Con Aldina una lunga storia di guerra e di pace

In punta di penna… Con Marisa Peruzzo la storia e le storie di vita

Di notte, alle soglie dei novantanni, mi capita spesso di trascorrere lunghe ore insonni. Allora penso…penso… e volo. Volo con il pensiero al mio vissuto, ai miei cari che non ci sono più, ma anche ai presenti, alla mia famiglia.

La memoria mi conduce in situazioni passate che rivivo come se fossero d’ attualità. Mi riporta usanze, nomi, soprannomi.

Per non dimenticare mi alzo dal letto, prendo la penna che tengo sempre sul comò e trascrivo ogni ricordo su foglietti che raccatto qua e là e che consegnerò a mia figlia Marisa il giorno successivo. Provvederà lei a riordinare e a stendere alla meglio i miei appunti!

Aldina Pasquetto

Lunedì 12 ottobre 2020 Cara mamma, oggi hai conseguito una meta importante e molto ambita: la veneranda età di 90 anni! Sarebbe stato sentito desiderio di tutti noi festeggiare in compagnia il grande evento, ma a causa di limitazioni per il Covid 19 e per tutelare la tua ed altrui incolumità é conveniente non creare assembramenti. Parenti e amici avranno modo di sentirsi ugualmente partecipi all'avvenimento attraverso il libro delle tue memorie che, per l'occasione tu avrai il piacere di dedicare loro, così come é ststo emozionante per me afffidare alla stampa i tuoi ricordi. Auguri Mamma! Marisa

A balzelli tra nuvole di ricordi  (In tempo di guerra – Cap. 14 )

IL RICHIAMO ALLE ARMI 

All’inizio della seconda guerra mondiale il papà era stato chiamato a fare il soldato e dovette presentarsi nella caserma assegnatagli. Qui, per accertare la sua idoneità, fu sottoposto a diverse visite mediche, nel corso delle quali si accorsero della cicatrice riportata in seguito all’intervento chirurgico subito quando era stato operato di empiema polmonare. Gli fu chiesto di spiegare la causa di quanto riportava e lui raccontò tutto nei dettagli.Per questo motivo fu riformato. La valutazione della commissione medica fu favorevole al papà perché gli permise di ritornare a casa, di occuparsi della famiglia e di svolgere le sue solite attività.

Al suo ritorno, però, toccò alla mamma la pulizia del vestiario…quanto dovette faticare la poveretta per riuscire a rimuovere tutti i pidocchi accumulatisi tra i capi sporchi che il papà le aveva consegnato! Più e più volte dovette rifare la lissia

LA ‘LISSIA’ O LISCIVIA. Avevamo un grande recipiente da mettere sul fuoco per riscaldare l’acqua nella quale veniva messa della cenere e fatta bollire. Poi con un ‘bugaroeo’, cioè un telo di canapa vecchio, ma senza buchi, a volte anche messo doppio sopra un grande mastello, si filtrava l’acqua per trattenere la cenere. La ‘lissia’ così ottenuta risultava così viscida al tatto, al punto da essere quasi corrosiva della pelle. Nella ‘lissia’ si mettevano in ammollo, per una notte intera, i panni da lavare la mattina seguente. Quella destinata al bucato era la ‘lissia viva’, invece si usava la ‘lissia smorta’ per lavare i capelli. In quest’ultimo caso la cenere non veniva fatta bollire, ma l’acqua bollente passava attraverso la cenere contenuta in uno straccio. (“A balzelli tra nuvole e ricordi” di Aldina Pasquetto con la collaborazione della figlia Marisa Peruzzo)

CEMENTO GRATUITO

In un tronco morto della ferrovia di Campodarsego, scappati ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, erano stati abbandonati dei vagoni carichi di sacchi di cemento. La notizia non tardò ad essere divulgata e molti abitanti dei dintorni ne approfittarono per procurarsi, gratuitamente, del cemento da utilizzare in lavori nelle proprie abitazioni.

L’intraprendenza di Gino non gli permise di perdere l’occasione…

Notte tempo scaricò diversi sacchi di cemento dai vagoni e li depositò lungo la scarpata della ferrovia; poi con una carriola, attraverso i campi, se li portò a casa.

Tutto questo cemento gli permise di costruire la pavimentazione del portico della nostra casa vecchia, che prima era di terra battuta.

Effetti dei bombardamenti aerei sulle linee ferroviarie in territorio di Piazzola sul Brenta (PD)

‘Lievi’ danni per il cavalca ferrovia “Camerini” di Piazzola

UNO SPAVENTO INDIMENTICABILE 

Di giorno e di notte c’era sempre pericolo degli attacchi aerei perché per Campodarsego passava la ferrovia e noi, in particolare, abitavamo vicino alla linea ferroviaria. Anche il laboratorio di sartoria presso cui lavoravo si trovava in centro del paese, abbastanza vicino alla ferrovia. Quando sentivamo suonare l’allarme lasciavamo tutto e correvamo a rifugiarci dentro il campanile, da lì sentivamo il rumore degli aerei che volavano bassi; successivamente, appreso che quello non era affatto un posto sicuro, andavamo per i campi.

IL RIFUGIO PER LA NOSTRA FAMIGLIA ERA NELL’ABITAZIONE DEI VITTADELLO 

Un giorno, come al solito, ritorno a casa dal lavoro per il pranzo. Entrata in casa e recatami in cucina per mangiare, noto che non c è nessuno. Sopra il tavolo, ben coperte con un canovaccio, ci sono le tagliatelle, ma il fuoco è spento, lo ho fame, quindi inizio a prepararmi da mangiare. Ad un tratto sento avvicinarsi il rumore di un aereo, allora, subito mi è chiara la situazione e pure il pericolo che sto correndo. Mollo tutto, esco e scappo verso il rifugio dai Vittadello, dove, certamente mi aspettavano i miei famigliari. Non ho ancora raggiunto metà del percorso, quando sento sempre più vicino il frastuono del motore dell’aereo, vedo avvicinarsi due enormi ali, sento le grida provenire dalla casa dei Vittadello: “Buttati nel fosso! Presto!” Eseguo immediatamente l’ordine ed entro nel fosso, che è ghiacciato. Il ghiaccio si rompe ed io mi ritrovo bagnata fradicia. Nello stesso istante i miei occhi vedono una gran fiammata e immediatamente penso: “Questa è la mia fine!”

Per fortuna avverto l’allontanarsi del rumore dell’aereo, che appresi, poi, si trattava di un caccia; ma soprattutto sono incolume.

Arrivata a casa dai Vittadello fui accolta con gioia e ci pensò la ‘Pina’ ( Giuseppina) a fornirmi degli abiti asciutti.

Stazione ferroviaria di Borgomanero (Padova): un carro ferroviario squassato dalle esplosioni.

UNA TRAGEDIA 

Quella volta i bombardamenti colpirono, non solo Campodarsego, ma altre località del padovano.

Tutti vivevamo nell’angoscia, consapevoli che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di drammatico. Sapevamo che dopo tante ore che gli aerei, carichi di bombe, giravano attorno, se non potevano colpire i bersagli a causa della contraerea, erano costretti a scaricare. Noi avvertivamo la presenza continua della contraerea e ci aspettavamo qualcosa di terribile…

Le bombe furono sganciate sul ponte di pietra in località ai Boschi, proprio vicino alla ferrovia. Furono colpite due case e, in ciascuna trovarono la morte otto persone.

Suonarono le campane a martello per chiamare la cittadinanza in soccorso: bisognava scavare tra le macerie, nella speranza si salvare qualcuno…

Si avviò, di corsa, anche mio papà, ma tornò dopo breve tempo piangendo; profondamente addolorato ci disse: “Non posso restare, non riesco a sopportare tanto strazio, è più forte di me. Mentre ero lì ho udito, da sotto le macerie il pianto di un bambino che chiedeva aiuto…non ho saputo resistere e sono tornato a casa”.

Abbiamo appreso, poi, che quel bambino si era salvato, riparato sotto un tavolo. Da poco tornato a casa dal seminario, in vacanza, si trovava lì ospite dei nonni.

Nella stessa zona, lungo la riva di un fosso, dove si era recata per rifugiarsi, trovò la morte pure una mamma con i suoi due figlioletti, colpiti dalle schegge.

L’ULTIMO SALUTO 

Ricordo che avevo undici anni quando è venuto a casa nostra il vicino Lino ‘Bighinea’ (Minotto), figlio ‘dea Cresta’ e de ‘Mostacio Bighinea’. Mario suo fratello minore era a scuola con me.

Lino, un bel ragazzo, dalla capigliatura di colore nero, ci disse che era venuto a salutarci perché doveva partire soldato; era stato convocato per imbarcarsi nella nave IL CONTE ROSSO. “Parto sereno perché so di compiere il mio dovere”. Affermò.

Verso la fine di Maggio del 1941 arrivarono i carabinieri dai ‘Bighinea’ portando la notizia che il soldato Lino Minotto era disperso.

Si venne a sapere della tragica sorte del CONTE ROSSO e dei duemilasettecento occupanti l’equipaggio scomparsi in seguito all’affondamento della nave .

A lungo udimmo la ‘Cresta’ piangere disperatamente e ripetere che mai più avrebbe rivisto e potuto riabbracciare il suo amato figlio. Il suo presagio divenne realtà.

LE SFOLLATE

Nel 1944 sia di giorno che di notte suonava la sirena che annunciava il coprifuoco Nnoi che abitavamo abbastanza vicini alla linea ferroviaria ci trovavamo più esposti al pericolo e dovevamo allontanarci il più possibile da casa. Da principio si correva al riparo nell’abitazione di ‘Toni Vitadeo’. Quando arrivò la stagione fredda era molto disagevole svegliarsi, abbandonare il calduccio del letto e avviarsi di corsa, attraverso i campi, con le coperte sulle spalle e raggiungere il rifugio dai Vittadello. Per di piu la nonna ormai anziana e Graziella, la sorellina di appena due anni, rallentavano i tempi e ostacolavano la fuga, lo portavo in spalla, reggendola per i polsi, oppure in braccio, avvolta in una ’colsara‘la piccola Graziella. Una notte, strada facendo, mi capitò, perfino di perdere la ‘colsara’. Allora il papà decise di prendere in affitto una camera da ‘Cajo Gobeto’, dove, per passare la notte, trovavamo ospitalità nonna Carolina, Graziella, Fernanda ed io. Mamma e papà rimanevano a casa, lo dormivo nel letto con Graziella, nonna e Fernanda assieme.

Alla mattina, poi, tornavamo a casa nostra e io andavo al lavoro.

L’unica volta che ho avuto paura è stato quando arrivarono dei soldati tedeschi. Nell’udire i loro passi e le loro voci estranee presi in braccio Graziella e con Fernanda e nonna ci mettemmo timorose rifugiate dietro la porta. Quando entrarono i soldati ispezionarono tutt’intorno, poi posarono lo sguardo sulla piccolina che tenevo in braccio e mi sembrò di notare nei loro occhi un sentimento di tenerezza. Girarono su se stessi e, con nostro immenso sollievo, se ne andarono.

La stalla di ‘Cajo Gobeto‘ era piccola, fredda e poco popolata. In una fredda notte ci recammo tutti in quella di ‘Osto’, che si trovava poco lontano da quella di ‘Cajo‘. Questa era molto spaziosa calda e vi trovavano posto parecchi animali. C’era anche una scrofa con tutta la sua cucciolata.

Nella stalla, a trascorrere la notte, oltre ai due vicini di casa, ci trovavamo noi sorelle con la nonna, le sorelle Bano e una coppia di sposini Osto. La giovane moglie, mossa da tenera compassione nel vedere che Graziella si era addormentata tra le mie braccia, gentilmente mi chiese di poterla ospitare nel letto matrimoniale, tra loro due, per offrirle maggiore comodità e calore.

APPENDICE. STORIA DI UN LENZUOLO 

Di Marisa con l’aiuto di mamma Aldina.

Sul fondo di un cassetto del comò, ben piegato e disteso con cura, vi è un lenzuolo di tanti anni fa che il tempo ha ombreggiato con macchie di colore rosso- mattone chiaro.

Sono molto legata ai ricordi di famiglia perché sono fortemente ancorata alle mie radici. Per questo motivo conservo gelosamente ogni traccia che mi permetta di risalire alla storia del mio passato e di quello delle generazioni della mia famiglia che mi hanno preceduto.

Il lenzuolo apparteneva alla dote di mamma e lei vorrebbe gettarlo sostenendo: “Tanto non serve, nessuno lo userà più ed è tutto macchiato!” Adduce questi argomenti per indurmi ad eliminarlo, ma io ne approfitto per risalire alla storia di questo lenzuolo, che tanto mi piace, perché, per di più, ho osservato, con mio immenso piacere che è ricamato con orli a punto a giorno, con un decoro trasversale a punto gigliuccio e le iniziali AP  (Aldina Pasquetto) realizzate con un punto particolare che non conosco e che cattura il mio interesse. (Continua… Prossimamente in rete…)