di Ida Renzicchi
di Ida Renzicchi
Nell’Arte di Informare, fa scuola l’inconfondibile stile, gentile e raffinato, del giornalista, politico e scrittore Jas Gawronski che Ida Renzicchi ha avuto l’onore ed il piacere di incontrare in un colloquio telefonico.
La nostra collaboratrice condivide volentieri con i web-users di Geapolis l’esperienza dalla quale è scaturita una conversazione che riflette la classe inimitabile del personaggio che, con grande generosità, ha definito interessante la nostra rubrica.

Signor Gawronski, corro il rischio di sembrarle un’adulatrice, ma non posso resistere dal dirLe che, quello che, oltre alla Sua indiscutibile competenza, mi ha molto colpito di Lei, allora giornalista corrispondente da Mosca, è stata l’eleganza e la sobrietà del Suo stile. In verità, mi è difficile pensare a qualcuno che l’abbia uguagliata. Lei è così anche nella vita privata?
Secondo me il vero stile appartiene alle persone che non si rendono conto di averlo. Se uno sa di avere una qualità e la usa, essa non è più una qualità. Il vero stile appartiene a chi non se ne rende conto e, siccome Lei gentilmente sostiene che io abbia stile, Le dico che io non me rendo conto e mi è difficile rispondere alla Sua domanda. Per quanto riguarda la mia vita, mi sembra di essere sempre la stessa persona e di vivere e comportarmi ugualmente sia nella mia vita pubblica, giornalistica o televisiva, che in quella privata.
La Sua famiglia, di nobili origini, vanta tra i suoi ascendenti anche il Beato Piergiorgio Frassati, morto a soli 24 anni, un moderno San Francesco dedicatosi ai bisognosi. Come ha vissuto la Sua famiglia la spiritualità di questo illustre componente?
Fra tutti i miei ascendenti, è Lui certamente il più importante e, di gran lunga, quello che rimarrà nella Storia. Io lo chiamo Santo, perché sarà proclamato santo, prima o poi. Un Santo eccezionale perché, come sottolineava Lei, non si limitava ad andare in chiesa a pregare, come fanno tutte le persone che credono e soprattutto quelle che sono vicine alla santità, ma passava molto tempo tra i poveri, ad aiutare la gente, a rendersi utile alle persone e questo, secondo me, è un sacrificio forse più forte ed impegnativo dell’andare in chiesa. E’ questa una sua caratteristica. Lui è morto giovanissimo, forse, invecchiando, avrebbe raggiunto uno stato più contemplativo.
E’ un Santo che ha aiutato veramente molte persone. Io ho una sorella che si chiama Vanda, che ha 96 anni, e che si occupa a tempo pieno di Piergiorgio. Sa come succede, quando uno muore, ci guadagna e viene giudicato migliore e, magari, ne parlano tutti meglio di quando era in vita. Non è questo il caso di Piergiorgio. Mia sorella, che ha contatti con tutto il mondo dall’Australia alle Filippine, mi dice che le reazioni a questa figura di Beato hanno fatto che sì che la fama di Piergiorgio sia diffusa ovunque nel mondo e, dice lei, forse all’estero anche più che in Italia. Come Lei sa, per le mie interviste, ho avuto vari colloqui con Papa Giovanni Paolo II e, ogni volta che ci incontravamo, il Santo Padre tornava sempre su mio zio. E’ lui che lo ha proclamato beato ed era un grandissimo ammiratore di Piergiorgio. Avevano caratteri simili, si assomigliavano molto, entrambi forti, di bella presenza, sani. Avevano in comune l’amore per la montagna, cosa che li univa.
E’ stato Giovanni Paolo II che lo ha definito “l’Uomo delle Otto Beatitudini”, un riconoscimento che di solito non si dispensa così facilmente. Mia madre, che era sua sorella, ha vissuto tutto questo molto da vicino perché, avendo con mio zio solo un anno e mezzo di differenza, da giovane, ha passato i primi vent’anni della sua vita insieme a lui.
Personalmente, devo dire che, quando ero piccolo, in famiglia se ne parlava tanto, e questo sentirlo ricordare costantemente mi aveva quasi un po’ stancato ed allontanato, ma ero giovanissimo, non avevo letto niente, non avevo capito nulla. Crescendo, quando poi ho iniziato a leggere le sue cose, ho capito quale grande personaggio fosse ed ho dimenticato quell’atteggiamento un po’ troppo sobrio che avevo prima nei confronti di Piergiorgio e ne ho apprezzato il grande valore.

Pier Giorgio Frassati immortalato nella sua ultima scalata (Wikimedia)

Pier Giorgio Frassati nell’ufficio del padre (Wikimedia)
Secondo Lei, in un mondo secolarizzato come quello di oggi, è possibile sperare in una gioventù che, seguendo l’esempio di Suo Zio, continui a mettere cristianamente in pratica l’insegnamento evangelico?
E’ un momento molto difficile per i giovani che sono strattonati da ogni parte, sia dalla rete che dai vari mezzi di comunicazione.
Io capisco che la gioventù al giorno d’oggi è un po’ frastornata dal continuo essere esposta a fonti di informazioni, giudizi e commenti di ogni genere.
Bisognerebbe veramente trovare un’alternativa alla passione, all’interesse che essi hanno per questi nuovi mezzi.
Io credo che faccia parte di un ciclo, cioè, adesso viviamo appunto quell’atmosfera che Lei ha così ben definito nella Sua domanda, ma credo che, col tempo, questa fase, questa anestetizzazione dei giovani rispetto ai grandi problemi morali e religiosi che normalmente hanno di fronte subirà una svolta e che ci sarà un ritorno alla meditazione ed alla contemplazione, non solo all’informazione.
Lei ha avuto il privilegio di conoscere Papa Giovanni Paolo II. L’intervista, rilasciataLe dal Sommo Pontefice e pubblicata da La Stampa di Torino, suscitò l’interesse mondiale. Chi, tra le tante persone da Lei incontrate, nel bene o nel male, L’ha maggiormente colpita?
Proprio come dice Lei, nel bene e nel male: proprio questa è la sensazione che ho avuto rispetto a questa persona che univa azioni di bene ed azioni nefaste. Parlo di Fidel Castro. Io ho avuto due colloqui con Castro. Ciascuno di tre ore, quindi ho trascorso sei ore con lui. Quando ho scritto l’articolo sono stato accusato da alcuni di essere stato troppo tenero, di non averlo criticato abbastanza. Ma io ho trovato una persona veramente molto diversa da quella che immaginavo: intelligente, curioso… curioso per esempio degli Stati Uniti d’America. Gli Stati Uniti erano il massimo rivale di Fidel Castro. Lui ha convissuto con undici Presidenti americani però non ha mai detto una parola negativa sugli Stati Uniti, e soprattutto mai contro il popolo americano.
Naturalmente criticava i Presidenti, la politica, ma non le persone, non l’atmosfera, non la cultura del popolo americano. Poi, se vogliamo parlare della sua parte “di male” non c’è dubbio che Fidel Castro abbia messo in prigione delle persone per il solo motivo che non fossero d’accordo con lui, ma credo lo abbia fatto in buona fede, anche se è difficile parlare di buona fede nel caso di persone imprigionate. Parlando con lui, posso dire che ha agito convinto di fare il bene di Cuba e dei cubani. Credo che la sua principale preoccupazione fosse il bene di Cuba e penso anche che sia l’unico dittatore sudamericano che non ha mai avuto un conto bancario in Svizzera come tutti gli altri dittatori americani. Un grosso personaggio, basti pensare che Fidel Castro, a capo di otto milioni di abitanti, ha condizionato e reso difficile la vita ad un impero enorme come quello degli Stati Uniti per tutti gli anni che è stato al potere. Quindi, come diceva Lei, nel bene o nel male, è stato un grandissimo personaggio.

Jas Gawronski con il leader cubano Fidel Castro (archivio fotografico http://www.jasgawronski.com/foto.php)
C’è qualcuno che, oggi, vorrebbe conoscere o intervistare?
Si certo, ci sono sempre persone che vorrei intervistare. Credo che quello che mi interesserebbe di più incontrare, sarebbe il dittatore della Corea del Nord: Kim Jong-un. Per i giornalisti, le interviste interessanti sono quelle fatte ad un personaggio che ne concede poche, ad esempio, Giovanni Paolo II, l’unica vera intervista politica che abbia mai fatto, l’ha rilasciata a me e non ne ha fatte mai altre. Il Papa attuale invece ne rilascia più facilmente. La mia non è assolutamente una critica, è una sua abitudine. Per un giornalista la preda prelibata è un personaggio che sia da una parte famoso e Kim Jong-un certamente lo è perché è come un pugnale nel cuore degli Stati Uniti e del mondo occidentale, quindi è personaggio, e d’altra parte, che io sappia, non credo abbia mai rilasciato interviste. Qualche dichiarazione l’ha fatta ma non ha mai risposto a domande spontanee, quindi, è Kim Jong-un la persona che io vorrei intervistare.
A partire dal Discorso di Ratisbona di Benedetto XVI e dalle risonanze da esso generate, crede che L’Europa stia perseguendo una eccessiva laicizzazione? E’ corretto parlare di una Europa post-cristiana?
Mi sembra assolutamente di sì: ne abbiamo tutti i segni, tutte le prove, tutte le dimostrazioni, ne parlavamo un po’ anche prima quando si parlava dei giovani. E’ colpa dei ritmi accelerati della vita moderna per cui non c’è tempo di fermarsi, di contemplare, di pregare, di concentrarsi. E mancano ideali, stimoli, atmosfere per cui valga la pena di cambiare vita, di essere portati a cose di livello più elevato. Non c’è dubbio che il pericolo della scristianizzazione sia già in atto. Ci sono alcuni Paesi dove è più accentuato, altri dove lo è un po’ meno. Un caso particolare è la Polonia. La Polonia è stato un Paese cattolicissimo, dove, ai tempi del Comunismo quando si andava in Chiesa, in una chiesa di Varsavia, silenzio assoluto, concentrazione totale dei giovani, tutti in ginocchio, anche i militari, quasi durante tutta la Messa, certamente nessuno stava in piedi durante la Consacrazione e l’Elevazione. Anche lì adesso la Chiesa ha minore influenza, minore potere e la curva sta via via scendendo. Bisognerebbe che alla guida della Chiesa ci fosse un personaggio carismatico come Giovanni Paolo II, per esempio, che certamente ha attratto molti nuovi adepti alla religione Cattolica.

Jas Gawronski con Sua Santità Giovanni Paolo II (archivio fotografico http://www.jasgawronski.com/foto.php)
Alcuni analisti prevedono una imminente “islamizzazione” dell’Europa come conseguenza del flusso migratorio dai Paesi africani e mediorientali. Esiste questo rischio? Come affrontare tale ventilata possibilità?
Il rischio esiste, perché abbiamo molti islamici che arrivano da noi ed è logico e comprensibile come giungendo in un Paese e stabilendovisi, vogliano costruire le loro chiese e diffondere il loro Credo. Ci sono due maniere per rallentare tale processo: da una parte unificare la Chiesa Cattolica, renderla più attraente, più pura… tutti questi scandali turbano e diminuiscono il potere di attrazione della Chiesa Cattolica… dall’altra, cercare di limitare gli arrivi di queste persone nel nostro Paese e, di conseguenza, in Europa e per questo bisognerebbe creare per loro, sul posto, delle condizioni di vita accettabili in modo che non vengano disperatamente spinti ad emigrare. Anche questa è una cosa difficilissima da realizzare. Io sono stato in Libia ed ho visitato un campo di concentramento, più che un campo, era proprio un enorme casone, dove c’erano tutti questi neri stipati, sudati per il caldo che faceva. Erano lì in questo campo che possiamo chiamare prigione, venivano dai vari Paesi africani perché, dalla Libia, speravano di arrivare in Europa. Ho parlato con alcuni di essi, ho capito che, in fondo, disperati come erano, preferivano affrontare questi viaggi lunghissimi e pericolosissimi, attraversando addirittura il deserto. Sceglievano di finire in una prigione in Libia, piuttosto che rimanere a casa loro e morire di fame. Erano in condizioni disperate e pensavano che nei campi di concentramento avrebbero potuto avere qualcosa da mangiare. Avevano bisogno di mangiare. Il loro problema era il cibo più che la libertà e fronteggiavano tutte queste difficoltà, questi rischi, pur di venire in Europa dove speravano avrebbero trovato condizioni di vita migliori.
Quali, a Suo parere, in un contesto di Unione Europea, potrebbero essere le soluzioni internazionali efficaci al problema dell’imponente immigrazione alla quale stiamo assistendo e che appare inarrestabile? Quale ruolo dovrebbe veramente occupare l’Italia nella gestione di tale criticità?
Più che dall’Italia e dai singoli Paesi, il fenomeno, di portata enorme, deve essere risolto dall’Europa, come Lei giustamente suggeriva. Io credo che anche a questo ci si arriverà, in fondo sono ottimista. Bisogna creare delle condizioni per cui questa gente non abbia più tanto disperato desiderio di emigrare, di venire in Europa. Queste persone non vengono in Europa perché pensano che sia bella, vengono perché pensano di vivere meglio. Se noi riuscissimo a creare condizioni migliori in Africa per gli africani, questa pressione sull’Europa diminuirebbe. Il problema è che proprio allo guida di questo movimento di sfruttamento dell’Africa c’è la Cina, un Paese piuttosto ingombrante e pericoloso nella sua politica di espansione e gli Stati Uniti e l’Unione Europea dovrebbero arginare l’enorme influsso che questa nazione sta avendo su tutta l’Africa.
Aderire all’Unione Europea, si è rivelata una scelta giusta o no? La decisione della Gran Bretagna di uscire dal patto Europeo potrebbe, a distanza di anni, rappresentare un input per altri membri o rimarrà un caso isolato e di studio futuro? O, come qualcuno ipotizza, potrebbe forse l’Inghilterra tornare nuovamente, ed anche relativamente presto, a far parte dell’Unione Europea? Si è parlato di Polexit dopo la sentenza della Corte di Cassazione Polacca che ha stabilito la supremazia delle leggi polacche su quelle europee in contrasto con uno dei principi fondativi dell’Unione Europea. Quale, secondo Lei, in un prossimo scenario, il ruolo della cattolica Polonia, tenuto conto dei recenti sviluppi politici al suo interno?
Questo è un problema più di Alta Economia che di Politica. Quello che posso dirLe è che l’Unione Europea oggi come oggi non è una unione politica, ma una unione economica. Per esempio la Polonia, pur facendo parte dell’Unione Europea, non ha adottato l’euro e questo, per la nazione, si è rivelato un grande vantaggio economico-finanziario.
La stessa Polonia (cito spesso la Polonia più degli altri Paesi essendo io per metà polacco), ogni tanto minaccia di uscire dall’Unione, o perlomeno, così dicono i governanti polacchi che sono molto nazionalisti. Io non credo che nei prossimi anni la Polonia o altri Paesi vogliano uscire, penso piuttosto il contrario, ossia che vi siano molte nazioni che vogliano invece entrare nell’Unione Europea.
Oggi come oggi l’UE è una unione che si basa sull’economia, sui soldi, quindi se i singoli Stati ritengono che, restando in Europa, ci sia da guadagnare, ci rimangono, nel momento in cui si rendessero conto che il costo della vita aumenta e che starebbero meglio fuori dall’Unione perché potrebbero guadagnare di più, è chiaro che sarebbero tentati dall’idea di uscirne come ha fatto la Gran Bretagna. Personalmente, non ritengo ci sia possibilità che la Gran Bretagna rientri, almeno non in tempi brevi. Riallacciandomi a quello che dicevo prima, ci sono Paesi che corteggiano l’idea di poter uscire dall’Europa perché lo ritengono un proprio diritto. L’Europa non è una prigione, è una Unione di Stati consenzienti e ci sono Paesi, parliamo ancora della Polonia, che usano la minaccia di uscirne per ottenere qualcosa o per evitare delle sanzioni. Nel caso della Polonia, per il modo poco democratico con cui è gestito il potere, vengono dimessi giudici che non sono favorevoli al governo… insomma cose molto tristi da raccontare. Io non credo che la Polonia uscirà dall’UE o che nell’immediato futuro, nei prossimi anni, ci sia qualche altro Paese che voglia uscirne. Penso che la tendenza sia piuttosto di Paesi che vogliano entrare nell’UE. Però la possibilità che qualche altro non voglia più farne parte va presa in seria considerazione, naturalmente.

Jas Gawronski con il generale Wojciech Jaruzelski

Jas Gawronski con il leader di Solidarnosc Lech Walesa (archivio fotografico http://www.jasgawronski.com/foto.php)
Lei che ha seguito da vicino e per anni la politica estera, quali previsioni si sentirebbe di fare in merito all’attuale situazione politico/economica internazionale? Ad esempio, Russia/Ucraina-Stati Uniti d’America…
Fino a vent’anni fa il mondo classico era diviso dalla guerra fredda fra Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica. Due grandi potenze militari che si temevano reciprocamente e quindi il pericolo di guerra era molto limitato. Purtroppo, negli ultimi anni, è entrata in scena un’altra grande, pericolosissima potenza: la Cina, dove, come nei regimi comunisti, è rimasta la limitazione delle libertà, della libertà di movimento, della libertà di espressione, della libertà di pensiero, e dove però l’economia è gestita con il sistema occidentale, un’economia quasi libera. Pechino bada ai propri interessi; questo ha dato un enorme sviluppo alla Cina che, ne parlavamo appunto prima a proposito dell’Africa, è il nuovo protagonista della scena politica mondiale e bisogna tenerne conto. Il fatto è che questi leaders, come Putin… Putin è un dittatore, certo, però è uno dei politici più intelligenti che ci sia oggi sulla scena mondiale e così anche il leader cinese Xí Jìnpíng. Sono persone di grandissima qualità e non sempre nei Paesi occidentali, nei Paesi europei, ci sono al governo persone dello stesso calibro. Bisogna quindi soprattutto condizionare e controllare la Cina, perché sarà la Cina il grande destabilizzatore degli equilibri mondiali.

Jas Gawronski (Fonte:Wikimedia Commons)
Tra i numerosi e prestigiosi incarichi, Lei ha ricoperto anche quello di Presidente della Quadriennale di Roma, fondazione per la promozione dell’Arte Contemporanea. Ritiene che l’Italia sostenga a sufficienza l’Arte? Cosa proporrebbe al riguardo?
Ci sono la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, organizzazioni statali che hanno proprio come obiettivo il compito di sostenere l’Arte.
Certo l’Arte oggi è una parola un po’ vaga, un po’ anche dispersiva. Si definisce Arte anche cose che tanti di noi non definirebbero come tale. Qui scattano le sensazioni ed il sentire personale, diciamo che ognuno giudica in base alla propria sensibilità.
Io credo che l’Arte vera o quella semi-vera o che più somiglia all’Arte vera, alla fine sia seria. Certo se ci sono delle strutture che appoggiano e che aiutano i giovani artisti ad emergere, è meglio, però alla fine quelli bravi uno sbocco lo trovano sempre.
Come dare spazio proporzionato ed adeguato ai tanti artisti sconosciuti?
Ci sono appunto queste organizzazioni, che abbiamo appena nominato, deputate a segnalare al resto del Paese quelle che sono le capacità emergenti, gli artisti che possono meritare un futuro migliore. Questa è la strada istituzionale, se poi un artista si candida alla Biennale e non viene ricevuto però è bravo, io penso che, magari con maggiori difficoltà, alla fine, riesca sempre ad emergere, bisogna che si tratti di artisti capaci di sfidare le leggi di mercato e siano in grado di affermarsi.
Da un punto di vista privilegiato quale potrebbe essere il Suo, esiste, tra gli artisti contemporanei, il rischio che volendo fare “altro”, finiscano per fare il “nulla”? Mi spiego meglio, Lev Nikolaevicˇ Tolstoj, nel suo trattato “Che cos’è l’Arte?”, non risparmiò giudizi perentori e stroncature sull’opera di tanti talenti consacrati… La mia domanda è: chi e in base a quali criteri stabilisce oggi cosa può essere definito Opera d’Arte, ossia cosa è “Arte” e cosa non lo è?
Credo che nessuno possa stabilire cosa sia Arte e cosa no, perché ritengo ci siano delle sensibilità e delle sensazioni personali. Ognuno ha la propria sensibilità, soprattutto in un campo come quello dell’Arte moderna. Nell’Arte antica il bello era assoluto, nell’Arte moderna è molto difficile che ci sia unanimità e questo riconoscimento totale dell’Arte al di fuori delle grandi Istituzioni che abbiamo prima menzionato. Tutto quello che ne è al di fuori, non ha una guida, non ha una ispirazione ed è difficile che si possa affermare ma, torno a ripetere, che se un artista è bravo, alla fine emerge. Nessuno può stabilire cosa sia Arte e cosa no. Esiste anche il rischio che qualcuno possa anche definire Arte qualcosa al solo scopo economico di farne aumentare il prezzo.

Jas Gawronski con il Premio Oscar Gianni Quaranta ( su gentile concessione, archivio fotografico Gianni Quaranta)
Lei, che ha fatto una televisione colta e si è occupato di divulgazione scientifica, cosa ne pensa dell’attuale produzione televisiva italiana che punta sempre più su spettacoli di intrattenimento fondati su reality, talk show, molti dei quali basati su gossip, e quant’altro, riservando sempre meno spazio ed orari notturni ai programmi culturali? “Panem et circenses”? Secondo Lei possiamo applicare alla scelta dei palinsesti televisivi, la locuzione latina di Giovenale, per parlare di una certa demagogia che vorrebbe distrarre la massa dai problemi irrisolti del Paese? Non Le sembra che, anziché andare avanti, si stiano facendo passi indietro? Perché, soprattutto da parte del servizio pubblico, non si prescinde dai dati auditel e non si considera il popolo sufficientemente maturo per trasmissioni che contribuiscano ad incrementarne la conoscenza e di conseguenza la cultura?
Io trovo che, come Lei dice, ci sia molta volgarità. Credo che la colpa non sia tanto di chi produce o di chi trasmette programmi quanto degli Italiani che evidentemente preferiscono questo tipo di trasmissioni ad altre più culturali.
Siamo in un libero mercato e quello che condiziona le scelte sono le preferenze delle persone. La colpa è di chi guarda. E’ il popolo, la gente che ama queste cose. Con il tempo, cambieranno anche i gusti. Io ho visto in America, anche lì c’è grande volgarità però poi c’è sempre anche un’alternativa, un altro tipo di trasmissioni. Bisogna comunque sempre lasciar scegliere alla gente, al popolo.
Geapolis, l’associazione culturale con la quale collaboro, è una community web che promuove e sostiene la cultura della formazione e dell’educazione permanente degli adulti, cercando di favorire e implementare processi di innovazione sociale in situazioni e contesti a rischio di povertà educative e culturali (ho testualmente copiato la dichiarazione delle intenzioni nel sito dell’Associazione). Con il supporto della tecnologia, la community web di Geapolis intende diffondere la cultura digitale sul territorio. Lei, giornalista, politico e scrittore quali sviluppi futuri prevede per la carta stampata? Le nuove generazioni continueranno a comprare e leggere libri e giornali oppure, complice la rete, stiamo pericolosamente inoltrandoci in una mera e arrogante fruizione istantanea e nozionistica dei contenuti?
Spero proprio di no. Sicuramente i giornali pubblicheranno meno e in meno copie. Sono destinati a finire, purtroppo, e con essi il piacere di leggere un giornale, tenerlo in mano, sentirne il rumore, il fruscio della carta… un piacere incomparabile. Credo che sia questo il futuro. Forse quelli che reggeranno meglio l’urto di questa tendenza, quelli che resisteranno di più rispetto agli altri, saranno i giornali locali, i giornali provinciali, non quelli che danno le grandi notizie politico-economiche ma quelli che parlano dei campi di patate, del raccolto, della piccola cronaca locale, saranno quelli che reggeranno di più. I grandi giornali, del resto le cifre lo dimostrano già oggi, sono destinati a finire, ce ne saranno sempre meno. Per i libri forse sarà un processo un po’ più lento, almeno spero. Mi fa impressione vedere queste librerie enormi e poca gente che compra. Credo comunque che rinunciare ai libri sia un po’ più difficile.
Come trascorre il Suo tempo libero? Cosa Le piace fare? Progetti?
Mio fratello, da ragazzo, mi ha insegnato a seguire la musica sulle partiture, così quando posso, quando ho tempo e quando ne ho voglia, ascolto la musica classica e jazz leggendo le note sulle partiture. La musica si capisce molto di più vedendola anche scritta oltre che ascoltandola. E poi, faccio anche delle passeggiate, innanzitutto per piacere, e poi perché fa anche bene alla salute.
Ringrazio il dottor Jas Gawronski per l’opportunità, esclusiva e preziosa, concessami e colgo l’occasione per augurargli tutto il bene possibile.
Ida Renzicchi
Roma, 26 Gennaio 2022