L’antico ciclo di produzione della canapa a Blera

Manufatti di canapa INTESSUTI di storie. Laboratorio del racconto

 documentazione fotografica e testi di Giuseppe BELLUCCI

Nei primi del ‘900 e fino agli anni ’40 a BLERA esistevano numerosi telai, alloggiati per lo più nelle grotte presenti alle pendici dell’abitato, tanto da essere ricordati anche nella toponomastica paesana.

Dovendo ristrutturare un piccolo locale di pertinenza dell’abitazione paterna, non più visitato da decenni, nel liberarlo del contenuto, in un angolo, ho rinvenuto una vecchia cassa di legno coperta di polvere con le cerniere parzialmente arrugginite. Non ne rammentavo più nemmeno l’esistenza. Incuriosito l’ho aperta. Non c’era il tesoro dei pirati, ma per me, era egualmente un tesoro dall’intenso valore affettivo perché conteneva cianfrusaglie e utensili ormai desueti di una famiglia contadina: la mia famiglia d’origine.

Un paio di forbici per la tosatura delle pecore che l’ossidazione stentava a far aprire, due serie di cannelli da mietitore legati con lo spago, un soldatino di latta mancante di un braccio, grande amico della mia infanzia, tre lumini di coccio (quelli che funzionavano con l’olio e lo stoppino), e perfino una confezione integra di fascette militari di mio padre della campagna 1935-36 e altre minutaglie. Nonostante la varietà degli oggetti, il tutto si presentava in ordine, come riposto lì da poco tempo per essere presto riutilizzato. Affondando le mani più in basso estrassi alcune matasse di canapa e due teli ingialliti, arrotolati, di modeste dimensioni.

È stato un attimo e un fiume di ricordi disordinati ha incominciato ad affollarmi la mente. Mentre srotolavo uno dei teli per constatarne l’integrità, non potevo fare a meno di rammentare che probabilmente facevano parte della produzione di una zia di mia madre che aveva un telaio.

Nei primi del ‘900 e fino agli anni ’40 a Blera esistevano numerosi telai, alloggiati per lo più nelle grotte presenti alle pendici dell’abitato, tanto da essere ricordati anche nella toponomastica paesana.

La presenza di queste macchine tessili era dovuta al fatto che, nei piccoli spazi prossimi al FOSSO BIEDANO, si coltivava la canapa, pianta dalla quale, attraverso una serie di procedimenti si ottenevano teli e cordame.

Nei tempi andati le difficoltà nelle comunicazioni viarie tra i centri abitati, imponevano una economia pressoché autarchica. In tale contesto, la canapa rappresentava un bene molto diffuso perché consentiva la PRODUZIONE E LAVORAZIONE IN PROPRIO nonché per il fatto che la tela che se ne ricavava, robusta e resistente, rispondeva bene alle esigenze usuranti dei lavori agricoli e non solo. Dalla sua manipolazione si ottenevano: grembiuli, asciugamani, verte (lunghe bisacce di tela bianca che i contadini portavano spesso sulle spalle), sacchi di varie misure, bannelloni (ampi teli di filato grossolano che si stendevano sul terreno per la raccolta delle olive o per il trasporto dei covoni dal campo all’ara), corde, spaghi, stoppa per le cannelle delle botti, lenzuola, tovaglie, ed era parte fondamentale del corredo femminile.

Un tempo i teli di canapa, per la loro alta resistenza, venivano usati pure per le vele.

LA SEMINA avveniva a marzo. Giunta a maturazione, circa tre mesi dopo, la canapa veniva (roncata) tagliata e i fusti raggruppati in “MANNELLE” venivano messi a macerare nel fosso per circa una settimana sotto il peso di pietre che ne consentivano una bagnatura uniforme e ne impedivano il trascinamento dalla corrente. Di qui lo sfruttamento, per tali coltivazioni, dei terreni limitrofi ai corsi d’acqua i quali, a motivo di tali piantagioni, prendevano il nome di CANAPINE o CANEPINE, termine poi esteso ad ogni piccolo appezzamento anche lontano dall’acqua.

Blera, Asciugatura della canapa presso il ponte del Diavolo

Finita la MACERAZIONE, le mannelle venivano messe ad asciugare in piedi, allargate alla base così da formare tronchi di cono i quali, nell’insieme, a noi ragazzini sembravano tanti accampamenti indiani. Nel periodo della “CANAPATURA” intorno al fosso si avvertiva un’aria impregnata dell’acre odore del limo. L’area antistante “la fontanella”, nel fondovalle del Biedano, si animava tutto il giorno del chiacchiericcio, soprattutto femminile, e dei giochi di noi fanciulli che potevamo sguazzare nell’acqua. LE DONNE “BATTEVANO” LA CANAPA con due attrezzi di legno grezzo: l’ AMMACCATORE e la MACELLA attraverso i quali la LISCA veniva separata dalla FIBRA. Le giornate con un leggero venticello erano le preferite perché facilitavano il distacco. In un angolo noi monelli ammucchiavamo la lisca, ridotta in piccoli frammenti, per formarvi un morbido letto nel quale tuffarci a peso morto.

Con la PETTINATURA, si separava la parte più sottile destinata a teli più morbidi e sottili per lenzuola e asciugamani. Seguiva poi la FILATURA, attività esclusivamente femminile che dava origine alle matasse, utilizzando la ROCCA, le quali successivamente venivano “imbiancate” attraverso il bucato composto da cenere e acqua calda. Con le MATASSE asciutte si formavano i GOMITOLI con i quali, per mezzo dell’ ORDITORE, si realizzava un altro tipo di matasse pronte per la LAVORAZIONE AL TELAIO.

Fino a qualche decennio fa, la STOPPA DELLA CANAPA era usata nell’industria come materia prima per la fabbricazione di carta di alta qualità che non ingialliva col passare del tempo. Il trattamento per ottenerla non necessitava di acidi o altri materiali nocivi alla salute come per quella derivata dal legno. Era sufficiente l’uso del perossido di idrogeno (acqua ossigenata).

Il boom economico degli anni Sessanta rivoluzionò profondamente il rapporto con l’agricoltura nella nostra provincia. Tante metodologie contadine, vecchie di secoli, quasi scomparvero nel volgere di due-tre anni. Con l’avvento della meccanizzazione nelle campagne gli indirizzi colturali favorirono alcuni settori a scapito di altri così che, probabilmente, anche la coltivazione della nostra canapa sarebbe caduta in disuso per scelta naturale.

Blera 18.6.2015

Blera, antichi siti utilizzati per la coltivazione della canapa nei pressi del Fosso Biedano

Contributo pubblicato sul periodico LA LOGGETTA n. 103/2015

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