FORMAZIONE DEGLI ADULTI NEI CONTESTI NON FORMALI E INFORMALI

La tradizione e la cultura artigiana racchiudono un potenziale economico e di sviluppo sociale delle comunità locali che è necessario saper cogliere e valorizzare.
La scuola “Bolsena ricama” si impegna in questa direzione. Grazie alla competenza e alla capacità di visione della professoressa Maria Vittoria Ovidi, da oltre venti anni la scuola si impegna a promuovere l’arte del merletto e del ricamo, come contributo al recupero di una testimonianza del passato, di un lavoro di qualità che è parte della tradizione del territorio e che è opportuno riscoprire, studiare, rivitalizzare.
Nel corso degli anni la scuola è cresciuta soprattutto grazie alla capacità di saper lavorare insieme, saper guardare oltre e … perché no? … puntare in alto! Sono questi gli ingredienti che hanno permesso a Bolsena ricama di organizzare eventi come Bolsena Biennale 2015.
L’incontro con Maria Vittoria Ovidi è ancora una volta sorprendente e originale! È l’ occasione per sfogliare con lei le pagine del libro della sua vita, pagine scritte con passione e impegno, metodo e cuore, ragione e sentimento. Ripercorrendo la sua storia umana e professionale sembra che tutto sia stato funzionale a ciò che oggi è diventato il suo interesse principale: l’associazione Bolsena ricama e la scuola di ricamo ad essa collegata, della quale è fondatrice e presidente. Ma ora sarà lei a raccontarci la sua storia….
Quando è nata la scuola Bolsena ricama?
Venti anni fa! Bolsena ricama opera sul territorio dal 1995. Tutto iniziò con una mia sconfitta elettorale. Mi ero presentata alle elezioni con l’obiettivo di arrivare ad ottenere l’incarico di assessore alla cultura e lavorare alla creazione di una scuola di ricamo a Bolsena. Le cose non andarono come avevo sperato ma la scuola di ricamo è nata. Nel luglio dello stesso anno organizzammo la prima mostra. Ricordo che cercavamo un titolo. Ero alle terme e in un momento di riflessione è arrivata l’ispirazione: “Pizzi a Palazzo” con le “Z” “Z” che si inseguono. Ancora oggi in tanti si ricordano l’evento. È stata un’intuizione formidabile! La gente ha avuto un pizzico di ambizione ed ha partecipato… Nel giro di pochi anni quella mostra si è trasformata in un concorso dapprima regionale, poi nazionale. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato quello di creare una sinergia tra soggetti di carattere culturale e maestri della tecnica della lavorazione del merletto.

Come è nata la tua passione per il merletto? Il mio amore per il merletto è nato tenendo tra le mani il corredo di mia madre, attraverso il quale ho iniziato a conoscere il merletto di Orvieto. Sono nata a Bolsena, in “territorio etrusco” e vedevo mia nonna e mia madre ricamare il mio corredo fin da quando avevo quattro anni. Mia nonna era la vera artista. Mia madre era una sarta e insegnava il lavoro artigianale alle ragazze in laboratorio. Quel merletto mi ha incantato! Non sapevo nemmeno chi fossero le merlettaie, né tanto meno avevo familiarità con l’arte del merletto. Da giovane iniziai a mettere da parte piccole campionature che riuscivo a trovare tramite qualche conoscente. Iniziai anche a fare qualche acquisto. Ovviamente tutte le cose di mia madre ce le ho io! Il passo successivo è stato quello di approfondire l’arte del merletto sia da un punto di vista culturale che metodologico. Nella prospettiva di creare una scuola di merletto che puntasse all’eccellenza non potevo che mettermi in gioco in prima persona!
Ho iniziato a studiare e a viaggiare… andando a ricercare la storia di una certa lavorazione, visualizzando i documenti che facevano riferimento a quel punto di ricamo specifico, visitando musei all’ estero, contattando organizzazioni estere che già lavoravano nel settore del merletto. Ho viaggiato tanto, in Francia, in Belgio, in Inghilterra. Sono stata più volte a Venezia, al Museo del Merletto di Burano. Ho cercato di fare una sintesi e la scuola Bolsena ricama è il frutto di tutto questo! Dopo la morte di mio marito ho iniziato a dedicare molto più tempo alla scuola e alle attività di Bolsena ricama. Il mio desiderio più forte è stato quello di poter raccogliere l’eredità dell’ultima merlettaia dell’Ars Wetana, Clara Paragiani scomparsa nel 2003. Decisi di frequentare i suoi corsi. Aveva più di ottanta anni e in quel momento non c’era più nessuno che raccogliesse e trasmettesse la sua eredità. L’ aver seguito le lezioni di Clara Paragiani ha significato per me non tagliare il cordone ombelicale che esisteva tra la scuola Bolsena Ricama e l’Ars Wetana.
Quando nasce l’Ars Wetana? L’Ars Wetana ha avuto una grande importanza da un punto di vista storico. Il merletto di Orvieto nasce nel 1907, quando la Contessina Maria Vittoria Faina crea un comitato di Patronesse che si impegnarono a promuovere sul territorio la lavorazione del merletto d’Irlanda. La tecnica del merletto irlandese si prestava facilmente alla divisione e alla distribuzione del lavoro tra più merlettaie. Ogni merlettaia poteva fare una componente che veniva successivamente assemblata dalla capo merlettaia, fino ad arrivare al lavoro finito. Intorno agli anni ’20, una delle patronesse riuscì ad avere accesso ai cartigli del Museo dell’Opera del Duomo, risalenti 1320 e riconducibili a Lorenzo Maitani, realizzati per i bassorilievi della facciata del Duomo. Da questo momento il merletto di Orvieto troverà nei cartigli del Maitani la sorgente e la fonte di ispirazione principale. Questa è secondo me una delle caratteristiche fondamentali che va assolutamente difesa. Pensiamo ad un dettaglio non secondario: per il merletto di Orvieto si usa una stiratura molto particolare. Il merletto viene inamidato e stirato a stiratura finita deve assomigliare ad un bassorilievo. Si inamida e si stira da rovescio punzonando con dei ferri fatti proprio per questo intervento: serve per alzare i petali, le foglie, gli acini ricamati. Quando la stiratura sarà ultimata, il merletto dovrà assomigliare ad un bassorilievo. Questo secondo me è il legame più forte tra Orvieto, la facciata del Duomo e il merletto attuale!
La scuola “Bolsena ricama” si limita a trasmettere la tecnica della lavorazione del merletto o incoraggia anche la dimensione culturale?
É la curiosità che prende per mano e trascina lontano la persona che scopre l’arte del merletto! Bolsena ricama incoraggia nelle allieve soprattutto quel tipo di curiosità che le metta nelle condizioni di approfondire quello che hanno fatto gli altri. Gli stimoli aiutano a conoscere la storia del merletto italiano in relazione con la storia del merletto europeo. Attraverso questo percorso le allieve scoprono l’itinerario attraverso il quale, da Venezia, il merletto si è diffuso per via marittima o terrestre, passando da Milano in Borgogna fino ad arrivare nelle Fiandre e da li giungere fino in Inghilterra … Si scopre così che Venezia è la città madre del merletto e questo per noi italiani è una grande risorsa. Speriamo con il Progetto Unesco di veder riconosciuto Patrimonio immateriale dell’Umanità anche il merletto italiano.

Lorenzo Maitani, dettaglio della facciata del Duomo di Orvieto
Puoi descriverci il target dei partecipanti ai corsi della scuola Bolsena Ricama?
Le estrazioni sociali dei partecipanti sono le più disparate. Molte delle persone che partecipano ai corsi sono donne che lavorano come infermiere, parrucchiere, insegnanti, oppure svolgono lavori saltuari o stagionali, come pure ci sono donne che appartengono all’alta borghesia. Tutte sono accomunate da un’unica passione: il ricamo e il merletto e ad esso dedicano il tempo libero.
Dove si svolgono e come sono organizzati ?
I corsi di Bolsena ricama si svolgono a Bolsena e a Orvieto. I corsi sono organizzati su quattro ore settimanali, due il martedì e due il giovedì, oltre “i compiti a casa” ovviamente, ovvero l’esercizio necessario per progredire nella tecnica a partire dalle attività che si sono sviluppate durante le ore di lezione.
La programmazione delle attività segue un percorso annuale? Come è articolato il piano di studio?
Sì la programmazione è annuale ma il piano di studio è flessibile, anche in considerazione del consolidamento dei rapporti all’interno della rete di scuole italiane coinvolte nel progetto un Merletto per l’Unesco. In questo prospettiva stiamo lavorando per inserire anche nel piano di studio di Bolsena ricama le tecniche del Merletto Veneziano, del Puncetto e di Ars Aemilia. Lavorare in sinergia con le altre scuole distribuite sul territorio nazionale permette il confronto e la crescita di tutti. É uno stimolo al miglioramento continuo che ci permette di offrire una proposta formativa qualitativamente elevata.
In questa prospettiva, ultimante sto lavorando su una metodologia che favorisce l’ impegno graduale nella conoscenza e nell’acquisizione della competenza tecnica di lavorazione. Attraverso anche un percorso di approfondimento personale sui mestieri d’arte, ho scoperto che il periodo dell’apprendistato coinvolge un percorso di diecimila ore. Da questo punto di vista sono diventata molto più esigente con le mie allieve. Non si può affermare di conoscere l’arte del merletto se non si conosce l’ABC … dalle filze, al punto erba, alla catenella… solo dopo questo primo step si può arrivare in modo competente alle lavorazioni più raffinate…


Quali sono le dinamiche di gruppo che si vengono a creare durante i corsi?
Si sono create amicizie molto forti tra le allieve di Bolsena ricama. Negli ultimi anni la rete di amicizia si è allargata, coinvolgendo anche le allieve delle altre scuole di merletto della rete italiana. Esse sono in contatto attraverso scambi telefonici e facebook. È uno scambio di competenze e di interessi molto significativo! Secondo me non è solo una questione di rapporto umano, di simpatia ma le relazioni che nascono tra le allieve sono anche il risultato dell’approfondimento della conoscenza e del piacere della condivisone. Questo scaturisce quando la persona comincia ad interessarsi, a voler sapere qualcosa di più sulle origini di un certo tipo di tecnica, approfondire la storia, conoscere la tradizioni, farsi una cultura.
Anche da punto di vista delle competenze sociali, ho visto tante donne ritrovare un equilibrio e un benessere che avevano smarrito. Nel contesto di gruppo e nell’impegno della lavorazione del merletto sono riuscite ritrovare se stesse, migliorare le loro competenze relazionali, riprendere in mano la propria situazione personale e buttar via i farmaci. Questa è stata un’altra delle grosse vittorie che il merletto ci ha portato sul piano umano e sociale!!!
Come si mettono insieme l’aspetto tecnico con l’aspetto culturale?
Quando entri nel mondo dell’arte del merletto è la curiosità che ti trascina, vuoi vedere quello che hanno fatto gli altri. Vuoi vedere la storia del merletto in Italia, vuoi confrontarla con il merletto in Europa. A quel punto scopri che il merletto è nato a Venezia e si è diffuso attraverso la via marittima o terrestre, passando da Milano in Borgogna fino ad arrivare nelle Fiandre e da lì giungere fino in Inghilterra … un percorso europeo che nasce e si conclude a Venezia, perché é Venezia la città madre del merletto e questo per noi italiani è una grande risorsa che va assolutamente valorizzata! Speriamo con il Progetto Unesco di veder riconosciuto il merletto italiano come Patrimonio immateriale dell’Umanità.
In questa prospettiva è nata una sinergia molto feconda tra la Scuola Bolsena ricama e la Compagnia Teatrale Arte Mide di Venezia che in occasione di Bolsena Biennale 2015 ha presentato la pièce “Il filo senza tempo: le merlettaie raccontano…”, curata da Doretta Davanzo Poli, la maggior esperta del tessile nonché storica del merletto italiano.
Con grande professionalità e passione la compagnia teatrale veneziana Arte Mide è riuscita a far entrare per la prima volta il merletto in teatro. L’opera “Merlettaie” ha permesso di portare sulla scena, secondo la tradizione veneziana, la storia del merletto e la sua evoluzione prendendo in considerazione tre epoche storiche e tre momenti che hanno caratterizzato anche l’evoluzione del ruolo della donna nella società.
Dalla conoscenza del merletto come impiego del tempo all’interno di un convento, fino al ‘700 quando le maestre merlettaie veneziane sono partite per la Francia, per insegnare alle donne francesi la tecnica della lavorazione del merletto veneziano. Fino ad arrivare nel XX secolo, quando la donna comincia a scoprire il mondo del lavoro, trovandosi a risolvere problemi di ordine lavorativo e sindacale.
Chi è Maria Vittoria oggi?
È una domanda che mi mette un po’ in difficoltà… Credo di poter affermare che l’esperienza della scuola e dell’insegnamento mi hanno portato ad essere quella che sono oggi… il fatto di essere stata insegnante, a contatto con i ragazzi e con i giovani per tanto tempo ed avere avuto una formazione umanistica, di carattere letterario ed artistico mi hanno permesso di sviluppare la capacità di saper comunicare un messaggio, di saper gestire le relazioni interpersonali e al tempo stesso sviluppare un senso estetico e artistico che mi permette oggi di saper riconoscere il valore e l’importanza della manualità.
Sono le competenze che cerco di mettere a disposizione della Scuola Bolsena ricama.
Ho un rapporto molto bello e umano con le donne che frequentano la scuola. Non è solo una questione di tecnica della lavorazione del merletto!

Qual è stato il tuo percorso di studi? Ho frequentato le scuole magistrali poi , dopo l’anno integrativo e l’esame di ammissione all’università mi sono laureata in lingua e letteratura straniere a Roma all’ Università la Sapienza. Successivamente ho conseguito una seconda laurea come interprete, traduttore e corrispondente in lingue estere per la lingua francese.
Come è avvenuto l’incontro con la lingua tedesca? Ho studiato la lingua tedesca per un anno. Sono innamorata di Thomas Mann. Il mio libro preferito è la Montagna incantata. Trovo molto stimolante il suo rapporto con la mitteleuropa che lo porta ad entrare non solo nella letteratura tedesca ma anche in quella austriaca e in quella del nord est italiano. Credo che affronti in modo interessante e profondo molte tematiche ed esperienze che sono quelle della nostra società contemporanea.
Qual è il tuo autore francese preferito? Albert Camus e il suo esistenzialismo. Mi ha sempre molto affascinata la sua vita particolare, la ricerca del perché dell’esistenza che lui vedeva e interpretava in modo diverso da Sartre. Mentre quest’ultimo era ateo, Camus aveva la sua religione interiore che era un po’ un panteismo. Trovo che la sua vita sia stata la realizzazione di ciò che era il suo concetto filosofico.
Il tuo libro preferito di quanto eri bambina? Le favole dei fratelli Grimm, Piccole donne e I ragazzi di Jo di Louisa M. Alcott
Hai avuto esperienze di studio all’estero durante il tuo periodo di formazione universitaria? All’epoca non esistevano gli scambi culturali né tanto meno progetti come l’Erasmus. Ho avuto tuttavia la possibilità di frequentare privatamente a Parigi una scuola di lingua, ospite di alcuni amici di mio padre che non conoscevano una parola di italiano! La mattina andavo a lezione all’Alliance, la scuola internazionale. Nel pomeriggio partecipavo a tutte le conferenze e le visite guidate. Quando la sera quando tornavo a casa, Denise, la signora che mi ospitava, mi faceva fare il tema e il dettato in lingua francese. A vent’anni questa è stata l’esperienza più bella che mi potesse capitare!!


Come sei riuscita a mettere insieme la scuola di lingue a Parigi con l’esperienza universitaria a Roma? Durante l’estate frequentavo per tre mesi la scuola a Parigi e durante l’inverno continuavo gli studi presso l’università di Roma. All’epoca il quadriennio di francese era molto impegnativo, perché non solo la tesi di laurea doveva essere in francese, cosa che oggi non avviene. Gli esami di lingua e letteratura francese erano complicati. La prima selezione degli iscritti avveniva attraverso la prove del dettato e di esercitazione sulla grammatica francese. Molti hanno terminato qui la loro avventura universitaria. Io mi ritengo molto fortunata perché all’epoca non tutti avevano la possibilità di andare all’estero e per me i periodi di studio in Francia sono stati molto importanti per la mia formazione. Per questo devo ringraziare mio padre , un uomo con una grande apertura mentale . Il suo cruccio più grosso era quello di non conoscere le lingue. È stato lui a volere e ad incoraggiare i miei soggiorni all’estero. Già da quando io ero una bambina sognava per me un futuro da insegnante di lingue. Così è avvenuto. Ho un unico rimpianto. Appena laureata vinsi una borsa di studio per il Lussemburgo per fare l’interprete parlamentare . Mio padre mi disse di no perché lo riteneva un lavoro poco adatto ad una donna. Per tanto tempo questo è rimasto un cruccio per me. Ma oggi penso che forse ha avuto ragione lui.
Un modello di donna da proporre alle donne di oggi? Questa è una domanda “impegnativissima”…. Per me il modello di donna ideale di un passato non tanto lontano è Sissi. Era una donna anticonformista che è riuscita a fare tante cose che erano contrarie al suo tempo e alla sua condizione. Due settimane fa sono andata al museo Correr. Ho visitato gli appartamenti di Sissi, ed ho potuto ammirare i quadri di lei e dell’ ’Imperatore Joseph. Vedere le sale dove lei soggiornava quando si trovava a Venezia é stato per me un tuffo nel passato, nella storia della sua vita che ho letto, riletto e che ho conosciuto soprattutto grazie all’interpretazione che ha fatto di lei l’attrice Romy Schneider. Sissi non ha mai rinunciato alla sfida di essere se stessa, riuscendo ad essere non conformista pur rimanendo all’interno di una cornice e di un ruolo sociale determinato da regole ferree…
Io sono per le donne che si battono … ovviamente nelle regole ma tenendo conto che la donna non può essere un personaggio che deve restare “à l’écart ..” in disparte, come dicono i francesi! la donna francese è stata sempre antesignana in questo… Ma anche alcune donne italiane hanno saputo essere protagoniste della grande storia. Pensiamo alla regina Caterina e alla regina Maria dei Medici, due donne fiorentine che, una volta a Parigi, come spose di sovrani francese hanno saputo in qualche modo imporre non solo la cultura ma anche l’arte italiana. Il palazzo di Lussemburgo a Parigi non ricorda forse palazzo Pitti?
Credo che l’Italia e le donne italiane dovrebbero avere una maggiore consapevolezza della propria identità storica e culturale oltre che una maggiore audacia per affermare in modo competente la propria dignità e il proprio valore!
La testimonianza di una ex alunna…
Nel 1984, Maria Vittoria Ovidi, è stata la mia insegnante di francese. All’epoca era una giovane docente di lingua francese ma, prima ancora, una giovane donna che attraverso il suo lavoro, trasmetteva se stessa e la sua visione del mondo. Amore per la vita, rispetto di sé, responsabilità verso gli altri sono i valori che ci ha trasmesso attraverso le sue lezioni di francese. Era in grado di mediare e mitigare il rigore del metodo riuscendo a toccare il cuore e ad affascinare gli studenti con i classici della letteratura francese. Primo fra tutti i romanzi di Madame La Fayette che mescolava sapientemente con lo studio della grammatica francese e la lettura e il commento in classe degli articoli del settimanale Paris Match, a cui ciascun alunno aveva la possibilità di abbonarsi.
All’epoca, la professoressa Ovidi ci iniziò alla “conversazione” in lingua francese. Per noi studenti non era solo questione di imparare a comunicare in lingua straniera. Le sue lezioni diventavano l’occasione per fare esperienza del senso profondo e autentico della conversazione, inteso come modello di comunicazione e soprattutto di formazione, dove la condivisione, la co-costruzione di conoscenza, l’impegno di ciascuno di noi diventava momento di formazione umana e personale. In classe facevamo molta conversazione in lingua francese. Venivamo invitati ad immedesimarci nei panni dei protagonisti dei romanzi francesi, a collocarci nei luoghi e nelle epoche storiche che “il programma ministeriale” proponeva. Ma le lezioni andavano sempre ben oltre e ci introducevano ben al di là….

EDUCARE … ad un modello di donna libera e responsabile
Attraverso il suo stile garbato ed elegante la prof. era in grado di introdurci nei salotti culturali di Parigi, per presentarci i maggiori protagonisti della letteratura francese. Tra i ricordi più belli le lezioni su Madame de La Fayette, una donna che nella metà del 1600 era in grado di confrontarsi con i maggiori intellettuali dell’epoca. Lontano dal vezzo di sbirciare nei “salotti buoni” della nobiltà francese, gli alunni della professoressa Ovidi hanno conosciuto la scrittrice Madame La Fayette, come l’autrice del romanzo La principessa di Clèves, considerato il capostipite dei moderni romanzi d’analisi e psicologici francesi. È il primo romanzo della letteratura francese scritto da una donna, che ha per protagoniste le donne e rivolto prevalentemente alle donne. Più di tre secoli dopo, durante le lezioni di francese, soprattutto noi ragazze, non potevamo fare a meno di immedesimarci proprio nella principessa di Cleves, coinvolte in un autentico esercizio di analisi psicologica della mente, del cuore e dei sentimenti…. Al suo posto sarebbe prevalso il dovere o la passione amorosa, il fuoco del desiderio o la chiarezza e la forza della ragione? Erano questi i temi sui quali si discuteva… rigorosamente in lingua francese.
EDUCARE …. all’esperienza di una «mano pensante» che diventa conoscenza profonda

Recentemente, leggendo una intervista a proposito del progetto UNESCO per il riconoscimento del Merletto italiano come Patrimonio Immateriale dell’Umanità, la professoressa Ovidi dichiara: “Mi fa piacere ricordare in questo contesto una frase di un francese, Henri Focillon, storico dell’arte vissuto a cavallo del XIX e XX secolo: “La mano è azione: afferra, crea, a volte si direbbe che pensi”. Immediatamente il ricordo è andato alle sue prime lezioni di francese, che dedicò a farci comprendere come, per l’apprendimento delle lingue, fosse importante scrivere bene e scrivere a mano. Attraverso un metodo rigoroso, ci insegnò a scrivere in stampato minuscolo i nostri testi in francese. Ci portava a riflettere sullo stretto legame tra mano e mente e su come la scrittura a mano fosse in grado di concentrare mani, occhi e attenzione in un unico punto nello spazio e nel tempo, di attivare più aree cerebrali, facilitando l’apprendimento di nuovi vocaboli. Non è banale ricordare tutto questo, considerando che a partire dal 2010, gli studiosi più autorevoli, nel campo delle scienze cognitive, evidenziano come le lettere scritte a mano, in quanto impresse più profondamente nella mente, sono i mattoni fondamentali di architetture mentali ben più solide è complesse.
A distanza di tanti anni, l’incontro con Maria Vittoria Ovidi è ancora una volta sorprendente e originale! È l’ occasione per sfogliare con lei le pagine del libro della sua vita, pagine scritte con passione e impegno, metodo e cuore, ragione e sentimento. Ripercorrendo la sua storia umana e professionale è come se, l’attenzione all’universo femminile, oltre che al metodo e alle tecniche utilizzate nell’insegnamento della lingua francese fossero solo il seme di ciò che oggi è diventato il suo interesse principale: l’associazione Bolsena ricama e la scuola di ricamo ad essa collegata, della quale è fondatrice e presidente.