Quella volta i bombardamenti colpirono, non solo Campodarsego, ma altre località del padovano.
Tutti vivevamo nell’angoscia, consapevoli che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di drammatico. Sapevamo che dopo tante ore che gli aerei, carichi di bombe, giravano attorno, se non potevano colpire i bersagli a causa della contraerea, erano costretti a scaricare. Noi avvertivamo la presenza continua della contraerea e ci aspettavamo qualcosa di terribile…
Le bombe furono sganciate sul ponte di pietra in località ai Boschi, proprio vicino alla ferrovia. Furono colpite due case e, in ciascuna trovarono la morte otto persone.
Suonarono le campane a martello per chiamare la cittadinanza in soccorso: bisognava scavare tra le macerie, nella speranza si salvare qualcuno…
Si avviò, di corsa, anche mio papà, ma tornò dopo breve tempo piangendo; profondamente addolorato ci disse: “Non posso restare, non riesco a sopportare tanto strazio, è più forte di me. Mentre ero lì ho udito, da sotto le macerie il pianto di un bambino che chiedeva aiuto…non ho saputo resistere e sono tornato a casa”.
Abbiamo appreso, poi, che quel bambino si era salvato, riparato sotto un tavolo. Da poco tornato a casa dal seminario, in vacanza, si trovava lì ospite dei nonni.
Nella stessa zona, lungo la riva di un fosso, dove si era recata per rifugiarsi, trovò la morte pure una mamma con i suoi due figlioletti, colpiti dalle schegge.