Intersezioni 6/ La cura

CIRCOLO DI STUDIO VIRTUALE DONNE & COMUNITÁ-  INTERSEZIONI

FIRMINA STORY. Cultura & Società: da dove veniamo. Intersezioni 6/

a cura di Marisa Peruzzo, Ida Renzicchi e Barbara Suzzi

PRENDERSI CURA DI CHI NON TI RISPETTA... ``Una mattina, mi accorsi che mio marito, venuto in cucina per fare colazione, farfugliava parole che non capivo, non parlava, biascicava. Mi voltai a guardarlo e capii subito che qualcosa non andava: la bocca era storta ed aveva un occhio semichiuso…. Da una parte mi faceva compassione, dall’altra non sopportavo più quest’uomo che, pur nell’assoluta necessità di essere assistito ed accudito, non aveva mai un gesto affettuoso, una parola di riconoscenza per quello che gli veniva fatto quotidianamente, anzi``.

tratto da “Firmina. Piccolo viaggio”- terza parte 

QUALCHE CONSIDERAZIONE E QUESITO

a cura di Marisa Peruzzo (Piazzola sul Brenta)

Alla ricerca di una vita serena e tranquilla, Firmina, suo malgrado, si trova nell’incombenza di dover accudire l’uomo che non ama, che l’ha fatta soffrire privandola della sua dignità di donna.

In quest’ultimo periodo ho modo di riflettere su due situazioni di donne che stanno dedicando la loro vita all’assistenza dei rispettivi mariti: uno costretto all’uso della sedia a rotelle a causa di un ictus, quindi completamente bisognoso della presenza e dell’aiuto della moglie.

L’altro reduce di doppio intervento chirurgico per tumore all’intestino necessita di cure sia di giorno che di notte; ed è sempre la moglie ad occuparsene.

È inevitabile il paragone con Firmina, anche se va rilevata una sostanziale differenza: i primi due casi sono caratterizzati da affetto e stima reciproca.

Come donna, a favore e a rendere onore al genere mi chiedo se gli uomini si dedicherebbero allo stesso modo in situazioni analoghe. Ho interpellato alcune persone, purtroppo non sono riuscita ad annoverare risposte positive in merito. Sarei soddisfatta di apprendere che pure qualche marito, con pazienza e abnegazione si occupa, in prima persona, all’assistenza della moglie.

NON  É FACILE, NON  É AFFATTO FACILE  PRENDERSI CURA DI … 

a cura di Ida Renzicchi (Vasanello)

“… E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te…”

Franco Battiato – La Cura – 1996 – Album L’imboscata

Prendersi cura, impegnarsi con diligenza, premura ed assiduità sentendosi coinvolti con la persona che soffre attraverso la compassione ed il sostegno emotivo. Questo è quello che, secondo me, andrebbe fatto nei confronti di qualsiasi essere umano sofferente a cui aggiungerei qualcosa in più… amore, affettuosità, tenerezza, attenzione…

Firmina è abituata a curarsi degli altri, si dedica da sempre alla sua famiglia. Arrivata all’improvviso in casa della sorella, si preoccupa subito di aiutare in quale modo e, nel cercare lavoro, si propone per assistenza ad  anziani, disabili, bambini… Quando le viene proposto di occuparsi anche della famiglia del suo datore di lavoro, non si tira indietro. Alla fine del suo piccolo viaggio, tornerà a casa perché la madre e la figlia più piccola hanno bisogno di lei e sa che è lei che se ne dovrà prendere cura.

Non è facile, non è affatto facile assistere una persona nella malattia, nella vecchiaia, nella disabilità…

Firmina, la protagonista del nostro racconto, si ritrova infine a curare il marito in seguito ad una paralisi.  Lo fa generosamente, per tre lunghi anni, tre anni di giorni faticosi e notti insonni senza la ricompensa di una parola o di un gesto di gratitudine, tre anni di impegno, di sacrificio, di ulteriori rinunce. Lo fa di persona, senza aiuti esterni, solo con la collaborazione, più imposta loro che spontanea, delle figlie, ormai cresciute. Lo fa senza trascurare il lavoro dei campi né quello domestico, caricandosi di un nuovo pesante fardello gravato dal carattere difficile di quell’uomo che, pur nell’impotenza, mantiene intatto quel sentimento di prepotenza che lo ha accompagnato tutta la vita. Lui non le è riconoscente, non esprime affetto, sebbene impedito nella parola, la offende, la chiama “puttana”,  alza il bastone, affronta la malattia con rabbia, addirittura con rancore verso la moglie quasi la ritenesse responsabile della sua condizione.

La nostra protagonista è generosa, non si esime dall’assisterlo per un lungo periodo ed in una situazione di profondo disagio psicologico a causa del brutto carattere di lui. Nonostante tutto, lo fa con premura, con dedizione.

Firmina da una parte prova compassione per questo uomo malato, dall’altra non lo sopporta più ma continua a prendersene cura e si preoccupa perfino che le figlie, le quali, pur aiutandola,  appena possono si allontanano in un’altra stanza della casa, possano in seguito provare rimorso per non essere riuscite ad amare quel padre che non si è fatto amare.

Oggi supporti infermieristici e strutture apposite contribuiscono a sollevare chi si dovesse trovare nella situazione di Firmina. Nonostante ciò non è semplice affrontare la condizione di malattia o di infermità di un nostro caro.

Tempo fa, ho visitato una persona in una casa di accoglienza per anziani. L’ospite, che se lo può permettere, vive in quello che si potrebbe definire un albergo a cinque stelle. Una piccola stupenda suite: pasti serviti in camera, televisore, collegamento ad internet, stanza privata, balcone privato con accesso al giardino… il bagno a sua disposizione, asettico come una sala chirurgica, grande quanto una stanza della mia casa… Una prigione. Di lusso, ma una prigione, dove quello che  mancava era il contatto, il calore umano il prendersi cura dell’anima della persona, il parlarci, il mostrarle empatia, tenerezza, affetto. Non solo l’ambiente era asettico, lo era anche tutta la situazione troppo medicalizzata nei confronti di una persona non malata, solamente anziana alla quale, per il percorso di vita vissuto, oltre l’impeccabilità dell’ambiente, a mio parere, avrebbe giovato tantissimo il parlare con qualcuno, il confrontarsi con altri individui, il mantenere rapporti interpersonali.

Siamo fatti di materia e spirito, non è sufficiente curare e nutrire  materialmente. Tutta la nostra esistenza si dipana sulla continua ricerca di un equilibrio lungo questa dicotomia. La cura deve essere intesa in senso globale nella ricerca di un benessere fisico ma anche spirituale della persona assistita più che mai fragile psicologicamente e bisognosa di essere curata a trecentosessanta gradi.

Anche Firmina avrebbe bisogno di cura perché lei sì che è un essere speciale e meriterebbe un’attenzione adeguata…

Firmina è sana fisicamente, non ha bisogno di cure mediche, è la sua salute spirituale che necessita di amore e di empatia. Da donna, abituata a dare più che a ricevere, assolve quello che sente un obbligo morale senza lamentarsi, senza farsi domande senza risparmiarsi: una guerriera.

L’ACCUDIRE UNA PERSONA CHE NON SI AMA 

a cura di Barbara Suzzi (Imola) 

“sono stufa di prendere le botte a colazione, pranzo e cena. Ho lavorato tutta la vita come una schiava, peggio come una bestia e ho preso solo calci, spinte, pugni, schiaffi… ultimamente poi non usa più le mani, quel porco, ma tutto quello che gli capita a tiro. M’ha dato una botta con la vanga che pensavo di morire…e poi con la fune… se vi faccio vedere le spalle… non ci credete neanche voi…e poi i calci… dappertutto…”

Non si parlava certo di un signore, di un galantuomo ma di un violento, un prepotente, un uomo rozzo ed ignorante che si sentiva grande solo con i pugni chiusi, che non conosceva la forza di una mano aperta nella carezza…

Mi sentivo a disagio come se quel livido, tutte le botte prese, le parole pesanti come macigni dette solo per offendere, questo scappare come una ladra, tutto quanto fosse colpa mia…E chissà forse lo era, forse aveva ragione mia madre quando mi diceva: “L’hai voluto? Te l’avevo detto che era geloso e manesco… lo sapevi… adesso te lo tieni!”

Al tempo in cui questo racconto è ambientato in molte zone d’Italia ancora rurali, c’era un analfabetismo sentimentale molto diffuso, analfabetismo che derivava direttamente dalla mancanza di alfabetizzazione, e dalla mancanza di conoscenza. La cultura popolare ed i suoi retaggi dominavano sulla cultura d’emancipazione.

Firmina si è trovata in trappola perché non aveva avuto scelta o poca. Silvia la figlia di Firmina ha potuto scegliere perché conosceva.

La domanda parte spontanea. Come può una donna accudire un uomo che non ama?

Credo che ci siano stati due atti nella vita di Firmina nell’accudire il marito. Prima della partenza per Milano; Firmina doveva ancora intraprendere il viaggio per trovare sè stessa. E al rientro da Milano.

Penso che nell’accudire gli altri accudiamo anche noi stessi, accudendo una persona che non si ama, accudiamo quella parte di noi che fatichiamo ad amare, o che non ci è stato insegnato ad amare, la nostra parte meno accolta.

E’ con questa visione che ho letto di lei, di una donna che ha saputo essere resiliente, che attraverso le umiliazioni e le botte ha trovato il coraggio di amare se stessa. C’è una cassa di risonanza in ognuno di noi e ci sono “viaggi” sfidanti, a volte per trovare il meglio di noi, “viaggi” che capitano, “viaggi” che inconsciamente o consciamente scegliamo. La relazione con quest’uomo ha messo alla prova Firmina e lei ha vinto doppiamente perché quest’uomo ha saputo accoglierlo ed accudirlo ben due volte, da sano, ma con notevoli limiti e da ammalato.

Al ritorno da Milano lo ha accolto da donna consapevole, perché era sicuramente una donna diversa, padrona di se stessa. Credo che il secondo atto dell’accudimento verso quest’uomo l’abbia resa interiormente ancora più forte ed impenetrabile.

“Piansi per me, per tutto quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Alla fine piansi pure per lui pensando a quello che negandomi, aveva perso.”

Penso che i due atti siano intrinsechi e molto collegati fra loro.

L’ha accudito perché era una donna buona e responsabile, ma credo sia riuscita a farlo perché prima aveva subìto. Ora guardava lui nella stessa condizione, prigioniero del proprio corpo. Non che lei provasse piacere o rivalsa, ma probabilmente il sentimento dell’impotenza lei lo conosceva bene ed è stato per compassione e misericordia che è riuscita ad accoglierlo una seconda volta.  Ha arricchito se stessa. Di nuovo non è stata vittima passiva, ma parte attiva. Un esempio di donna incredibile. Ha sempre risposto con amore e questo amore l’ha resa sempre più forte e libera.