di Ida Renzicchi
di Ida Renzicchi
La Musica è la voce dell’anima e la Lirica ne è la massima espressione artistica. Il Bel Canto e l’Opera Lirica sono nati in Italia e sono parte integrante del patrimonio culturale immateriale del nostro paese. La tradizione musicale, orgoglio e vanto della nostra nazione, è universalmente riconosciuta come una delle più importanti al mondo e la lingua italiana, considerata “lingua della musica”, viene usata in molti termini musicali e certamente in quelli legati all’opera lirica.
Molti asseriscono che, proprio dalle peculiarità del loro linguaggio, che è alla base dei mezzi espressivi dello stile belcantistico, si spiega il successo degli italiani in quest’arte. I più noti cantanti lirici di tutto il mondo conoscono l’italiano e non solo le arie più famose, ma anche canzoni popolari tradizionali che vengono eseguite in tutti i repertori. Sono italiani i più importanti compositori d’opera, librettisti e anche molti illustri autori stranieri hanno usato la nostra lingua per le loro composizioni. Le Fondazioni liriche italiane sono le più richieste per mettere in scena le Opere liriche ed è in Italia che si trovano i più importanti teatri lirici del mondo ed anche il più antico, il San Carlo di Napoli.

Sono molti gli studenti stranieri che, riconoscendo la nostra come patria del Bel Canto, ne frequentano i conservatori di musica divulgando poi la cultura operistica in tutto il mondo.
Da anni è stata presentata la candidatura italiana, sottoscritta da tante personalità che in più occasioni hanno lanciato appelli, per il riconoscimento del Bel Canto e dell’Opera Lirica come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
Bel Canto, è dunque un termine musicale di origine italiana per definire l’arte e la scienza della tecnica vocale che nata nel tardo ‘500 a Firenze con la Camerata de’ Bardi: un cenacolo di umanisti, appassionati di poesia e musica che, primi, teorizzarono il “recitar cantando”, da cui sarebbe nato il melodramma operistico il quale, sviluppandosi ulteriormente negli anni successivi, raggiunse nei tre secoli seguenti, ‘600, ‘700 e ‘800 il suo massimo splendore. Uno stile italiano, tipico dell’Opera, una tecnica di canto virtuosistico caratterizzata dal passaggio omogeneo dalle note gravi alle acute, da agilità nell’ornamentazione e nel fraseggio e dalla concezione della voce umana come strumento.

Le facce degli angeli. Polittico dell’Agnello Mistico 1426-1432 Jan Van Eyck e Ubert – Cattedrale San Bavone (Belgio)
Entriamo in punta di piedi nel particolare mondo dei “musici” del periodo barocco e dei controtenori del nostro tempo, approcciandoci in silenzio e con rispetto, a questo misterioso universo di mille sfumature e di sensazioni uniche.
Verso la metà del XVI secolo, con l’affermazione del canto polifonico, divenne davvero difficile scovare voci maschili che fossero nel contempo acute e potenti.
Poiché la Chiesa aveva dato una interpretazione totalmente restrittiva a quanto affermato da Paolo di Tarso nella prima lettera ai Corinti, “mulier taceat in ecclesia” (la donna taccia in chiesa) ed alle donne era quindi inibita sia la presenza nei cori ecclesiastici che la partecipazione agli spettacoli teatrali, “mulier taceat in theatro”, a Roma, si cominciò ad introdurre la barbara usanza di castrare (dal sanscrito çastrám, coltello) i giovani cantori per conservarne la purezza e la melodiosa magia delle voci. (tale incivile pratica era già esercitata, dall’antico popolo dei Sumeri, sugli esseri umani addetti alla sorveglianza dell’Harem, gli Eunuchi).
Alla metà del Cinquecento, entrare in un coro ecclesiastico, era una benedizione per il castrato e per i suoi familiari. Diventare cantore liturgico era uno dei pochissimi modi che i più umili avevano di elevarsi socialmente e, soprattutto, di vivere quasi alla stregua dei nobili e dell’alto clero. Le famiglie dei fanciulli che dimostravano particolare abilità nel canto facevano a gara per proporre i propri pargoli ai prelati per la “sacrosanta” castrazione. Solo i migliori però potevano ambire a diventare cantori.
Nei due secoli, XVI e XVII, i cantanti sopranisti, contraltisti o falsettisti naturali, detti anche “musici” o “cantori evirati”, incantarono le platee dei teatri di tutta Europa. Costoro, giovani quasi esclusivamente di estrazione clericale, castrati già in età prepuberale, grazie a questa terribile cruenta usanza, acquisivano, timbri vocali ricchissimi, estensioni abnormi, ampliando capacità e pienezza polmonare, dolcezza e duttilità espressiva, interpretando, con strabilianti virtuosismi, indistintamente personaggi idealizzati, esotici, mitologici, allegorici, senza predeterminate partiture maschili o femminili.

I pannelli con gli angeli. Polittico dell’Agnello Mistico 1426-1432 Jan Van Eyck e Ubert – Cattedrale San Bavone (Belgio)
L’impiego dei castrati, vietato in Francia ma ampiamente praticato in Italia, Spagna, Germania ed Inghilterra, rimpiazzava quello delle voci bianche, che rimangono tali solo per pochi anni, e dei falsettisti artificiali (quelli che oggi chiamiamo controtenori) i quali, grazie alla maggiore capacità polmonare prerogativa del sesso maschile e ad una voce opportunamente educata, erano in grado di muoversi su tessiture di ambito tonale femminile riuscendo ad acquisire le modulazioni caratteristiche delle voci di donna più deboli e meno affidabili appunto perché dotate dalla natura di una capacità toracica inferiore rispetto a quella degli uomini.

Il Coro della Cappella Sistina-Vaticano- 4 Marzo 1898. Presenti i cantanti castrati: Giovanni Cesari (1), Domenico Salvatori (2), Domenico Mustafà(3) Alessandro Moreschi (4), Vincenzo Sebastianelli (5), Gustavo Pesci (6), Giuseppe Ritarossi (7).
Nel 1599 i musici evirati entrarono ufficialmente nel coro della Cappella Sistina, la cappella privata del Pontefice: i primi due cantori, fortemente voluti da Papa Clemente VII per le loro voci definite “angeliche” furono Girolamo Rossini e Pietro Paolo Folignato.
Nel 1878 Leone XIII, ripristinando l’antica tradizione che voleva fossero i fanciulli a far parte dei cori ecclesiastici, proibì che la Chiesa continuasse a scritturare i castrati. Essi continuarono ad essere impiegati ancora per alcuni anni, ma solo “ad Honorem Dei” nella Cappella Sistina ed in altre basiliche romane. Nel 1903, Pio X, con il motu proprio sulla musica sacra “Tra le Sollecitudini”, così si espresse al riguardo: “..Dal medesimo principio segue che i cantori hanno in chiesa vero officio liturgico e che però le donne, essendo incapaci di tale officio, non possono essere ammesse a far parte del Coro o della cappella musicale. Se dunque si vogliono adoperare le voci acute dei soprani e contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa.”.
Alessandro Moreschi, l’ultimo castrato ad arrivare al successo, si ritirò dall’attività nel 1913. Di lui un critico musicale tedesco scrisse: “Non credevo che la voce umana potesse essere il più straordinario di tutti gli strumenti musicali, fino a quando non ho ascoltato Moreschi”.
Il massimo esponente dei cantori evirati, divenuti simboli di un’estetica vocale stilizzata e lontana dai canoni del realismo teatrale, fu il grande Carlo Maria Michelangelo Nicola Broschi, vissuto nel 1700, conosciuto da tutti come Farinelli, capace di tenere due o trecento note con un solo respiro.
La bellezza della sua giovane figura alta e slanciata e l’incredibile estensione della voce, permisero a Farinelli di interpretare negli anni di permanenza a Roma anche parti femminili.

Ritratto di Carlo Boschi detto Farinelli – Corrado Giaquinto, 1753 -Museo internazionale e biblioteca della musica (Bologna)
Charles Burney, compositore, organista, storico della musica inglese, nel suo “Viaggio musicale in Italia”, del 1771, racconta come il celebre artista si esibì, vincente, in gara con un trombettista a suon di fiati e gorgheggi. A tal proposito, scrive: “Farinelli, invece, mostrando di avere fino a quel momento soltanto scherzato col suo avversario, col sorriso sulle labbra, senza riprender fiato e con intatto vigore, non solo emise una nota, la rinforzò e trillò, ma eseguì i più rapidi e difficili gorgheggi, e fu messo a tacere unicamente dalle acclamazioni del pubblico. Si può dire che da quel momento nacque quella superiorità che conservò poi indiscussa sui suoi contemporanei”.
Farinelli, il Dio del Belcanto, estasiò tutte le corti ed i teatri d’Europa con le sue straordinarie esibizioni. “…nel 1737 il grande Farinelli si vide offrire dal re di Spagna uno stipendio annuo di 50.000 franchi: rimase al suo servizio per venticinque anni col compito di cantare tutte le sere le stesse quattro arie” (Cappelletto, 1995, P. 62).

Jacopo Amigoni, Ritratto di Farinelli – Staatsgalerie Stuttgart (Stoccarda)
Il cantante, colto e raffinato, conosceva benissimo le lingue francese, inglese, tedesca e spagnola. Divulgatore della cultura italiana, aiutò generosamente gli artisti suoi connazionali ad affermarsi ovunque i suoi impegni all’estero lo conducessero. Il complesso stesso delle sue eccezionali qualità di uomo e di artista ne fecero un fenomeno unico ed irripetibile.
Soffermandosi su un particolare che la dice lunga sull’infatuazione che tutto il mondo artistico, specialmente il pubblico di Londra, aveva per Farinelli, Johann Nicolaus Forkel, musicologo, organista e musicista tedesco, nella sua citazione sulla tavola del famoso ciclo di incisioni realizzato da William Hogarth, pittore, incisore, autore di stampe satiriche, nel 1735, così scrive: “Nella stessa tavola, che rappresenta una stanza, sul pavimento si vede un ritratto di Farinelli posto su un piedistallo di fronte ad un altare, sul quale ardono diverse candele; accanto all’altare una folla di persone tendono le braccia verso di lui e gli porgono doni. Ai piedi dell’altare è inginocchiata una dama, che gli offre il suo cuore: dalla sua bocca pende un biglietto con la scritta: “One God, one Farinelli!” (Un solo Dio, un solo Farinelli!): allusione a una signora che, deliziata da un passaggio di Farinelli, gridò questa frase ad alta voce dal suo palco”. (Musikalisch-Kritische Bibliothek).
Oggigiorno, i cantori evirati non esistono più: per legge, la castrazione è stata abolita.
Il ruolo dei “musici” del periodo barocco è attualmente interpretato dai controtenori, quelli chiamati prima falsettisti artificiali: persone dalle doti naturali non comuni, le quali, sottoponendosi a grande studio ed esercizio acquisiscono una vocalità straordinaria che non è imitazione del canto femminile e che, nonostante il registro più acuto e sovrapponibile, in molti casi, a quello del contralto, cerca anzi di mettere in risalto la base maschile.
“Countertenors are curious creatures: men with the approximate range of mezzo-sopranos.” I controtenori sono curiose creature: uomini con un range approssimativo di mezzi soprano. (Margalit Fox – The NewYork Times-April 23, 2016).
Ricordo la stupenda voce del controtenore giapponese-americano Brian Asawa nell’interpretazione di una parte di rilievo, quella del componente della banda capeggiata dal figlio della protagonista femminile, nel dramma Gogo no Eiko ispirato a “Il sapore della gloria” dell’autore giapponese Yukio Mishima, musicato dal Maestro Hans Werner Henze, messo in scena il 17 giugno 2010 al Festival dei Due Mondi di Spoleto con la regia di Giorgio Ferrara, scene di Gianni Quaranta, costumi di Maurizio Galante, luci di AJ Weissbard, direttore d’orchestra Johannes Debus.

BRIAN ASAWA – Gogo no Eiko – Spoleto- Italia

BRIAN ASAWA (secondo da destra) – Gogo no Eiko – Spoleto- Italia
Brian Asawa, scomparso a soli 49 anni, uno dei più famosi controtenori al mondo, si era esibito in tutti i maggiori teatri ottenendo ovunque successi strepitosi.“Mr. Asawa was one of only a handful of them to enjoy international renown.” Mister Asawa fu uno dei pochi a godere di fama internazionale. (Margalit Fox – The NewYork Times-April 23, 2016).
Philippe Jaroussky, Raffaele Pe, Angelo Fernando Galeano, Michael Maniaci, Francesco Divito, Adonà Mamo, Alessandro Carmignani, Filippo Mineccia sono solo alcuni degli “angeli” moderni, controtenori contemporanei, che continuano a porgere a tutto il mondo la cultura musicale muovendosi con elegante disinvoltura tra opera barocca e raffinate esecuzioni moderne.

Approfitto della gentilezza del Maestro Gianni Quaranta che ne ha curato la stupenda scenografia, il quale, concedendo di pubblicare le foto del suo archivio personale relative al film “Farinelli Voce Regina”, realizzato appunto sulla vita del celebre “musico”, mi offre l’occasione di presentare ai web-users di Geapolis il film drammatico, biografico, musicale del 1994 diretto dal regista belga Gérard Corbiau.