Anna VENTURA. Cenacolo/3

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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA. 

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Testi  di  Maria Luisa  DANIELE TOFFANIN 

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Anna Ventura è nata a Roma da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, ha collaborato con l’Università mediante ricerche e pubblicazioni di filologia classica. Ha insegnato negli istituti superiori e nei licei. Pubblicista, ha collaborato a riviste di cultura nazionali e straniere. Ha diretto la collana di poesia «Flores» per la casa editrice Tabula Fati. Ha ottenuto il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri (1983). Ha vinto il Premio Speciale Tagliacozzo (1984) per la critica. Per la poesia ha ottenuto il Premio Tagliacozzo (1988), il Premio Chianti (1989), il Premio speciale della Giuria del Lerici/Pea (1995), il Premio UTET (1997). Per la narrativa ha avuto il Premio Giusti/Monsummano (1992) e il Parise (1994). Ha tradotto Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani (Bompiani, 1993). Ha curato due antologie di poeti abruzzesi: Il sole e le carte (Marcello Ferri, L’Aquila 1981) e Canzoni come il grano (Del Romano, L’Aquila 1995). Insieme a Franco Manescalchi ha curato per Polistampa l’antologia Il cuore costante. Poeti italiani del secondo Novecento (1998). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, tedesco, francese, spagnolo e portoghese. È deceduta nel 2021. (Biografia dal web)

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@ QUADERNO N.33/ GLI OGGETTI PARLANO 

Incontro – 31 gennaio 2013 

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Ho conosciuto Anna Ventura, poetessa abruzzese, al premio Histonium a Vasto dove ho vinto nel 2007 il primo premio con Fragmenta.

E’ stato un momento felice anche perché Anna, membro della giuria, ha condiviso pienamente i miei messaggi e la mia scrittura: questo per chi scrive è veramente sublime.

Successivamente ci siamo scambiati i nostri lavori conoscendoci così più profondamente anche attraverso una coinvolgente corrispondenza. Abbiamo imparato ad apprezzarci e siamo diventate amiche nella poesia. In una delle sue lettere mi ha confidato che stava creando, nel suo palazzetto nel centro storico dell’Aquila, una biblioteca con i libri che più le piacevano, raccolti nella sua esperienza di membro di giuria. In mezzo c’erano anche i miei. La morte di suo marito, successivamente il terremoto hanno spezzato questo equilibrio e interrotto momentaneamente il nostro rapporto.

Alla notizia l’ho cercata ovunque e, solo dopo sette giorni dalla catastrofe, sono riuscita a sapere che era ancora viva da sua nuora di Padova rintracciata per un’improvvisa illuminazione.  Poi i tragici particolari a tutti noti: la casa inagibile, la vita trasferita senza gli oggetti amati che sono la tua storia, in un luogo altro. Racconto questi particolari, che hanno segnato i più fortunati, per esprimere la mia ammirazione ad Anna, non più giovane, capace di adattarsi e pure di rinnovarsi: così l’ho sentita nelle nostre conversazioni.

 

Ma ritorniamo ad Anna Ventura poetessa dalla ricca produzione; raccolte di poesie, volumi di racconti, romanzi, libri di saggistica ed altro. Qui riporto alcuni testi, che rispondono al tema in oggetto questo mese, tratti da In Chartis e Non suoni ma rumori, sillogi a me care, che hanno come protagonisti appunto gli oggetti capaci di ascoltare, di dire. Sono parte viva della nostra esistenza, anzi ne sono la memoria, i segni sacri che identificano il nostro presente, che ci proiettano nel futuro, almeno nella pagina.

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Così in “Il fischio del treno” attraverso cose cariche di umanità: i vasetti delle spezie, la tendina, la pianta di basilico, la bottiglia del latte… ci ritroviamo tutti noi con la nostra vita scandita dal passaggio delle stagioni, dalla puntualità-ossessione del tempo-treno che passa e ripassa in questa storia infinita di noi nelle cose. 

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IL FISCHIO DEL TRENO 

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Flaconi di vetro colorato

con dentro semi e spezie,

immobili salse in porcellane bianche;

dietro la tenda di trina

c’è il mondo, immenso.

Le stagioni cambiano:

 l’estate è il vaso di basilico,

 l’inverno, la bottiglia di latte alla finestra.

Così in infinite case,

in infinite finestre.

Infinite antenne sui tetti,

tutte eguali.

Passa il fischio del treno,

sempre alla stessa ora. 

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(Da “In chartis”, Bastogi, 1996)

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Ne risulta, da una attenta lettura, che Anna Ventura è amorosamente piegata in ascolto della realtà quotidiana, anche quella più confusa, coperta di polvere, con la vecchia lampadina segnata dalla mosca, apparentemente trascurata, in cui la vita si manifesta in maniera semplice quasi dimessa, che Anna trasforma in una epopea umile, affettuosa, autentica delle cose, come in Hic et nunc. Cose che creano una particolare atmosfera di pace dell’inutile,/del tempo immobile del dolce far niente,  che riflette l’anima dell’autrice, dei vicini di casa abbandonati a una primordiale filosofia, quasi un’atarassia, ai perché ai quesiti dell’esistere, lasciandosi andare nel grande fiume delle cose. E queste poesie, legate dalla comune poetica delle piccole cose, sono sempre diverse, nate da una diversa ispirazione, da una uguale fedeltà alla sacralità degli oggetti derivata, a mio avviso, dall’humus stesso della sua terra.

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HIC ET NUNC

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Qui dove si stringe l’interno,

dove il raggio di ponente

riscalda il cuore

e gli oggetti scombinati e vecchi

tranquilli convivono;

qui dove la vecchia lampadina

conserva la pulce nera

della mosca estiva,

le piastrelle non brillano,

la polvere pacifica

sta sulle cose,

qui c’è la pace dell’inutile,

il tempo immobile del dolce far niente,

lo sguardo che osserva dietro le garze rosse e bianche

altre case,

altri comignoli e tetti,

balconi, finestre, ballatoi

dove la vita dei semplici

scorre

senza chiedersi come

e perché, e fino a quando, 

e con quale fine e mistero.

No, non ha questa presunzione

la vita dei miei dirimpettai,

perciò qui sto bene anch’io,

come loro,

nel grande fiume delle cose

che non aspettano niente.

                            Da “In chartis”, Bastogi, 1996

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foto di Gioacchino Bordo

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Dalla saggezza, pacatezza, dai costumi della sua gente attenta proprio alle piccole cose, attraversate però da infiniti gesti in cui ogni uomo riconosce se stesso nei minuti passaggi della sua storia, convergenti tutti nella grande Storia. Una poesia regionale che acquista una valenza universale. Si rivela anzi antica laude moderna alla vita attraverso gli oggetti della quotidianità intesi come dono rinnovato sempre, recitata con gratitudine al miracolo celato in essi-oggetti-poesia-voce in intimo colloquio con noi nello snodarsi del tempo. Una poesia apparentemente semplice, ma che nasconde il segreto stesso dell’esistenza, proprio perché riesce a varcare il limite della cosa appropriandosi nei versi di sentimenti e memorie universali. Il suo quindi è un apparente crepuscolarismo perché non nasce dal rimpianto per il passato, ma dall’esaltazione della vita stessa che negli oggetti si conferma, nel sentire di Anna, con la sua vitale carica di speranza. Ne è esempio Due lettere di carta: racchiudono nei primi versi la puntualità della natura, vedi i giorni della merla, come espressione di una tangibile incomunicabilità per il freddo rigido di quei giorni. Ma le due lettere di carta giunte da amici lontani diventano una testimonianza che tutto tornerà all’equilibrio normale, che la speranza della primavera è ancora viva e che nel bosco ci sono già promesse di ciclamini per un’estate migliore. Un’amalgama reso con leggerezza, sapienza e riconoscenza per la natura di cui, altrove, anche gli animali, le piante, i fiori sono avvicinati francescanamente.

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DUE LETTERE DI CARTA

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Oggi, gennaio,

i giorni della merla, la resa

all’incomunicabilità è un oggetto,

una cosa che si può toccare. Eppure 

due lettere di carta, spedite da amici lontani,

bastano a farmi credere

che le strade torneranno transitabili,

che la spiaggia fredda aspetta

la prima passeggiata senza scarpe,

il bosco a mezza costa cova sotto le brine

il suo manto di ciclamini cremisi,

per l’ultima estate, la migliore.

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Da “Non suoni, ma rumori”. Venilia editrice, 2009

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foto di Gioacchino Bordo 

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Lo stile è immacolato per proprietà lessicale, per la misura della parola, per i ritmi, per la tonalità leggera del linguaggio, vicino al quotidiano, ma calibrato sapientemente, sempre in una visione etica delle cose, dell’uomo, accesa da uno stupore fanciullo che ha dentro tutta la coscienza dello spazio-tempo nel ciclo eterno del creato. Una dimensione poetica unica quella di Anna Ventura che è in fondo lirica coerenza al suo modo di porsi nella vita.

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Solo ora trovo queste note sparse poi ricomposte in una lettera nel 2007….: la tua poesia è così pura, semplice come germinata dalla madre terra e nello stesso tempo ha dentro tutta la sapienza delle stagioni e dei loro riti eterni. Come la terra ne percepisce tutte le più intime pulsioni nel naturale scorrere del tempo, così la tua poesia conosce tutti i segreti delle cose, degli uomini, degli animali, dei luoghi. E in queste voci minime incontra storie-verità di esseri animati ed inanimati che insieme dicono il senso del nostro esistere ogni giorno. E’ moderna e antica insieme: vive di istanti di stupore accesi di eterno….

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@ ANNA VENTURA  MI HA ISPIRATO… 

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Avvicinandomi alla poesia di Anna Ventura e, con lei, a questi prodigiosi umili oggetti compagni dei nostri giorni, vedo ri-animarsi il Pastore, statuina in gesso con i colori slavati dal tempo, appartenuta alla mamma della mia mamma, così preziosa, perché é immagine del Buon Pastore che conosce tutte le sue pecore, simbolo della nostra memoria collettiva. 

Natale dopo Natale, nel Pastore vivono tante vite, tante mani intrecciate, nel passaggio dall’una all’altra generazione, come storie di casa, di famiglia inserita nella grande storia d’Amore del Presepe, affidato ora nelle  mani acerbe di Giulia, ma ormai consapevole di essere lei custode del  presepe.

Il Pastore, una statuina di gesso, simbolo del sacro e dell’umano che passa e si trasmette attraverso le nostre esistenze, PASTORE DI MEMORIE, come insegna la profondità espressiva ed ontologica della poesia di Anna Ventura.

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PASTORE DI MEMORIA

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Vivono tenerezze nel pastore

di gesso, in casette di cartapesta

ormai stinti i colori

lise vesti pareti

tenerezze da antiche madri ai figli

migrate col pastore

in mani bambine altre

che devote ne fanno memoria

consacrati gli oggetti

da un alito d’eterno

magia dell’infantile tempo

dilatato a dismisura nel mito !

E il presepe si forma riforma

storia infinita d’amore

traversata da tante vite lontane

unite nella festa.

E la cometa da 2000 anni riattesa

accendendo speranza

in umili sguardi puri

ora riflessa nei tuoi occhi

è luce della Verità del cielo.

Se l’ora rinnova nostalgia

rinasco ai bagliori verdoro

del tuo entusiasmo garante

di nostra vita per sempre

nel pastore amato insieme

nei domestici riti del Natale

tu, infanzia, custode del Prodigio.

                                              

Maria Luisa Daniele Toffanin 2012

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Presepe famiglia Toffanin – Concorso Presepi Parrocchia San Domenico (Selvazzano). Natale 2014 

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@ RICORDI DAL CENACOLO

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NEL CENACOLO anche Graziella Righetti Framba ama il Buon Pastore e così ne scrive: “Questa dolcissima poesia di Marisa mi riporta al rito del Natale nella mia Famiglia. Sparsa un pò ovunque durante l’anno, essa si riunisce a Natale “grande”, “festosa e felice”, per condividere tutti quei riti familiari che, molteplici “Pastori di memoria” hanno amorevolmente custodito nel tempo e, più o meno consapevolmente tramandato. E’ un Natale che riunisce, sempre nella stessa casa, due famiglie con nonni genitori figli cugini e nipoti, felici di ritrovarsi in una festa dai riti volutamente immutati nel tempo, per rivivere insieme nuove gioie ed emozioni a memoria della propria appartenenza.”

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