
Contributi di
THE LONESOME PHOTOGRAPHER Alessandro Sarno (FOTOGRAFIA)
Maria Luisa Daniele Toffanin e Giacomo Piciollo (POESIA)


SPECCHIO
Ed ecco sul tronco/ si rompono gemme:/ un verde più nuovo dell’erba/ che il cuore riposa:/ il tronco pareva già morto,/ piegato sul botro./ E tutto mi sa di miracolo;/ e sono quell’acqua di nube/ che oggi rispecchia nei fossi/ più azzurro il suo pezzo di cielo,/quel verde che spacca la scorza/ che pure stanotte non c’era. (Salvatore Quasimodo)
La silloge di Maria Luisa Daniele Toffanin trae ispirazione dal paesaggio del Casentino, una vallata dell’aretino in cui scorre la prima parte del fiume Arno. Il Casentino è una terra antica dal fascino inconfondibile, ancor oggi molto bella con i suoi borghi medievali, quelli più grandi e noti del fondovalle come Poppi, Bibbiena, Pratovecchio, Stia, e quelli montani, piccoli e quasi sconosciuti, con le sue suggestive pievi romaniche, con i suoi luoghi altamente spirituali immersi nelle splendide foreste, come Camaldoli e La Verna, e con la sua natura incontaminata. […]
L’autrice ci guida in questo paesaggio naturale dal fascino inconfondibile immerso in un’atmosfera di mistero e di magia, che ci parla attraverso un sequenza ininterrotta di luci e ombre, di colori, di armonie, di profumi, che, spesso mescolandosi e intersecandosi tra loro, penetrano nell’anima invadendola tutta.
Le liriche che compongono la silloge rappresentano quasi le tappe di un itinerario interiore, che percorriamo accompagnati dalla poetessa nel procedere del cammino attraverso la vallata.
La metafora del viaggio attraverso il Casentino disegna un percorso contrassegnato da quadri situazionali in cui si crea una sorta di progressiva trasformazione a seguito di una interazione misteriosa tra la poetessa e la natura, che diviene una simbiosi in continua evoluzione. Secondo la Daniele Toffanin è possibile arrivare a dare risposte agli interrogativi che ci tormentano solo attraverso un processo di progressivo accordo con la natura, nella quale sono celati tutti i segreti e i misteri su cui tentiamo di far luce; ma occorre saperci avvicinare alla natura con gli occhi e il cuore che hanno l’innocenza dei bambini ed essere in grado di entrare in sintonia col creato con amore e con la fiducia che ci si possa accostare «al suo Principio ispiratore»: «Armonia-sinfonia / angelico profumo /che consola sempre dentro / s’offre all’uomo in comunione / per un divino progetto / cromatico d’amore / che più s’accosta / al suo Principio ispiratore / più di Lui s’illumina / e arde a nuove rivelazioni». (Pierangiolo Fabrini)

dalla raccolta poetica “Per colli e cieli insieme mia euganea terra”, disegno a china colorata di Marco Toffanin
MAGICHE GRAFIE E UMANE NOTE
Disegnano esili rami/ – setosa sinfonia di verdi –/ danze sospese nel vento/ e giocano ombra e sole/ su lucidi velluti d’erba/ a smuovere anime boschive./ E pieve di grigia radice/ s’accende a stupore:/ da arida crepa/ papavero rosso di luce/ augurio d’aprile fiorito./ S’accende a stupore di suono/ tocco d’antica campana/ richiamo insieme al desco:/ sosta desiata nei ritmi/ costume sacro di terra/ smarrito fra vuoti miti/ qui gradito nella pace dei riti./ Sapienza divina all’uomo donata./ Il cuore s’allarga ancora a speranza/ all’etica stella alfine qui accesa/ presenza-gestione dell’esserci/ nell’incanto scandito dalle ore./ Il cuore s’illumina/ come altro papavero di fuoco/ d’improvviso sorto/ da un tronco morto.

E ALTRI STUPORI
Radici sfinite/e arborea memoria/ ancora presente/ in isole d’oro-foglie/ estreme reliquie d’autunno./ Memoria ora rinata/ in arazzi festosi/ di teneri verdi/ d’acqua, di gemme/ di cieli riflessi/ nell’erba stellata/ di primule gialle/ sorprese da raggi/ furtivi nel fitto/ di faggi eleganti/ di bianco striati/ con rami lucenti/ fra arpeggi più rari/ di petali chiari./ È festa ovunque di vita/ – vi spira un mistico soffio – / per noi anche minute presenze/ felici d’esserne parte./ Altrove si piange/ tra fiori di morte/ naufrago il comando d’amore.

DIVENTO.
Sono/ Le voci rampicanti/ Che mi chiamano al dovere./ Sono/ I morti sguardi/ Di chi vuole senza dare./ Sono/ La notte in bianco/ Passata ad aggiustare/ il futuro./ Ma ecco/ Apro gli occhi/ Sul mondo./ E divento/ L’erba di campo/ Che il tocco del vento sfiora/ Senza scombinare./ Divento/ La strada sterrata/ Diretta verso/ L’orto./ Divento/ Un frutto maturo/ Che riflette la luce/ Del sole di maggio./ Divento/ Il momento prima dell’alba/ Del nuovo giorno/ Che apre i suoi occhi e/ Piano/ Piano/ Si schiude al domani. (Giacomo Piciollo)

TONDO SENZA TEMPO
Vibra l’anima ad/ altra visione lontana/ vicina in un lampo di sole/ musicata da rare corde vegetali./ Limpido disegna il verde/ candide greggi e nere insieme/ sparsi puledri lucenti i dorsi bruni/ immobili nel colmo tepore/ nell’ora che da fragile cavo/ canne suonano al vento/ brusio d’arcano stupore./ Immenso li chiude/ un tondo d’azzurro/ cornice senza tempo./ Sconfina l’anima oltre/ l’alba delle emozioni. (Maria Luisa Daniele Toffanin)

FOCUS: ANDREA ZANZOTTO E L’INNOCENZA DEL CREATO
UN’AMICIZIA TRA NOI LEGGERA (di Maria Luisa Daniele Toffanin)
Piace ricordare Andrea Zanzotto citando “PER LA FINESTRA NUOVA”, quattro quartine non rimate, a netta preponderanza endecasillabica, più un distico, dove il colore dominante è il verde del grano. (una tipica ossessione zanzottiana, cfr. Da un’altezza nuova)… I versi sono tratti da IX Ecloghe, scritta tra il febbraio del 1957 e l’ottobre del 1960. Con questa opera Zanzotto si allontana dalla recente tradizione novecentesca per confrontarsi con il genere letterario dell’antica poesia pastorale che possa rappresentare il perfetto paesaggio bucolico dell’Arcadia letteraria. Ma su questo paesaggio, splendido e fittizio, accanto ai temi e ai luoghi apparsi nelle precedenti raccolte si insinuano tutti i segni della modernità con gli echi della realtà cittadina e del mondo industriale.

PER LA FINESTRA NUOVA
Brilla la finestra del verde lungamente/ lungamente composto, sogno a sogno,/ orti o prati non so; ma quanta brina/ prima ch’io mi convinca, quanta neve./ Verde del grano che alzi il capo e irridi/ tra l’incerto oro e il vuoto:/ tu, mia finestra, e tu, cielo, che porti/ a me tra placidi astri gli squillanti satelliti/ che il gioco umano ha lanciati, con lampi/ di fantascienza, a vagheggiare in orbite/ leggiere i colli e li vede a piè fermo/ il bue sul campo arato e la vite e la luna./ O mia finestra, purezza inestinguibile./ Per farti spesi tutto ciò che avevo./ Ora, non lieto, in povertà completa,/ ancora tutti i tuoi doni non gusto./ Ma tra poco/ tutto mi darai quel che anelavo. (Andrea Zanzotto, IX Ecloghe)
«E connessa al tema della fantascienza, che mi ha sempre molto interessato. Nel 1957, quando furono lanciati i primi satelliti russi, gli sputnik, si stava alzati la notte per guardarli passare nel cielo. In quel periodo ero riuscito a fare aprire nella mia casa una finestra che dava su una prospettiva di campi molto bella; ma avevo dovuto pagare profumatamente per averla, perché dava sul podere di un vicino. Ne era valsa, comunque, la pena, perché per me era come avere un quadro d’autore; la vista era stupenda (non c’erano ancora le costruzioni che successivamente l’hanno guastata) e, in più, proprio in quel momento si potevano vedere i passaggi di queste nuove stelle costruite dall’uomo. [.;.] L’apertura di una finestra è anche l’apertura di una prospettiva nuova della realtà, della vita; è simbolo della speranza di rinnovamento. Dove dico “ancora tutti i tuoi doni non gusto. / Ma tra poco / tutto mi darai quel che anelavo”, intendo significare che la realizzazione dei nostri desideri non è mai totale, dobbiamo sempre rimandarla parzialmente al futuro ed è questo che ci aiuta a rilanciare di giorno in giorno la speranza. Dico “Brilla la finestra del verde lungamente / lungamente composto, sogno a sogno”, perché, prima di farla aprire, ho sognato spesso la finestra, dormendo; ho visto il verde al posto del muro ed è stato veramente come se si fosse composta prima nel sogno che nella realtà. Il “verde del grano”, quello che si può vedere in novembre (il mese in cui la finestra è stata aperta), è il simbolo più evidente della speranza perché spunta quando tutto sta per crollare. Tra “l’incerto oro”, che è quello delle foglie, e “il vuoto”, che è il buio dell’inverno. In questo quadro, dominato dalla speranza, passano “tra placidi astri gli squillanti satelliti”. Per indicare il movimento degli sputnik, ho preferito usare “squillanti”, una parola riferita ai suono e suggerita probabilmente dalla musica elettronica che nei film di fantascienza accompagna il moto dei satelliti. La finestra è, inoltre, detta “purezza inestinguibile”, perché è come un quadro che un pittore ridipingerà ogni mattina, in modo assolutamente nuovo, tale da non deludere mai e sarà un “tra poco”, mai un presente». (Andrea Zanzotto)
