UNA SEDIA PER ENNIO
UNA SEDIA PER ENNIO
Il giorno che sentii pronunciare per la prima volta il nome di Ennio De Santis, lo ricordo perfettamente. Era il 28 febbraio 2002. A Valentano presentavano il “Lunario Romano” un volume a tema. L’edizione di quell’anno era dedicata al brigantaggio laziale. Su invito di Romualdo Luzi fui presente anche io, sia perché interessato all’argomento e sia perché ne era stata fatta la locandina utilizzando un mio disegno illustrativo di un volumetto sui briganti. Prefigurando che egli mi potesse chiedere qualche ottava, quale cantastorie moderno, sapendomene appassionato, e non essendo io un improvvisatore, avevo scritto e imparato a memoria tre strofe. Una volta sul posto dissi sommessamente a Romualdo che se occorreva potevo cantarle.

Sguardi
Mi pentii subito dopo però, perché non avevo mai cantato in pubblico. Tra amici si, ma mai davanti ad una platea. Peraltro in quella circostanza la sala della biblioteca di Valentano era stracolma, con gente anche importante. Quando Romualdo mi presentò, stentavo sulle gambe, tanto mi tremavano. Ma ormai ero in ballo. Nemmeno mi resi conto di aver cantato senza alcun inciampo. Ero però madido di sudore. Tra gli applausi sentii una voce delle prime file che disse: “se c’era Ennio De Santis, vedeve come j’arisponneva!!” Intuii trattarsi di un poeta a braccio che, come è d’uso spesso tra questi verseggiatori, all’improvvisazione di uno risponde immediatamente l’altro. E a volte queste competizioni vanno avanti per ore.
ENNIO DE SANTIS … UNA PERSONA PACATA CON UNA IMMENSA FORZA DENTRO
Non dissi nulla, ma ringraziai la sorte di quell’assenza. Passarono alcuni anni e arriva il 26 febbraio del 2011. Il Comune di Blera mi aveva organizzato una conferenza sull’ottava rima. Fu in quella circostanza che mi si materializzò il caro Ennio il quale, per rendere più concreto e godibile il pomeriggio, era stato invitato insieme a Primo Fiorucci per dare dimostrazione di quanto avevo detto io precedendoli nel ripercorrere la storia, dalle origini ai giorni nostri, di questa strofa della letteratura italiana che tanta risonanza ebbe anche fuori dai confini italici in virtù dei poemi cavallereschi. Mentre i due si esibivano, qualcuno vicino a me frettolosamente, mi sussurrava all’orecchio un breve profilo di Ennio.

Che era di Tuscania ma nativo di Piansano, che aveva fatto il pastore fino ad età avanzata, che faceva anche quadri. Man mano che il mio interlocutore continuava nella descrizione delle doti di questo signore scarsamente scolarizzato, sentivo crescere in me la stima per la facilità con cui lo sentivo trovare le rime giuste nel rigoroso rispetto della metrica e della ripartizione dei versi in endecasillabi. La voce era piuttosto rauca, non certo stentorea, né intonata, e tuttavia aveva profonde capacità compositive, dalle quali difficilmente l’uditore riusciva ad estraniarsi. Sempre aderenti al tema, sviluppava i vari argomenti con pacatezza. Dietro quella naturalezza che all’occhio inesperto poteva sembrare faciloneria, s’intuiva che dietro c’era invece tanta esperienza. Un’esperienza che con gli anni si era affinata, si era istruita nell’osservazione del mondo che lo circondava riempiendone le riflessioni. Quel mondo bucolico che tanta parte aveva avuto nella sua vita girovaga nelle praterie maremmane.


Blera, febbraio 2011
Eppure, dietro quel carattere calmo, pacato, sorridente, come poteva esserlo il vecchio saggio della nostra infanzia, nascondeva un vigore eccezionale, una forza fuori del comune che si sprigionava nel contatto dei colori. Colori vivi, dalle stesure piatte, contrastanti, eppure armonicamente coesistenti, che ritraggono il ricordo perenne del suo vissuto.
Cavalli rampanti, tori che si azzuffano, pastorelle circondate da pecore. In tutti, quegli occhi orientaleggianti che riportano alla civiltà etrusca di cui è permeato il nostro territorio. E, nel disegno, un vago ricordo del miglior Cesetti. La vigorosità che dalla mano di Ennio si trasfonde sulla tela, ci mostra come in certi quadri il perimetro del manufatto sia troppo stretto. Non ci sono marcature d’orizzonte nelle sue opere, perché un orizzonte, per quanto vasto possa essere, è pur sempre un limite e le sue opere figurative come la sua poesia, non potevano essere circoscritte in alcun modo. La libertà di pensiero e di movimento dell’Ennio-pastore è lì. E che dire di quelle mani che, mentre cantava le sue improvvisazioni, esprimevano una mimica carezzevole; quelle palme concave entro le quali sembrava voler racchiudere i suoi racconti così passionali.

Nella sua arte, scritta o figurata, passato e futuro spesso si fondono e si completano in universo nel cui centro è l’uomo. Quell’uomo capace ancora a tarda età, di osservare acutamente e meravigliarsi delle tante bellezze della natura come solo chi l’ha avuta a sostentamento e maestra di vita sa fare.
Giuseppe Bellucci
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