebbe dovuto…
Una volta diventata adulta, la sua esperienza, pur se negativa, la aiuterà a prendere decisioni ragionate e responsabili. Le cicatrici delle sue ferite le insegneranno ad affrontare la vita con coraggio e resilienza. Tutto sommato, Silvia non vuole che esse scompaiano: fanno parte della sua esistenza, della sua infanzia non vissuta e… chissà… forse le eviteranno qualche dispiacere.
tratto da “Firmina. Piccolo viaggio” (terza parte)