Vaccini contro l’indifferenza… “Il sapore delle sorbe”

Persone e Comunità/ Storie di guerra… storie di vita. Laboratorio del racconto 

27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA. INVITO ALLA LETTURA 

L'indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c'è limite all'orrore. `{`…`}`L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l'apatia morale di chi si volta dall'altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. `{`…`}` L'indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori. `{`…`}` La memoria vale proprio come vaccino contro l'indifferenza. (Liliana Segre)

IL SAPORE DELLE SORBE: un libro necessario…

 a cura di Antonella Cesari 

Che sapore hanno le sorbe?

Per il diciannovenne Peppe, classe 1898, chiamato al fronte nella prima guerra mondiale, nel ’17, le sorbe hanno un gusto acido che provoca crampi proprio all’altezza degli zigomi. Hanno un gusto acerbo e aspro che fa attaccare la lingua al palato. È il sapore della guerra, il sapore della trincea, che altera e rende torbido il gusto della vita e dei ricordi più cari. Nel maggio 1917, mentre i soldati sono accampati sulle rive dell’Isonzo, Peppe scrive: “[…] Poco distante dalla riva del fiume, dove andavamo ad appartarci per qualche bisogno, su un terreno compatto si ergeva un grande albero di sorbe selvatiche. […] Raccolsi alcuni frutti… Ne lasciai solo uno nel palmo ruvido della mano. Lo misi in bocca, ma era talmente acerbo e aspro che la lingua mi rimase attaccata al palato. Quel gusto acido mi provocò dei crampi proprio all’altezza degli zigomi. [..] A casa in pieno sole avevamo un longevo sorbo domestico e mia madre, verso settembre e ottobre, raccoglieva quei piccoli frutti giallo-rossicci tondeggianti, simili a piccole mele, che chiamava “il frutto dei nonni e della pazienza”, lasciandoli maturare; una volta scuriti, li riponeva in una cassetta di legno per l’ammezzimento e poi dentro alcuni orci in una vecchia credenza. Non ricordo di averne mai mangiati di così acerbi. Avevo sempre avuto un buon ricordo del sapore delle sorbe, oggi era cambiato anche il loro gusto, mi riportavano alla mente il passato e mi rigettavano bruscamente nell’orribile presente senza lenire le mie preoccupazioni”.

È soltanto un breve passaggio della vita in trincea raccontata da Peppe (Giuseppe Spitoni), un uomo che ha vissuto sulla propria pelle le due Grandi Guerre. Un’impronta «a caldo» che ci conduce attraverso un sobrio, struggente e poetico viaggio indietro nel tempo: sulle trincee del Carso, attraverso i reticolati della terra di nessuno o nelle retrovie, fra i camminamenti scavati in prossimità degli argini dell’Isonzo, fino a Dolina Roma, Lubiana, Mauthausen, Plan. Ne emerge così la guerra come esperienza collettiva e privata, quella di tante storie singole di individui uniti dalla stessa sorte e dall’appartenenza allo stesso mondo. Quello di un microcosmo fatto di riti, usanze e tradizioni dalle radici secolari, i cui tempi di vita sono scanditi dal rapporto con la natura e le stagioni, i cui orizzonti sono contraddistinti dalla cultura dialettale, prevalentemente orale.

Nella prima parte, il racconto inizia ad una voce nel gennaio del 1917 ma l’esperienza della guerra si ripete nel 1943. Al racconto si unisce la voce della figlia bambina, Gianna, costretta a crescere in fretta, immersa nell’immane tragedia della seconda guerra mondiale. Il bombardamento di Pescara, la fuga verso Massa Martana, uno sperduto paese in provincia di Perugia, lontano dagli obiettivi individuati per i bombardamenti aerei. E poi l’otto settembre 1943, il ritorno a Pescara, le inquiete giornate nelle vicinanze della linea Gustav, la vita da sfollati e poi finalmente dal 1944, per Peppe e la bambina Gianna la nuova vita a Pescara. Finalmente la scuola, l’amore, il matrimonio e tre figli….”Dopo la guerra niente di più brutto poteva accadere”.

Il sapore delle Sorbe narra così le vicende di una famiglia italiana a partire dalla Grande Guerra fino agli anni successivi del secondo conflitto mondiale. Ciò che rende particolarmente interessante il romanzo è la penna e il cuore, la poesia e la prosa di Cinzia Maria Adriana Proietti alla quale ben si addice il famoso e saggio detto popolare “Con il tempo e con la paglia maturano le sorbe”. Il romanzo infatti prende spunto dai resoconti e dalle lettere della famiglia di suo marito Claudio, nipote di Peppe e figlio dell’allora “piccola Gianna”.

Dopo la morte di sua suocera, vissuta per dodici anni in famiglia, passati a narrare la Storia e le storie di vita di qui tempi tanto bui, l’autrice custodisce e si prende cura di questa storia familiare facendola diventare memoria feconda. Un messaggio di speranza che scaturisce dalle vicende di chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle e che combattendo nutriva la sola e unica speranza di sopravvivere.

Un romanzo attualissimo, in un tempo dove il richiamo e la seduzione di “giocare alla guerra” sono quanto mai prossimi … Un libro adatto per chi desidera ricordare, chi desidera documentarsi, per chi ama scegliere letture di qualità. Un libro maturo, perché “Con il tempo e con la paglia maturano le sorbe, il frutto dei nonni e della pazienza”, perché le vicende delle famiglia di Cinzia Adriana Proietti hanno avuto bisogno di essere ammorbidite da profondi e caldi legami familiari, dell’attesa e del trascorrere del tempo necessario ad elaborare e portare a “maturazione” anche le vicende più dolorose. Complimenti all’autrice! Assolutamente consigliato.

DAL DIARIO DI PEPPE.  OTTOBRE 1917 – MAUTHAUSEN

Nell’ottobre 1917 Peppe, il protagonista del romanzo venne trasferito nel campo di prigionia di Mauthausen, quello che nel secondo conflitto si trasformò in Campo di concentramento nazista.

OTTOBRE 1917 – MAI THAUSEN (dal libro  Il sapore delle sorbe. Vissuti di guerra 1917-1945 – pag. 70-71)

Da Lubiana, primo centro di raccolta dei prigionieri, ci tra­sferirono verso i due principali campi di prigionia dell’Impero Austro-Ungarico: Siegmundsherberg e  Mauthausen. Il viaggio verso quest’ultimo, dove fui condotto, fu una continua tribo­lazione. Lunghe soste quasi in ogni stazione, pigiati in vagoni bestiame, scortati da sentinelle che non sempre consentivano di scendere a quelli che ne avevano “bisogno”. Di mangiare pur­troppo se ne parlò solo il secondo giorno. Quando, a pomerig­gio inoltrato, scendemmo dai vagoni, molti si tenevano in piedi a stento. Cercavamo di aiutarci, di sostenerci, appoggiandoci l’uno contro l’altro, come per sopportare a vicenda i nostri pesi. Coperto il piccolo tratto che separava la stazione dal campo di prigionia tedesco, fummo alloggiati in una delle tante baracche, dove poi ci fu distribuita una gavetta d’orzo e pane secco. I giorni seguenti ci diedero fettine di patate crude, secche e con tutta la buccia, le stesse con cui mia madre rifocillava conigli e galline.

“Raus arbeit!”. Fortunato colui che non sa cosa significano que­ste parole: semplicemente “fuori al lavoro!”. Così ci davano il buongiorno gli austriaci. A questo grido ci alzavamo da quei tavolacci su cui dormivamo, senza materassi né coperte. Spesso facevano seguito urli e spintoni ai più indolenti o ai poveretti lenti a muoversi. Era questo il sistema praticato quando occor­revano uomini per fare i lavori forzati. Assediavano una baracca e guai a chi tentava di scappare, poteva arrivare una legnata o anche una pallottola. Rassegnati, raccoglievamo in fretta le po­che cose che avevamo e via di nuovo partivamo scortati. Dove si era diretti? Si poteva andare alla vicina stazione ferroviaria a scaricare o caricare vagoni di legna o di carbone oppure esse­re impiegati nelle manovre di smistamento al posto della loco­motiva. A volte potevamo finire a lavorare in qualche cava di granito o miniera dei vicini Carpazi o della Carinzia. Quando capitai in questi assedi la sorte mi arrise e tutte le sere potei tornare al campo dove la vita forse non era delle migliori, ma comunque era pur sempre una vita. Nessuno dovrebbe calpe­stare i diritti umani, eppure ciò accadeva sempre. Da quanto si sentiva raccontare in giro, in altri campi di prigionia c’era chi stava molto peggio di noi. Qualcuno invece mi disse che da qui non si sarebbe mai usciti vivi, nessuno era disposto ad inviarci i sostentamenti necessari. Triste sorte per tutti. Mia madre diceva sempre “al peggio non c’è mai fine!”: sante parole. Venivamo considerati disertori e traditori, accusati di esserci arresi senza combattere.

Quell’eterna fiamma che si chiama speranza, che si fa viva nei momenti più tristi e difficili, mi supportava e mi esortava ad avere coraggio, ad andare avanti, ogni attimo, giorno dopo gior­no. Mi ero costantemente ripetuto che le cose non accadono mai per caso, che tutto ha un senso, che ogni cosa succede in un preciso momento, né prima, né dopo e sta a noi trovarne il significato e la motivazione. Ora mi domandavo quale fosse il mio di destino, per quale scopo mi trovavo lì a vivere quei mo­menti così terribili. Ogni sera prima di addormentarmi avevo imparato a pregare. Non lo avevo mai fatto prima.

Il sapore delle sorbe. Vissuti di guerra 1917 – 1945

 a cura di Cinzia Maria  Adriana Proietti 

“Un popolo di soldati con un esercito di cittadini”…

 

 

…riportata su una lettera delle forze armate scritta da Peppe, protagonista del romanzo storico “Il sapore delle sorbe. Vissuti di guerra 1917-1945”.

 

Per un soldato mobilitato al fronte o prigioniero in mano nemica, lontano dalla propria casa, spedire e ricevere lettere e cartoline significava in qualche modo mantenere il legame con gli affetti familiari, avere un motivo per resistere alle violenze e alle atrocità della guerra.

La corrispondenza, sia pur condizionata dalla censura a cui veniva sottoposta, costruiva un ponte tra i ricordi della vita vissuta prima della guerra, fatta di sacrifici ma anche di valori e affetto, e quella futura che speravano di vivere e ricostruire dopo la fine del conflitto.

Le cartoline postali distribuite ai soldati mobilitati italiani durante l’ultimo conflitto hanno assolto anche al compito di essere veicoli di propaganda.

Dal dicembre 1940 ebbe inizio, sul fronte interno, l’attività della propaganda: vennero distribuiti vari tipi di cartoline in franchigia che, a mezzo di disegni, slogan, motti o messaggi del regime fascista irridevano il nemico, esaltavano il valore italiano ed elogiavano il risparmio dei consumi a favore dei combattenti.

Talvolta la parte della cartolina postale occupata da tali messaggi era tale e tanta da ridurre in modo significativo lo spazio a disposizione del mittente…

(Lettere e cartoline postali delle forze armate, pensieri e riflessioni di un soldato, marito e padre… catapultato in guerra. Lettere e cartoline di Giuseppe Spitoni riportate nel romanzo storico “Il sapore delle sorbe. Vissuti di guerra 1917-1945”).

Bombardamento aereo su Pescara del 31/08/1943

Lo zio di mio marito, che anche io chiamo zio Fausto, mi ha girato una fotografia del bombardamento aereo su Pescara del 31/08/1943.  Proprio nella piccola macchia nera, vicino al porto canale, nella pineta dove un tempo giocava, si andava a rifugiare con la mamma e la sorellina Gianna:

“[…] Ecco che all’improvviso, in quel caldo pomeriggio d’agosto, cominciarono a suonare le sirene d’allarme. A dir la verità non ci spaventammo molto poiché quel rituale durava da oltre un mese. Sempre più o meno alla stessa ora, appena passate le tredici, arrivavano formazioni di bombardieri a volte dal mare, anticipati da caccia che volavano in alto velocissimi a fare da staffetta a quel carico di morte, accompagnati da un suono cupo e profondo, come di tuoni lontani […]

Quei maledetti questa volta non proseguirono, si distanziarono come volessero occupare tutto il cielo sopra di noi e, a dispetto della contraerea, cominciarono una macabra danza intrecciandosi e sganciando il loro pieno di bombe. […]

«Corri, corri mamma, guarda lanciano bottiglie!» […]”

(Tratto dal romanzo storico “Il sapore delle sorbe. Vissuti di guerra 1917-1945)

Cinzia Maria Adriana Proietti na­sce ad Amelia (Tr) nel 1969, vive e lavora a Terni. Artista eclettica ama l’arte in tutte le sue forme. Musici­sta e cantante lirica, abbraccia altre Muse aprendosi con passione alla pittura astratta, alla poesia e alla scrittura creativa.

Comunica le sue visioni attraverso parole, musica e pittura.

Ha pubblicato “diSEGNI diVERSI. Indissolubilità fra segno e parola. Calligrammi e acrostici”, Gambini editore (2021) e “Crome. Poesie”, Bertoni Editore (2021).

Con il libro “Il sapore delle sorbe”, finalista al Premio Firenze XXXIX edizione, Finalista Premio Argentario & Premio Caravaggio VI Edizione, Città del Galateo Antonio De Ferrariis IX Edizione, IV Classificata. Area Cultura, il libro dell’anno 2022.

E io, che non ero quella che sono oggi, che mi ero nutrita di odio e di vendetta, che lasciando la mano sacra di mio padre, giorno dopo giorno ero diventata un’altra, un essere insensibile, quello che loro volevano che io diventassi, pensai: «Adesso raccolgo la pistola e gli sparo». Perché mi sembrava un giusto finale di quel periodo incredibile di cui ero stata testimone, io, viva ancora quel giorno. Fu un attimo. Un attimo importantissimo, deci¬sivo nella mia vita. Capii che mai, per nessun motivo al mondo, avrei potuto uccidere qualcuno. Capii che io non ero come il mio assassino. Non ho raccolto quella pistola e da quel momento - ho finito sempre così, negli anni, la mia testimonianza - sono diventata quella donna libera e quella donna di pace che sono anche adesso. (Liliana Segre, Ho scelto la vita)

PER ANDARE OLTRE…