diSegni diVersi con Cinzia M. Adriana Proietti

.LE POETICHE VIE DEL DIALOGO INTERGENERAZIONALE… UN ANNO DI VERSI DIVERSI 

FEBBRAIO… SILENZI, SOLITUDINI, PARTENZE 

A febbraio, sulle  poetiche vie del dialogo intergenerazionale in compagnia di CINZIA M. ADRIANA PROIETTI. L’autrice ci propone due calligrammi e un acrostico, accompagnandoci  poeticamente sulle vie del SILENZIO che, attraverso le risonanze della SOLITUDINE, ci sospingono verso nuove PARTENZE. 

Il libro “diSEGNI diVERSI” è un libro diverso! Versi diversi e di segno diverso, calligrammi e acrostici per dare luce, suono, segno e parola alle notti e ai giorni del mondo interiore dell’autrice. Già il titolo e il sottotitolo non lasciano dubbi circa la sua familiarità, la sua confidenza giocosa e gioiosa con la parola e con il segno. Un legame indissolubile e fecondo che traspare attraverso l’armonia dei versi e dei disegni. Essi danno voce al silenzio e all’interiorità che, mi sento di dire, fanno rima con autenticità. L’introduzione al libro ci offre, inoltre, informazioni preziose sull’autrice,  rivelando le sorgenti della sua “creatività poetica”. Un percorso scandito da esperienze formative “formali”, ma anche e soprattutto la storia di una autodidatta, dove la teoria e la pratica della poesia, dell’arte figurativa, della scrittura nascono dalla vita, raccontano la vita e trasfigurano la vita in qualcosa di profondamente vitale. SEMPREVERDE, SILENZIO, ELOQUENTE SILENZIO sono le poesie che ho particolarmente apprezzato. Un libro sicuramente da sfogliare, da leggere, da guardare, da tenere a portata di mano e … da consigliare a chi ama la poesia, a chi scrive poesie, agli insegnanti ma anche ai giovani e ai bambini!

Cinzia Maria Adriana Proietti, “diSEGNI diVERSI”. Versi e disegno (foto) dell’autrice. Intermedia Edizioni

Tre le poesie tratte dal libro, due calligrammi ed un acrostico,  dedicate alle tre parole chiave scelte a febbraio.

Con Cinzia M. Adriana Proietti... Silenzi, Solitudini, Partenze

ELOQUENTE SILENZIO

Nell’ombra glaciale
delle mie stanze,
come una stoffa
tarlata da dissidi e ostinate perfidie,
piego a metà l’esperienza di vita,
non la getto,
la ripongo nel cassetto dell’anima
per sedermi un giorno
a ricucire i tanti buchi
creati dai mali del mondo.
In eloquente silenzio,
ricamerò, su quella stoffa rappezzata,
un prato verde-speranza
con profumate margherite bianche
dal cuore giallo-chimera,
maschererò lo strappo più grande
con un tarassaco giallo-amore,
aspetterò fin quando sfiorirà,
senza far rumore.
Un alito di vento
lambirà quel soffione,
allora esprimerò un desiderio
affinché acheni di vita vissuta,
dopo aver danzato con nuvole
e rondini solitarie,
ricadranno per rinascere
su un più fertile terreno
ad esaudire il mio sogno.

BAMBOLA SORELLA

(un acrostico per il tema della Solitudine)

Bambola, sorella,
Amica di paure e confidenze,
Mi accompagni nei viaggi in cerca di dimora,
Baci dolcemente i miei speranzosi sogni,
Odori di quella mamma che non ho vicino,
Là in quel letto solitario, ogni notte ti stringo forte
Affinché si scaldi il mio triste cuore e torni la speranza.
Sorridi sempre per scacciare la malinconia dell’anima mia,
Ostenti dolce tenerezza, che mai ho conosciuto,
Regali gioia che nessuno mi ha mai donato
E fiduciosa, aspetto l’umana famiglia che mi voglia a sé, da
Lontano verrà fin qui a cercarmi, per portarmi
Lontano da questo buio desolato,
Amandomi, come si ama un figlio.

Felice Casorati, Bambina che gioca su tappeto rosso, 1912

UNA MONGOLFIERA

(per il tema della partenza)

Voglio gonfiare una mongolfiera,
gittare zavorre di tristezza,
riempirla di caldi sogni e desideri per lanciarli a quella Terra
che dal basso osserva curiosa.
Con l’anima alleggerita,
fluttuare nell’immensità del cielo,
sfiorare con un dito
le ali di un’oca indiana
mentre sorvola le superbe vette.
Galleggiare su quella celeste distesa
e osservare estasiata
arcani sentieri
che ai miei occhi si rivelano,
aspettare una corrente invisibile
che mi conduca a riabbracciare l’amata Terra,
approdare in luoghi sconosciuti
che al cuore benevoli si mostrano.

Sin da bambina mi sono avvicina all'arte osservando mio padre costruire minuziosi presepi artistici e rilegare a mano libri antichi. Mi sono poi avvicinata alla musica iniziando da piccola gli studi di violino. Sin dall'adolescenza ho iniziato a ``scarabocchiare`` fogli bianchi e trasportare su di essi riflessioni, pensieri, racconti, disegni. Ho riempito quaderni, album e diari interi. La lettura, lo studio della musica, la scrittura e il disegno riempivano i miei pomeriggi. In questa silloge poetica ho voluto coniugare proprio le mie passioni per la scrittura e per il disegno inserendo nella prima parte calligrammi e nella seconda parte acrostici, due espressioni linguistiche che si plasmano a linee e disegni per trasformarsi in forma visiva. Il CALLIGRAMMA o carme figurato, definito anche ``poesia visuale``, è un tipo di componimento poetico dove la parola prende vita nello spazio bianco di un foglio per essere ammirato. `{`…`}` L' ACROSTICO, dal greco ``estremo`` e ``verso``, è un componimento testuale classico, le cui sillabi di ciascun verso, lette in sequenza dall’alto al basso, formano una parola, una frase di senso compiuto o un più lungo discorso. `{`…`}` (Cinzia M. Adriana Proietti, tratto da “diSegni diVersi. Indissolubilità fra segno e parola”. Introduzione dell’autrice)

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Segnaliamo….

IL SAPORE DELLE SORBE… UN ROMANZO (PURTROPPO) ATTUALISSIMO  Che sapore hanno le sorbe? Per il diciannovenne Peppe, classe 1898, chiamato al fronte nella prima guerra mondiale, nel ’17, le sorbe hanno un gusto acido che provoca crampi proprio all’altezza degli zigomi. Hanno un gusto acerbo e aspro che fa attaccare la lingua al palato. È il sapore della guerra, il sapore della trincea, che altera e rende torbido il gusto della vita e dei ricordi più cari. Nel maggio 1917, mentre i soldati sono accampati sulle rive dell’Isonzo, Peppe scrive: “[…] Poco distante dalla riva del fiume, dove andavamo ad appartarci per qualche bisogno, su un terreno compatto si ergeva un grande albero di sorbe selvatiche. […] Raccolsi alcuni frutti… Ne lasciai solo uno nel palmo ruvido della mano. Lo misi in bocca, ma era talmente acerbo e aspro che la lingua mi rimase attaccata al palato. Quel gusto acido mi provocò dei crampi proprio all’altezza degli zigomi. [..] A casa in pieno sole avevamo un longevo sorbo domestico e mia madre, verso settembre e ottobre, raccoglieva quei piccoli frutti giallo-rossicci tondeggianti, simili a piccole mele, che chiamava “il frutto dei nonni e della pazienza”, lasciandoli maturare; una volta scuriti, li riponeva in una cassetta di legno per l’ammezzimento e poi dentro alcuni orci in una vecchia credenza. Non ricordo di averne mai mangiati di così acerbi. Avevo sempre avuto un buon ricordo del sapore delle sorbe, oggi era cambiato anche il loro gusto, mi riportavano alla mente il passato e mi rigettavano bruscamente nell’orribile presente senza lenire le mie preoccupazioni”.

È soltanto un breve passaggio della vita in trincea raccontata da Peppe (Giuseppe Spitoni), un uomo che ha vissuto sulla propria pelle le due Grandi Guerre. Un’impronta «a caldo» che ci conduce attraverso un sobrio, struggente e poetico viaggio indietro nel tempo: sulle trincee del Carso, attraverso i reticolati della terra di nessuno o nelle retrovie, fra i camminamenti scavati in prossimità degli argini dell’Isonzo, fino a Dolina Roma, Lubiana, Mauthausen, Plan. Ne emerge così la guerra come esperienza collettiva e privata, quella di tante storie singole di individui uniti dalla stessa sorte e dall’appartenenza allo stesso mondo. Quello di un microcosmo fatto di riti, usanze e tradizioni dalle radici secolari, i cui tempi di vita sono scanditi dal rapporto con la natura e le stagioni, i cui orizzonti sono contraddistinti dalla cultura dialettale, prevalentemente orale. Nella prima parte, il racconto inizia ad una voce nel gennaio del 1917 ma l’esperienza della guerra si ripete nel 1943. Al racconto si unisce la voce della figlia bambina, Gianna, costretta a crescere in fretta, immersa nell’immane tragedia della seconda guerra mondiale. Il bombardamento di Pescara, la fuga verso Massa Martana, uno sperduto paese in provincia di Perugia, lontano dagli obiettivi individuati per i bombardamenti aerei. E poi l’otto settembre 1943, il ritorno a Pescara, le inquiete giornate nelle vicinanze della linea Gustav, la vita da sfollati e poi finalmente dal 1944, per Peppe e la bambina Gianna la nuova vita a Pescara. Finalmente la scuola, l’amore, il matrimonio e tre figli….”Dopo la guerra niente di più brutto poteva accadere”.

Il sapore delle Sorbe narra così le vicende di una famiglia italiana a partire dalla Grande Guerra fino agli anni successivi del secondo conflitto mondiale. Ciò che rende particolarmente interessante il romanzo è la penna e il cuore, la poesia e la prosa di Cinzia Maria Adriana Proietti alla quale ben si addice il famoso e saggio detto popolare “Con il tempo e con la paglia maturano le sorbe”. Il romanzo infatti prende spunto dai resoconti e dalle lettere della famiglia di suo marito Claudio, nipote di Peppe e figlio dell’allora “piccola Gianna”. Dopo la morte di sua suocera, vissuta per dodici anni in famiglia, passati a narrare la Storia e le storie di vita di qui tempi tanto bui, l’autrice custodisce e si prende cura di questa storia familiare facendola diventare memoria feconda. Un messaggio di speranza che scaturisce dalle vicende di chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle e che combattendo nutriva la sola e unica speranza di sopravvivere.

Un romanzo attualissimo, in un tempo dove il richiamo e la seduzione di “giocare alla guerra” sono quanto mai prossimi … Un libro adatto per chi desidera ricordare, chi desidera documentarsi, per chi ama scegliere letture di qualità. Un libro maturo, perché “Con il tempo e con la paglia maturano le sorbe, il frutto dei nonni e della pazienza”, perché le vicende delle famiglia di Cinzia Adriana Proietti hanno avuto bisogno di essere ammorbidite da profondi e caldi legami familiari, dell’attesa e del trascorrere del tempo necessario ad elaborare e portare a “maturazione” anche le vicende più dolorose. (Antonella Cesari)