Paola Pampaloni: “La poesia è…ricerca di armonia”

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“ … sarebbe opportuno lasciare più spazio, nei percorsi formativi, viziati dall'efficientismo e dal tecnicismo, all'educazione socio-affettiva e alla riflessione introspettiva in nome di una una mentalità poetica capace di riportare nelle modalità espressive, come nei contenuti, bellezza, non estetismo, delicatezza, non sdolcinatezza, rispetto, non formalismo, modelli positivi, non utopie, insomma di devirulentare la realtà.” (Paola Pampaloni)

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La poesia dei luoghi. San Candido

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Paola Pampaloni (Padova, 1953), docente di Lettere, è specializzata nell’insegnamento ad alunni con disabilità.  Nel 2012 vince il Premio Nazionale di letteratura per l’infanzia ‘Arpalice Cuman Pertile’ di Marostica.  Dal 1989 compare nell’antologia Poeti padovani e nei Quaderni del Gruppo letterario Formica Nera.  Nel 2000 è presente con Arbitro il sonno (dell’incubo di J.H. Füseli) in «Chimera», collana di monografie d’arte (Flavio Pavan Editore, Padova).  Nel 2004 pubblica la raccolta poetica Mostri bifronti e cuori (La Garangola, Padova). Dal 2007 al 2018 prende parte a incontri e contribuisce ai quaderni tematici del Cenacolo di poesia di Praglia. Nel 2024 con CLEUP Edizioni pubblica la raccolta poetica  Alle porte dell’atto.

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Quando e in che modo ti sei avvicinata al linguaggio poetico?

 

Il mio rapporto con la poesia risale, senza dubbio, all’infanzia. Sono cresciuta al suono di ninnenanne, conte e filastrocche per cui la nonna materna aveva una vera predilezione. Ricordo ancora il borbottio della sua voce che diveniva un’eco lontana mentre mi addormentavo sulle sue ginocchia. Anche papà e mamma, tuttavia, non facevano mancare a noi bimbi, ancor prima che potessimo farlo da soli, la lettura di poesie di autori quali Valeri, Novaro, Pascoli, Cuman Pertile, Prati. Erano gli anni ’60 e noi non disponevamo ancora di un televisore.

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Così la sera, prima di dormire, c’era spazio per una storia o per qualche poesia. Era per me un momento magico.

La poesia, soprattutto, mi parlava al cuore e mi riecheggiava nella mente.

Capii molto presto d’avere una certa facilità a memorizzarne i versi e di provare un infinito piacere nel declamarli; un piacere favorito anche dal fatto che, fortunatamente, non fui mai costretta ad esibirmi per il compiacimento di chicchessia.

Mantengo ancora questo diletto tutto mio, come pure il ricordo dei testi che mi hanno fatto sognare, imparare, accedere ad un impagabile universo valoriale e di questi ricordi sono così gelosa che, quando mi accorgo di averne perso qualcuno, ricorro anche al web per recuperarlo.

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TURBINE SENZA VENTO

Sortisce turbine senza vento

da recessi ombrosi

accecati di sole

 

Scrolla sonagli di mimosa

note tortuose che

il verso trasfigura

 

E giunge consonante

alla terra nuovo il respiro

di libertà garbate

 

Spira nel buio brezza ebbrezza

e folle amore che le carezze

grottesche sublima

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Una volta iniziata la scuola, ebbi l’occasione di accedere alla poesia in modo più consapevole e mi resi conto che la mia passione dipendeva altresì dal fatto che ne comprendevo facilmente il senso, ne percepivo il ritmo, ne apprezzavo il linguaggio figurato. Talvolta mi appariva talmente ovvia la successione di versi e strofe, sia per la musicalità che le pervadeva che per il loro contenuto, che mi pareva di rilevarvi una sorta di ovvia consequenzialità, quasi ne fossi io stessa l’autrice. Cominciavo intanto a scrivere, per gioco e senza troppa convinzione, brevi testi, per lo più filastrocche o comunque composizioni ritmiche. Ero già mamma quando una zia mi restituì il foglio ingiallito d’un vecchio quaderno: una poesiola scritta all’età di nove anni, in occasione della nascita della sua primogenita. Nemmeno lo ricordavo.

Diventata una signorinetta, passai alla stesura di una specie di diario: brevissime pagine in prosa in cui riversavo i miei turbamenti adolescenziali. Non immaginavo che rappresentassero la punta di un iceberg che fluttuava più sotto e premeva per affiorare. Ma l’esigenza di scrivere in versi mi si manifestò chiaramente nel corso della stesura della mia tesi di laurea.

 (tratto dalla raccolta dei testi vincitori del Premio Nazionale di letteratura per l’infanzia ‘Arpalice Cuman Pertile’ di Marostica- anno 2012)

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Non mi bastava che le argomentazioni fossero coerenti, coese, convincenti, giustificate; dovevano “suonare” come volevo io. Il risultato che sortii fu quello che a scrivere quella benedetta tesi impiegai più del necessario: uno sfinimento.

Fu agli inizi della carriera di insegnante, e ancor più dopo la prima maternità, che realizzai definitivamente come il linguaggio poetico fosse per me una vera e propria chiamata e come fosse quello il modo in cui volevo far affiorare il mio “iceberg”. Presi dunque ad approfondire la conoscenza delle sue caratteristiche e ad arricchire le mie competenze linguistico-espressive. Iniziai a comporre poesie e filastrocche espressamente destinate all’infanzia ma anche a scrivere per me stessa.

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Ricordi la tua prima poesia?

È collegata a particolari circostanze o stati d’animo?

 

La prima poesia vera e propria, cioè quella che scrissi con l’intenzione di far poesia, fu Silvana, dedicata ad una cara amica che aveva appena perso un figlio in circostanze drammatiche e successivamente inclusa nella raccolta Mostri bifronti e cuori, pubblicata nel 2004.

Iniziai, come dicevo, a scrivere per me stessa. Volevo avvalermi del potere maieutico della poesia, per conoscermi meglio, trovare modalità espressive che dessero voce al mio mondo interiore nel modo in cui lo percepivo muoversi: impetuosamente.

In occasione di una visita alla biblioteca della mia città trovai, era il 1988, dei pieghevoli che mi spinsero a partecipare ad alcune rassegne poetiche. Otteni un buon riscontro e in biblioteca, e successivamente in diversi plessi scolastici, tenni dei laboratori di linguaggio creativo per colleghi ed alunni. Fu così che incontrai persone, tutt’oggi amiche, che mi incoraggiarono non poco. Tra queste desidero citare Luciano NANNI, referente del gruppo letterario Formica Nera, fondato a Bologna nel 1946 ed operante nel padovano dal 1971, il quale ha curato le preziose prefazioni di entrambe le mie raccolte.

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Paola Pampaloni, Mostri bifronti e cuori (2004) a cura della tipografia “La Garangola”

Il divenire del tuo stile: quali passaggi?

Quali modelli di riferimento e di ispirazione?

 

Oggi posso dire di non concepire la mia vita senza la poesia, di aver maturato uno stile personale in cui è difficile intravedere influenze particolari o condizionamenti di sorta anche se ogni autore incontrato nel corso della mia formazione ha lasciato segni profondi.

Spesso mi trovo di fronte a paesaggi o eventi che fanno riemergere testi mandati a suo tempo a memoria che tra me e me snocciolo, perfino passando l’aspirapolvere in casa.

Ha un suono l’aspirapolvere, un ritmo che ne evoca di più nobili.

Insomma non c’è luna che sfugga a un “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ silenziosa luna?” (Leopardi).

Non c’è volo di rondine che sfugga ad un “Meglio se le gazzarre degli uccelli/ si spengono inghiottite dall’azzurro:/più chiaro si ascolta il sussurro/dei rami amici nell’aria che quasi non si muove” (Montale).

Non c’è pensiero volto al divino che sfugga ad un “Ma deve venire,/verrà, se resisto/a sbocciare non visto,/ verrà d’improvviso/quando meno l’avverto” (Rebora).

Non c’è inquietudine o disorientamento che sfugga ad un “Il mio supplizio/ È quando/Non mi credo/ In armonia” (Ungaretti).

E, a proposito di armonia, mi vien da pensare al mio stile proprio come una ricerca d’armonia: sonora, grafica, interiore; un saltellare di tasto in tasto per suscitare il suono delle corde del cuore, un procedere di pietra in pietra tra dubbi, inquietudini, sorprese e gioie verso un qualche equilibrio, una consapevolezza peraltro mai conclusa, un dialogo serrato con me stessa al suono di parole-gioco e parole-contundenti.

Lo strumento privilegiato di questo percorso è infatti quella parola-sostanza che suscita continuamente il mio stupore, che mi gratifica come un infantile gioco funzionale, che sa accendere il mio desiderio di manipolarla come si fa con un panetto d’argilla.

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Paola Pampaloni, “Ingordigia”, terracotta.

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DI PIETRA IN PIETRA 

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Preme le fosche pieghe

della notte un accecante

sgomento che non molla

 

finché il giorno estingue

l’incompiuto e l’atto

prodigioso quieta l’affanno

 

Svettano all’orizzonte altre

cime nuovi sentieri dagli

acuti tornanti sui ghiaioni

 

Tendo la vista a valicare il sasso

 

Guardo più in basso

 

Sotto di me la pietra

rischio che inciampa

 

Forse piccola amica che

ingiunge a riguardare dove

conviene che riposi stanca?

 

Di catena in catena si va

di pietra in pietra

 

e il riposo insegue la salita

e questa il sole

che l’ombra non teme

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In che modo la tua poesia dialoga con l’arte? Di che colore è la tua poesia?

 

Ma, a proposito di argilla, oggi, che ho qualche minuto in più da dedicare alle mie passioni, ho iniziato anche un percorso di avvicinamento alla pittura. Ne ho sempre avuto una certa predisposizione che mi perviene dal nonno paterno, Antonio Pampaloni. Classe 1897, di origini toscane, era maestro d’arte. È suo il ritratto della nonna, sua moglie Ermenegilda Furlan, che ho voluto sulla copertina della mia nuova raccolta. Lo ammiravo molto e fui nel dubbio se seguirne le orme. Tuttavia la mia strada, nonostante il disegno ed i colori fossero uno dei miei passatempi preferiti, prese infine un’altra direzione. Negli anni, tuttavia, ho sempre mantenuto un rapporto appassionato con l’arte ed oggi mi domando, ma senza rammarico, se, con lo studio e la pratica, sarei riuscita a sentirmi più appagata di quanto mi senta quando mi imbatto nel desiderio, per imperizia irrealizzato, di vedere nei miei dipinti ciò che vorrei. È forse questo vorrei ma non posso che mi spinge ad affermare che, pur restando una passione, colori e pennelli mi pongono dei limiti che la parola non mi fa percepire, perché essa, più impalpabile della materia, dà vita ad un immaginario contenente tutti i colori del magico spettro. Ed è lì che “io nel pensier mi fingo ove per poco il cor non si spaura” (Leopardi-L’infinito)

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Paola Pampaloni,  Le luci del nero (acrilico su tela, 2023)

Quali gli stati d’animo che ti piace esprimere?

 

C’è, tuttavia fra i tanti, un colore che prediligo: è il pervinca, quel celeste che non sa se desiderare d’esser viola; perché lo stato d’animo che più mi piace esprimere è il dissidio tra l’essere e il non essere, la certezza ed il dubbio ovvero l’essere in potenza e l’essere in atto.

Gli fa concorrenza l’arancio che, benché i colori caldi mi attraggano poco, mi tenta.

È la vita che, da sempre, mi chiama fortemente alla vita e nei miei testi si rivela nell’analogia tra i vissuti interiori e gli oggetti di natura.

AUTUNNO

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T’ho mai detto che li sento

arrivare prima che nelle nuvole

affollate e nella principesca

melagrana il tuo vento di nidi

sopraffatti e il colore della

rabbia che mi sgrana?

 

T’ho mai detto come il tuo

languore mi scoppi prima delle

caldarroste fra tenerezze

di camini antichi e sentori

d’incinerati sfalci?

 

Ecco ora sai come mi corrisponde

il tuo incedere festoso e desolato

in quest’età che ora mi contenta

ora mi scuote come la tormenta

 

ora mi ovatta di nebbie deludenti

ora mi sgombra di foghe incontinenti

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A che punto del cammino ti trovi oggi?

 

Nella mia di vita mi colloco, oggi, per l’appunto, Alle porte dell’atto, cioé prossima ad affrontare un compimento dell’umano che è croce di conclusi respiri ma delizia di sereni abbandoni; in entrambi i casi la vertigine di un trionfo. Sono credente.

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A ME STESSA

Sfuma ecco la stagione

o pare

 

Né attenua le tinte

che temi perdute

nel tedio passato dei giorni

 

E ancora verrà verrà dolce

al profumo del fieno

con voli impalpati di sole

 

Per te canterà che lontano

presunta assopita

sorridi alla brezza sottile

 

E arpeggia e odora di mare

 

e affiora sul pelo del tempo

passati più nuovi che l’oggi

 

e giochi bambini creduti trascesi

 

ma pare

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Parlaci del tuo nuovo libro…

 

Il mio libro, che segue un primo a distanza di vent’anni, schiude un’età nuova. È anzitutto dedicato a mio marito, con cui ho condiviso due terzi della vita e a cui sono grata per aver compreso e tollerato il lavorio dei miei “rimpasti”. Non ci si aspetti di trovare, tuttavia, una raccolta di poesie imperniate sulla nostra storia, men che meno sull’amore. La “storia” è sempre e comunque una storia dell’anima, intrisa di esperienze, riflessioni, talvolta sconforti, ora anche presagi. Ho sempre sentito il bisogno di arrivare ad un appuntamento preparata. Anche la maturità e la vecchiaia lo sono e meritano di essere sopraggiunte e vissute con un’adeguata disposizione d’animo, non sprecate, rifiutate o sofferte più del necessario. Ad affrontare questa fase propedeutica mi aiuta ancora una volta la poesia che è per me luogo di cura oltre che di sincera lettura di me stessa. È pronostico capace di esorcizzare di giorno in giorno le prove che affronto nonché l’agognato e temuto avvenire. Ma se mi attende, in questo momento, una fase della vita gravida di tutto ciò che il declino comporta, vi intravedo anche ammiccanti fermenti dello spirito.

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Non solo questo impegna, tuttavia, i miei pensieri e si fa sostanza dei miei testi ma ogni esperienza, ogni sentimento, ogni riflessione ovvero l’amore, la sofferenza, non solo personale, la stoltezza umana, la gioia di un incontro, il dolore per la perdita di una persona cara, il ricordo di ciò che ha contribuito a fare di me ciò che sono può essere colto nel mio lavoro poetico.

La raccolta, che copre l’arco temporale dal 2004 al 2018, si articola in sette sezioni, titolate anche allo scopo di facilitare al lettore la comprensione dei testi.

Si apre con una composizione dedicata al richiamo precoce della poesia e si chiude con un testo che, ironizzando sull’illusione di una soluzione della continuità nell’ultimo giorno dell’anno, allude ad un continuum con la prossima raccolta in fase di lavorazione.

Non è esclusa, dal percorso la poesia civile, affrontata, mi preme sottolineare, con la mentalità di una persona comune, non d’una politicante.

NE SCRIVEREI

Mi domandasti se quando io scrivo

(non osasti sostenere che poeti!)

m’impegni in sociali questioni

 

e mi calò un fendente

sul collo che ho già chino

 

Ne scriverei

mi rincresce non farlo

 

ma sulle amate misure

crude s’accampano

cronache da macello

se mi accingo

 

E più netto è lo scarto

quando mi volgo al cielo

e qui è l’inferno

 

Dove l’amore sgozzato

s’accascia dove l’ansia

camita pigmenta le falesie

dove i figli del notturno

fragore viaggiano al chiuso

di cieche carlinghe

 

Come potrei dire senza morirne?

 

Scrivo dunque di me

di te che mi domandi

cosa argomenti che disquisisca

 

di che tratti

 

Non della morte che calca

i nostri vicoli al ritorno

di questa media età

che guarda e passa

di troppa inettitudine

che ciancia sui guasti avanzi

della nostra storia

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Progetti per il futuro?

 

Quanto ai progetti per il futuro e a proposito dei fermenti citati, mi sto accingendo a riordinare altri testi per una terza raccolta che prosegue le orme del mio camminare verso “l’ atto”. Dovrei intitolarla, forse, “All’ atto” ma così facendo mi parrebbe di mutilare il mio divenire. No, non ne sarà questo il titolo perché, a Dio piacendo, continuerò il mio percorso di crescita, calcando il palcoscenico della vita meglio che posso e lasciandone testimonianza, tramite la poesia, anzitutto ai miei cari.

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NEL FINGERMI CONFORME

Non chiamatemi più

 

Strappano le vostre voci il mio silenzio

a brani che un cavernoso vuoto avido inghiotte

se sventato scopre appena un guado

 

Voglio tutto per me questo torpore

sotto ventole-moviole appisolato

che avvolgano le mete affaticate

che snodino quaggiù prime intentate

 

S’agita sopra letti caldi e scabri

la pena che nel buio si dilata

e lievita finché crepi l’esuvia

e sgusci lustro e fresco aspide nuovo

 

Così si muore noi da che balena

questa coscienza maledetta e informe

questo sdoppiato vivere che mente

perfino a se stesso e che non gode

che osserva festeggiare di lontano

imbandisce per altri e non banchetta

 

Si nutre d’altro cibo: un mormorare

assunto sottocute come scabbia

celato e veritiero ospite muto

 

Fosse quest’estro il guizzo del demiurgo

che giunge infine a contemplarsi in atto

non un vagare inabile e malcerto

un basculare tra omeostasi e schegge

questo azzerarsi d’esiti e di slanci

questo passar mediocremente il segno

 

Eppure è mia sostanza andirivieni inquieto

fitto scarto tra l’essere e apparire che m’appaga

nel fingermi conforme e vieta un poco

per poi tornare a inabissarmi sola

nell’esser mio che schiude altre tagliole

che moltiplica ritmi e che non molla

 

Che precipita e regge e quand’è sotto

riaffiora a coglier l’eco

delle catartiche vostre voci in coro

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Quale significato assume il linguaggio poetico nel tempo della comunicazione via web?

 

In un’epoca in cui la parola è strumento di mercato, arma da taglio, inganno virtuale, il linguaggio poetico, relegato a retorico artifizio, non è altro, nell’immaginario collettivo, che il capriccio di pochi. Al contrario, dire tutto ciò che si pensa senza filtri è divenuto usuale; la volgarità, il soggettivismo, i luoghi comuni e le opinioni tendenziose lasciano poco spazio al senso critico, al rispetto, alla negoziazione. Credo che tutto si possa dire, anche la più scomoda verità. Quel che conta è l’intenzione che muove ed il modo in cui la si esprime. Se essa mira al disfattismo, alla denigrazione, alla mortificazione, alla vessazione, allora non sono necessarie attenzioni di sorta. Ma se la comunicazione persegue obiettivi di tutela e promozione del benessere personale e della pacifica e produttiva convivenza, forse l’esercizio della funzione poetica, che non è nemmeno estranea al parlato informale, concorrerebbe ad ovviare all’abuso di turpiloqui, improprietà, espressioni omologate, qualificandosi, tra l’altro, come strumento di profferta d’amore e fonte di ispirazione valoriale. Per tale motivo sarebbe opportuno lasciare più spazio, nei percorsi formativi, viziati dall’efficientismo e dal tecnicismo, all’educazione socio-affettiva e alla riflessione introspettiva in nome di una una mentalità poetica capace di riportare nelle modalità espressive, come nei contenuti, bellezza, non estetismo, delicatezza, non sdolcinatezza, rispetto, non formalismo, modelli positivi, non utopie, insomma di devirulentare la realtà.

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Paola Pampaloni, Barche a Misurina, (2025) – olio su tela

TUTTO É CONCESSO 

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Mi guardi cieco, estradato

da battibecchi di non-vite

perpetrate in palinsesti ostili

 

Tutto è concesso

Sprangato il cuore

incrina ad una piuma

lì dove cedono

i contrafforti dell’umano

dove malferma si svela

ogni evidenza

 

Sproposito l’ardire di tornare

 

Fluitiamo sopra gore

variopinte non già

da fisiognomiche ormeggiate

 

ma da detriti e croste

sedimenti tra cui

la scelta effimera consuma

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Immagina che i tuoi tre nipotini ti domandino che cos’è la poesia come risponderesti?

 

Cosa sia per me la poesia, oltre a ciò, è presto detto: è il luogo dell’anima dove le parole si vestono a festa per dare voce allo spirito; è un telegramma che il poeta destina a se stesso e ad altri spiriti connessi. È l’abile interprete dei nostri suoni interiori, la chiave che affranca la parola dal rischio della denotazione e del solipsismo.

Il mondo della poesia è, infatti, il luogo dell’interpretazione multipla e, per tale motivo non è negata a nessuno: chiunque vi può accedere trovandovi la consonanza con la propria individualità.

Penso che in ciascuno di noi, che sappiamo o meno scrivere in poesia, si annidi un poeta. È infatti la molteplicità dei vissuti emotivi ed affettivi che ci è dato provare che ci chiama alla poesia, così come, che ne siamo capaci o meno, siamo tutti chiamati alla santità. Dunque perché non provarci?

E per tornare ai nipotini, citati nella domanda che mi è stata posta, così parlerei loro di poesia:

Paola Pampaloni, “Calle”(particolare), olio su tela

LA CHIOCCIOLA BERTILLA 

Dicono sia golosa

dell’erba camomilla,

per questo è così quieta

la chiocciola Bertilla.

 

Cammina sulla pancia,

lascia a terra una scia

per chi vuol ritrovarla

 

dopo che è andata via.

Nessuno sa però,

perché lo tien nascosto,

che ama gli sport estremi,

Bertilla è un tipo tosto.

 

Ma voglio raccontarvelo:

l’ho vista arrampicata

a testa in giù su un ramo

e infine si è lanciata.

Faceva il bungee jumping,

nemmeno si legava,

cadeva in mezzo ai rovi

e poi ci riprovava.

 

Lungo il pendio di un monte

si è fatta rotolare:

il guinness di un fun bob

voleva superare.

E sì che è anche molliccia,

che ha solamente un piede,

 

dove trovi la grinta

più d’uno se lo chiede.

 

Forse sarà che in spalla

sempre ha la sua casetta,

tutto ciò che possiede,

nient’altro lei s’aspetta.

 

Null’altro lei desidera

per vivere alla grande,

nemmeno un altro piede,

nemmeno delle gambe.

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Da dove si comincia per scrivere una poesia?

 

Ma come fare per scrivere una poesia? Beh, si comincia da una cosa, una qualunque, anche piccolissima che piace, che non piace, insomma che colpisce. La si avvicina, senza arroganza, la si guarda e la si ascolta. Sarà lei a parlare per prima, noi a prender nota di quello che saprà dirci. Così nasce una poesia.

Paola Pampaloni 

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Per andare oltre...

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