a cura di Ida Renzicchi

D: Francesco, quale è il ruolo della musica nella Sua vita?
Spesso da bambini abbiamo avuto due momenti importanti durante le nostre giornate: il momento dei giochi e il momento dello studio, dei compiti. Poi da adulti le nostre strade ci portano a continuare quelle due vie col lavoro e le attività del tempo libero. Io sono stato fortunato faccio quello che farei comunque ed è il mio lavoro. L’insegnamento della musica, che è una delle tante sfaccettatura del fare musica, è per me un gioco creativo, profondamente preparato ma con aspetto ludico. Lo stesso dicasi per la composizione, il suonare gli strumenti e ogni attività legata alla musica a cui mi accingo. Citazione cinematografica “Quanno se gioca [scherza] bisogna esse’ seri”.

D: Cosa è per Lei la musica?
Preferisco far definire con parole belle ai poeti quello che io non riesco a fare. Sicuramente mi trovo in sintonia con qualche poeta/antropologo/filosofo e qualche loro definizione ispirata. Per me è quello che faccio, penso, scrivo e vivo.
D: Quali strumenti musicali suona? Quale è quello che Le è più congeniale?
Sono nato e cresciuto sugli strumenti a tastiera. Il vecchio pianoforte che i miei genitori avevano comprato all’asta poco dopo sposati, l’Harmonium di Suor Gilda all’asilo, poi la Bontempi, il pianoforte verticale comprato per studiare, l’organo in chiesa, le tastiere e sintetizzatori, il pianoforte a coda che comprai per il diploma e il clavicembalo, amore nato studiando il basso continuo in Conservatorio. In realtà da studente di composizione, dove si studia anche la strumentazione e orchestrazione, un periodo comprai anche altre tipologie di strumenti: l’arpa celtica, la fisarmonica, l’harmonium, il flauto traverso, il violino, il sassofono per non parlare di sintetizzatori e innumerevoli declinazioni di strumenti che accendono la mia curiosità, le chitarre e da sempre a mia memoria il clarinetto di mio padre. Mia moglie spesso, bonariamente, mi critica per questi acquisti quasi compulsivi e ogni strumento, anche solo passato per poco tempo sotto le mie dita, ha dietro una storia che in qualche modo racconta/ha raccontato. Molti stanno lì e aspettano il loro turno per essere “giocati” (in senso inglese Play e francese Jouex).
Comunque se devo scrivere o organizzare un brano che non sia specificatamente per uno strumento mi approccio al pianoforte. Per mia formazione il rapporto 1:1 con la musica e il pensiero musicale è col pianoforte o al limite con carta e matita.

D: Quali sono i generi musicali che preferisce? Perché?
R: Dipende dal periodo e dalla mia predisposizione mentale. Posso passare dall’essere affascinato dalle sublimi note di Palestrina e la polivocalità rinascimentale al bearmi di un concept album Metal neoclassico o musica elettronica anni ’70. Non ho un genere preferito. Diceva un mio insegnante di Storia ed Estetica musicale: ”i generi musicali lasciamoli ai commessi dei negozi di dischi” a loro servono per scaffalare la musica e ai fruitori per semplicità nella ricerca. Chi ascolta dovrebbe saper apprezzare quanto, chi ha deciso di far passare un messaggio attraverso la musica, di bello (o brutto) c’è in quel messaggio.
D: C’è un autore/compositore che Lei predilige? Perché?
Palestrina, J.S.Bach, W.A.Mozart, F.Chopin, Arvo Part, E.Morricone e Vangelis. Senza nulla togliere alle altre immense menti e personalità musicali che si sono affacciate a questo mondo e che ognuno ogni giorno mi insegna qualcosa, questi sette mi hanno, in diversi periodi della mia vita, insegnato e ispirato magari quel pelino di più. Il perché sarebbe una mia autobiografia ma, in breve cercando un filo che li colleghi tutti, vedo in loro quell’equilibrio fra Invenzione/innovazione, disciplina e poesia a livelli ben oltre l’umano.
D: Quale è la canzone o il brano musicale che più La rappresenta?
Ommadawn di Mike Oldfield, il concept Non al denaro né all’amore né al cielo di Fabrizio De André e chi per lui e la sequenza del Requiem di Mozart (e chi per lui anche in questo caso). In questo periodo…


D: Le capita mai di canticchiare? Cosa?
In questi giorni mi capita di canticchiare i fraseggi melodici della parte di sintetizzatori dei miei giochi musicali. Qualche mesetto fa canticchiavo “Lo scriverò nel vento”, una canzone dello Zecchino d’oro di qualche anno fa. I miei tormentoni interni, quando non sono in fase di studio, cambiano di giorno in giorno.
D: Ha mai costituito o fatto parte di una band? Qual è lo strumento più importante in una band?
Dalla prima adolescenza ai 30 anni.
Esperienze formative, crescita della personalità sociale, amici, brani politicizzati, mal di testa, innamoramenti più o meno corrisposti, vestiti che puzzano di fumo…
Mi sarebbe piaciuto fare il turnista, quella figura professionale che accompagna i cantanti famosi o che suona e registra nei dischi. Da ragazzino e anche adesso mi sarebbe piaciuto far parte della band di Claudio Baglioni, ma anche di Toto Cutugno che all’epoca era all’apice della sua carriera (intendo a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90). Nel mio diario delle medie e del primo anno delle superiori disegnavo spesso una band musicale su un palco. Alle tastiere c’ero io.
D: Lei ha studiato Musica corale e Direzione di Coro. Ha mai fatto organizzato o fatto parte di un coro? Quali sono, secondo Lei le difficoltà che si possono incontrare? E come affrontarle?
Dai cori da chiesa al coro “Paolo Agostini” diretto con professionalità ed entusiasmo dal collega e amico Giuseppe Troncarelli il passo è stato breve. Da pianista e organista ho avuto modo di accompagnare e far parte di diversi cori nel viterbese: il “Laus Gloriae” di Vetralla, la corale polifonica “F. Suriano” di Soriano nel Cimino, tantissime collaborazioni con questa realtà musicale nel mio territorio. Ho partecipato anche a delle rassegne corali e spesso ho scritto per coro e polivocalità. Ho studiato al Conservatorio di Roma Musica corale col Maestro Claudio dall’Albero che è ritenuto in campo internazionale uno dei maggiori studiosi della tecnica compositiva della scuola romana (Palestrina, da Victoria, Marenzio). Qui ho avuto modo di affrontare questa esperienza come cantore. Esperienze che poi sono state declinate nella didattica musicale studiando Kodaly e Goitre.
La difficoltà maggiore attuale credo risieda nell’eccessiva tendenza all’individualismo della nostra società. Sentiamo spesso molti ragazzi e ragazze cantare con delle belle voci, alla ricerca della loro fisionomia e il loro essere, li vediamo in una sorta di “gioco parallelo” magari insieme ma ognuno per sé. L’esperienza corale abitua al dialogo e al sentirsi reciprocamente, ti fa sentire parte di un insieme (squadra, gruppo, società). Dal 2007 seguo i progetti formativi creati a sostegno della diffusione della pratica corale nella scuola denominata “Un coro in ogni scuola”. Ho avuto la fortuna di seguire i corsi di didattica della musica proprio nel periodo di formazione di questo progetto con Carla Conti. Dal lì non mi sono più fermato.
Come affrontare queste difficoltà? Se ci sono molte cosa da fare comincia dalla prima.

D: Lei insegna musica da diversi anni. Le piace il suo rapporto con i ragazzi?
Sì. Non tutte le ciambelle riescono col buco, ma quando riescono col buco sono esperienze che faranno parte di me per sempre.
D: E’ la scuola attuale in grado di soddisfare le esigenze e le richieste dei giovani studenti per quanto concerne la musica? Cosa cambierebbe e, potendolo fare, quali iniziative incentiverebbe?
La scuola e la maggior parte degli insegnanti sì. Conosco molti colleghi attenti all’attuale e alla dimensione contemporanea della scuola nella società. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra richiesta dei giovani, insegnamento e quello che la disciplina richiede. Teniamo conto che gli allievi in via di formazione (bambini, ragazzini e ragazzi, quelli di cui mi occupo) sono alla ricerca della loro forma, la loro individualità. Cercheranno in ogni modo di “importi” il loro mondo, quello per loro unico e solo degno di esistere. Sempre meno riconoscono il limite oltre il quale quello è il loro e altri solo altri mondi e altri ruoli che non siano quello di coetaneo/amico. Così come le mamme-amiche creano danni (a mio parere), le stesse problematiche le creano l’insegnante-amicone e la #SCUOLAATTENTAALLEESIGENZEDEIGIOVANI che si trasforma in un livellamento verso il basso delle competenze nelle varie discipline.
Incentiverei le attività corali (vedi sopra) e farei diventare prassi ordinaria tutto quello che ora fa parte di quello che viene chiamato “avanguardie educative”. Là dove le ho viste messe in pratica ho visto che funzionano sia verso i docenti sia verso i discenti. C’è serenità, collaborazione e voglia di imparare. Un gioco di squadra vincente.
D: In base alla Sua esperienza di docente, come giudica i nuovi metodi di insegnamento musicale, finalizzati all’apprendimento più diretto di uno strumento? Ritiene sia valido sperimentare queste nuove tecniche o crede sia meglio attenersi ai criteri di insegnamento classici precedenti? Oppure che potrebbero convivere ed implementarsi a vicenda?
La nuova didattica musicale trova i suoi fondatori in Orff, Willems, Dalcroze e Kodaly ma ognuno di essi ha trovato un suo erede e chi ha fuso o aggiornato e declinato ai nostri tempi i loro insegnamenti e stiamo parlando degli inizi del secolo scorso. Faccio parte della Società Italiana di Educazione Musicale (SIEM) fondata da Carlo Delfrati di cui sono stato indirettamente allievo e trovo molto accattivante la sua metodologia dal taglio antropologico e attenta alla cura degli obiettivi formativi e conoscitivi dell’educazione musicale. Per cui trovo le varie forme di “nuovo” apprendimento fatto di tutorial, numeretti, “ti insegno in un mese Per Elisa” o altro un vuoto slalom all’insegnamento della musica, della teoria musicale o del saper suonare uno strumento seriamente. Apprendere costa impegno, fatica e dedizione. Chi dice il contrario vende fuffa.


D: Lei ha studiato Musica e Cinema. Per un film di quale genere cinematografico Le piacerebbe comporre la colonna sonora? Quale è il compositore e la colonna sonora che Lei preferisce?
Senza dubbio i film d’animazione, là dove le due arti si fondono e danno l’una forma all’altra.
Apprezzo molto i lavori di Morricone e del suo esemplare lavoro fatto per Mission di Roland Joffé (1984) dove possiamo trovare l’esatta sintesi di quello che può essere la musica applicata e il suo apporto nella funzione drammaturgica. Tra i compositori di musica per film che più mi affascinano posso citare Hans Zimmer (Re Leone, Il gladiatore, Inception), James Horner (Braveheart, Titanic, Avatar) e Bernard Herrman (Quarto potere, Psyco, La donna che visse due volte). Il mondo della musica applicata è veramente vasto, differenziato ed eclettico che praticamente in ogni lavoro si trova qualcosa di fresco e stimolante… ma più ci penso e più mi vengono in mente nomi e film: come non citare Micheal Giacchino che oltre a sfornare capolavori per Up e Coco della Pixar compone anche musica interattiva per videogiochi, e come non citare Andrea Guerra e Nino Rota…

D: Geapolis, la web community culturale per la quale collaboro ha come obiettivo, senza alcuno scopo di lucro, quello di promuovere e sostenere la cultura della formazione e dell’educazione permanente degli adulti favorendo ed implementando processi di innovazione sociale e tecnologica attraverso metodi formali ed informali. Lei, ed il Maestro Giuseppe Troncarelli, con generosità, avete eseguito alcuni brani di accompagnamento al racconto breve “Sebastian …lo jus exilii”, come giudica tale esperienza?
Non avevo ben capito lo scopo del registrare dei brani. Quei brani. Non avevo le idee chiare e ho affrontato la situazione in maniera molto ludica e preso la palla al balzo per fare musica con Giuseppe, che è sempre una buona cosa. Credo che per affrontare bene tali esperienze ci deve essere comunque uno scopo comune e lavorare sinergicamente nella stessa direzione. Probabilmente avrei proposto altri brani se avessi letto prima il racconto e magari suggerito dove inserirli all’interno della lettura. Magari anche solo frammenti o macchie sonore in punti chiave.
D: Tra i suoi molteplici impegni, Geapolis ha iniziato di recente una collaborazione con l’associazione UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), e sta attivamente lavorando per offrire loro uno spazio dedicato, proponendo, per l’ascolto, la playlist degli audio racconti. E’ facile quindi comprendere quanto, specialmente in questo caso, sia importante la lettura dei testi scritti ma anche gli eventuali contributi musicali di accompagnamento alla stessa. Come vede il nostro obiettivo di coinvolgere nell’ascolto persone con disabilità visiva?
Credo che non sempre sia adeguato proporre all’ascoltatore (al fruitore) una eccessiva esposizione comunicativa e mediatica. Nel caso degli audio racconti credo che la musica pensata per accompagnare l’ascolto della lettura debba essere presente in pochi e strategici momenti. Magari per suggerire il clima dell’ambiente in cui si svolge la vicenda o il mood del protagonista, per dare respiro al racconto e per “metabolizzare” alcune vicende ascoltate.
D: Geapolis intende, in futuro, sostenere iniziative che prevedano la partecipazione, anche in ambito musicale, di studenti di Scuole Medie e di Istituti Superiori. Nella Sua esperienza di insegnante, ritiene possibile una tale collaborazione? Cosa ne pensa di un eventuale coinvolgimento di studenti o, in ogni caso, di giovani musicisti?
La scuola fa parte della società e gli studenti hanno molti talenti da esprimere. Credo che più ci sono occasioni per dimostrare che la scuola e le realtà territoriali stanno dalla parte di chi ha qualcosa da dire e fare e più contribuiamo a rendere migliore il mondo e il tempo in cui viviamo. Altrimenti andiamo incontro a un nichilismo e a un abbrutimento che non fa bene a nessuno.

Ringrazio il Maestro Francesco Achilli per la disponibilità mentre gli auguro una brillante carriera e una vita ricca di emozioni.
Vignanello, 8 Luglio 2023 a cura di Ida Renzicchi per GEAPOLIS