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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA.
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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA.
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testi di Maria Luisa DANIELE TOFFANIN
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@ QUADERNO N.53 VERITÁ STORICA E UMANA IN VITTORIO SERENI
Incontro – 27 maggio 2015
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Nel variegato tessuto culturale del ‘900 così vivo di fermenti letterari e di profondi intrecci umani, dilatati in riviste d’avanguardia tese nella ricerca di spazi esistenziali diversi e tecniche nuove, si distinguono i continui aggiornamenti operati da Mario Luzi e Vittorio Sereni sulla loro educazione ermetica, sollecitata sia da esempi stranieri sia da una sensibilità sempre più acuta per i nuovi problemi della società attuale che rinnova i loro contenuti.
In tale dimensione é interessante rivedere il vissuto ed altro di Sereni per chiarire alcuni passaggi particolari riscotrati nei testi proposti.
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“ Vittorio SERENI, nato a Luino nel 1913, laureatosi in lettere a Milano, fu ufficiale di fanteria nell’ultima guerra in Grecia, nei Balcani, in Sicilia, e fatto prigioniero dagli alleati, venne internato nel luglio del 1943 nei campi di concentramento dell’Algeria e del Marocco. Nel dopoguerra, dopo un periodo d’insegnamento, è stato assunto nell’ufficio stampa della Pirelli e infine nel settore editoriale della Mondadori, esperienze che hanno toccato da vicino la moralità e la sensibilità del poeta appunto sul rapporto tra industria e letteratura (vedi Gli strumenti umani). Esordì nel 1941 con la raccolta Frontiera (poi ampliata e ritoccata col titolo Poesie, 1942) che, fra generiche riprese di moduli ermetizzanti, già preannuncia alcune costanti autonome della poesia matura: castità formale, l’emergere di immagini reali dallo «sfumato» del ricordo, un paesaggio lombardo rarefatto e pur riconoscibile ecc. In Diario d’Algeria (1947), ispirato nella parte più cospicua all’esperienza della guerra e della prigionia, entrano quasi di forza nuovi motivi: il dramma storico, la sua atroce violenza, la consapevolezza di una struggente e colpevole condizione di passività di fronte agli eventi. Con Gli strumenti umani (1965), l’iter di Sereni tocca il suo terzo tempo, segnato da un’adesione insieme ferma e struggente, fiduciosa e disperata, alla realtà del nostro tempo. La novità tematica diviene, di conseguenza, anche novità stilistica: dal sempre più frequente e fluido uso del «parlato» alla dissoluzione delle norme metriche in una sorta di prosa in verso che, nel suo snodarsi e inarcarsi, obbedisce unicamente a urgenze emotive ed espressive. Di un quarto libro di poesie l’anticipazione più rilevante è Un posto in vacanza (1973). Traduttore finissimo di J. Green, P. Valéry, E. Pound, W.C. Williams, R. Char, Sereni ha anche pubblicato una sorta di zibaldone dal titolo Gli immediati dintorni (1962) – frammenti autobiografici, traduzioni, appunti lirici ed epigrammatici – e la raccolta di saggi critici Letture preliminari (1973). Infine la raccolta di Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1986.”
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Da quanto sopra derivano, in sintesi, i motivi determinanti per la mia scelta: in particolare, il passaggio per la Grecia -per il Pireo- di Sereni, una volta richiamato alle armi nel ’42. La sua vicenda personale e il suo internamento già ricordati, mi richiamano alla memoria mio padre, il suo percorso militare altro, ma iniziato in Grecia dal gennaio del ’43, e conclusosi con la prigionia in mano tedesca subita in vari campi di concentramento dopo l’ armistizio del settembre del ’43. Due storie diverse nella stessa storia tragica della seconda guerra mondiale. Nella poesia “UN ITALIANO IN GRECIA”, risento non solo l’animo del nostro poeta ma i sentimenti di tanti giovani che hanno creduto all’inizio in questa guerra ma hanno visto poi cadere lentamente tutti i loro ideali e i loro progetti. Una poesia estremamente coinvolgente. Ad Atene nel ’42 al Pireo Sereni ricorda la sua prima sera mentre i convogli se ne vanno e, in un’atmosfera di penombra, avverte come un sentimento di lutto per aver perduto tutto: l’estate, la sua giovinezza e di essere caduto in un domani senza stagione. E toccante è il suo richiamo all’Europa nel cui culto lui si era formato con fede in una civiltà che non tollerava alcun attentato alla libertà della persona in nome degli interessi dello Stato. Ma sente questo suo mito precipitato in quella guerra nazi-fascista da lui definita tra le schiere dei bruti. In tale caduta di ideali, in questo presentimento di una fine quasi della giovinezza, lui parla ancora con l’Europa come un suo figlio che non conosce come ostili se non la propria malinconia e qualche rimpianto di luoghi lasciati e passi perduti. E avverte il presentimento, poi confermato, di essere condannato a insabbiarmi per anni e quindi a perdersi, seguendo la volontà dei bruti, gli stessi che hanno considerato poi gli IMI, nella loro resistenza passiva, dei traditori, per ritornare ancora alla vicenda di mio padre che in qualche modo mi lega a questo autore.
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UN ITALIANO IN GRECIA
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Prima sera d’Atene, esteso addio
dei convogli che filano ai tuoi lembi
colmi di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
ho lasciato l’estate sulle curve
e mare e deserto è il domani
senza più stagioni.
Europa Europa che mi guardi
scendere inerme e assorto in un mio
esile mito tra le schiere dei bruti,
sono un tuo figlio in fuga che non sa
nemico se non la propria tristezza
o qualche rediviva tenerezza
di laghi di fronde dietro i passi
perduti,
sono vestito di polvere e sole,
vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.
Pireo, agosto 1942
Da Diario d’Algeria, ed. Mondadori
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Nella raccolta Diari d’Algeria, secondo Raboni “la storia è entrata nella poesia di Sereni” storia, non solo guerra, come “girone grigio” che “corre nello scherno dei mesi”, privazione-rifiuto degli eventi che contano e del loro significato, insomma storia degli sconfitti.
E Raboni prosegue definendola come “esperienza traumatica di fine della giovinezza, del suo limpido, incantevole, malinconico sogno d’attesa”.
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E proprio in questa verità umana-storica così tragicamente complessa e che ha segnato profondamente molti protagonisti-vittime del conflitto, è racchiuso “il perdurante e inconfondibile fascino, la speciale e perturbante bellezza del libro al quale ci troviamo ancora una volta di fronte come a un oggetto intatto e misterioso di conoscenza e amore”, libro apprezzato per questo ed altro anche da Zanzotto che considerava Vittorio Sereni amico fraterno.
L’altra poesia, La spiaggia, nasce dalla memoria dei luoghi del passato, così viva nella poesia di Sereni, anzi in questo caso dalla volontà di non ricordare: la spiaggia è un luogo mai visitato da cui emergono dei messaggi da quelle toppe solari, da quelle toppe di inesistenza realizzata con materiali come calce e cenere destinati ad un rapido degrado, che invece parleranno. Perché ogni vita, anche se offesa, non è spesa mai per niente, lascerà per il futuro sempre un suo monito da decodificare. E questo secondo l’etica anche di Sereni? E chi siano questi morti, i vendicatori secondo Fortini, o altri, non è quindi mio problema perché la poesia mi ha catturato per la sua carica emozionale espressa dal paesaggio scenico così crudo in cui profetiche pietre prenderanno voce, resa con l’introduzione di un personaggio misterioso che sembra rispondere al telefono, con la personificazione del mare così nudo che parla, e soprattutto con un linguaggio incisivo, nitido e brillante come quelle toppe solari.
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LA SPIAGGIA
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Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore,
E poi, saputa: – Non torneranno più –.
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle troppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.
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Carica emozionale, inoltre,tradotta in particolare nella terza strofa costituita da versi di grande efficacia, da indicibili immagini: i morti non è quel che di giorno / in giorno va sprecato, ma quelle / toppe d’inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce. E il mare conferma che parleranno. Visione utopica o segno di speranza in un passato non vissuto invano ma che si esprimerà nel futuro di un uomo che si è sentito tradito dagli errori della storia e trascinato dentro senza più identità? Opto per la speranza perché accanto a questa sua dimensione storica interessa sottolineare anche quella esistenziale che, se pur espressa in una disperazione nervosa, risentita, che cerca appigli, motivi nella storia e nella biografia, come afferma Piovene nel 1966, si illumina anche di intuizioni bellissime espresse in visioni-ricordi d’amore e d’amicizia quasi per darsi delle certezze di vita.
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APPUNTAMENTO A ORA INSOLITA
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La città – mi dico – dove l’ombra
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino….
«… asciuga il temporale di stanotte» – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
«Asciuga al sole le sue contraddizioni»
– torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l’immagine il sembiante
– d’angelo avrei detto in altri tempi –
risorto accanto a me nella vetrina:
«Caro – mi dileggia apertamente – caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?»
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
(Non saremo
più insieme, dovrei dire). «Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre…
giusto di te tra me e me parlavo:
della gioia».
Mi prende sottobraccio.
«Non è vero che è rara, – mi correggo – c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un’arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia…»
Ma dove sei, dove ti sei mai persa?
«È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione»
dico alla vetrina ritornata deserta.
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E sono i famosi scatti della gioia che erompono in endecasillabi lanciati come razzi nei versi. Pochi poeti hanno saputo rendere così viva, vera, personificandola, la gioia. Come appare in Appuntamento a ora insolita da me scelta per l’incantevole sua capacità di dirci questo stato d’animo fanciullo così unico e di renderlo persona che parla, ride, accende una vetrina in una giornata rara come questa mattina di settembre in cui la città – mi dico – dove l’ombra / quasi più deliziosa è della luce / come sfavilla tutta nuova al mattino… «… asciuga il temporale di stanotte» – ride / la mia gioia tornata accanto a me / dopo un breve distacco. Il tutto in un linguaggio di luce fluido, vicino al parlato in cui prevale il dialogo come tecnica caratteristica di Sereni quasi per convincere se stesso della realtà di quanto sente nella parola rivolta all’altro che diviene conferma. Inesprimibile è la sua definizione di questa gioia (un’arma a doppio taglio): è quest’ora di settembre per me repressa / per tutto un anno… la si porta come una ferita per le strade abbaglianti… potrei con questa uccidere con la sola gioia… versi che mettono in evidenza quella sua inquietudine esistenziale insieme alla necessità di confortare, di rassicurare se stesso in questo suo sogno-realtà.
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.GLI AMICI
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Nell’anno ’51 li ricordi
la Giuliana e il Giancarlo
ballerini e acrobati com’erano
con vocazione di poveri
di cui sarà il mondo domani,
salute gioventù fierezza scatto.
E oggi? In una torpida
mattina del ’60? O di essi e dei figli
bellissimi e terribili di cui
con intatta vocazione di poveri
ancora può essere il mondo
domani
per la decima estate non si orna
di nuovo la bocca del Magra?
Che tempi – mormori – sempre più confusi
che trambusto di scafi e di motori
che assortita fauna sul mare.
Non lasciatemi qui solo
– stai
per gridare – ritornate…
Ma ecco da dietro uno scoglio
sempre forte sui remi
spuntare in soccorso il Giancarlo.
E ti sembra un miracolo.
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Medesima funzione consolatrice, rassicurante hanno anche le figure degli amici riemerse dal passato e a cui il nostro si rivolge non lasciatemi qui solo… ritornate… ma ecco da dietro uno scoglio / sempre forte sui remi / spuntare in soccorso il Giancarlo. / E ti sembra un miracolo. Poesia che è canto dell’amicizia e insieme esaltazione di quello stile così nuovo, moderno, rivolto a un tu pieno di interrogativi ma anche innervato da una volontà di sperare almeno nei ricordi stata per lui la prigionia e il tradimento della storia cantano l’esistenza, cercano conforto nella vita stessa e nella sua bellezza cogliendo momenti unici, occasioni che riesce a rendere universali sia nel positivo che nel negativo col suo linguaggio colloquiale ma sempre puro, ripetitivo, iterativo, altra forma per convincere se stesso ( come in un’autoterapia), e gli altri rivelando questa esigenza di certezze buone. del passato. Poesie queste due che pur risentendo di quella tragedia che è stata per lui la prigionia e il tradimento della storia cantano l’esistenza, cercano conforto nella vita stessa e nella sua bellezza cogliendo momenti unici, occasioni che riesce a rendere universali sia nel positivo che nel negativo col suo linguaggio colloquiale ma sempre puro, ripetitivo, iterativo, altra forma per convincere se stesso (come in un’autoterapia), e gli altri rivelando questa esigenza di certezze buone.
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La giovinezza è tutta nella luce
d’una città al tramonto
dove straziato ed esule ogni suono
si spicca dal brusio.E tu mia vita salvati se puoi
serba te stessa al futuro
passante e quelle parvenze sui ponti
nel baleno dei fari.Vittorio Sereni
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Muovendomi tra i diversi critici e studiosi di Vittorio Sereni, in particolare Pier Vincenzo Mengaldo, ricupero alcuni dati conclusivi: l’autore, che non era né un intellettuale militante in politica né un letterato di professione ha invece fissato in pochi libri di poesia la fisionomia civile, e forse il significato storico del dopoguerra. La sua visione, che è simile a quella di tanti reduci da esperienze diverse, come mio padre, i quali non vogliono dimenticare né possono adattarsi facilmente a tempi nuovi, nasce dal sentimento di un’offesa personale: la prigionia che lo escluse dall’Italia negli ultimi due anni di guerra, costringendolo all’inerzia in un momento politicamente e socialmente e anche umanamente decisivo. Il tema della sua poesia dopo il 1945 non fu però la frustrazione privata, ma furono quei segni di sconfitta e di mancato soddisfacimento dei bisogni umani che egli andava, e va, scorgendo ovunque, come tratti essenziali del nostro tempo storico; di qui, il suo compianto per i morti inutili, e la sua dichiarata rinuncia a formulare programmi, a far previsioni, o semplicemente ad affermare positività.
Però di lui rimangono in controcanto continuo quegli inni alla gioia, quelle accensioni subitanee che squarciano i suoi versi con la stessa forza con cui partono certi suoi endecasillabi: illuminazioni fulminee dell’amore e dell’amicizia che completano l’uomo-poeta Sereni.
E piace in conclusione riaffermare tutto ciò perché fra verità storica e umanità Sereni rappresenta tutti gli uomini di quel tempo e di ogni tempo, reduci da una realtà che tradisce, alla ricerca sempre di certezze rassicuranti in un dedalo di contraddizioni esistenziali.
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