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Che cosa splendida è l’acquarello per esprimere l’atmosfera e la distanza,
cosicché i personaggi sono come circondati dall’aria e sembrano poterla respirare.
Vincent Van Gogh
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Che cosa splendida è l’acquarello per esprimere l’atmosfera e la distanza,
cosicché i personaggi sono come circondati dall’aria e sembrano poterla respirare.
Vincent Van Gogh
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Le mura della cucina necessitavano di tinteggiatura ma poiché tale prospettiva mi sembrava andare ben oltre il medio termine, un bel giorno dei miei dieci anni che ero solo in casa, ne usai una parte per tracciavi dei disegni che provocarono l’accesa contrarietà di mia madre al suo rientro. Ero stato così suggestionato dagli affreschi di Michelangelo visti in un libro qualche giorno prima, che avevo voluto provare anche io a pitturare sull’intonaco. Intervenne bonariamente mio padre in mio favore, ma, pur non cancellando quello che avevo fatto, da quel giorno le pareti della cucina mi furono inibite.
Passò qualche mese e un pomeriggio mi presentai davanti alla parete di competenza nella scala interna di casa armato di matita, pennello e colori. Avevo in mano un santino con l’immagine del Buon Pastore a mezzo busto. Ecco, su quella parete bianca avrei riprodotto il Gesù con l’agnello sulle spalle. Avendo disegnato pure altri soggetti, i “lavori” si protrassero per più giorni con buona pace dei passanti che ogni tanto si fermavano a guardare incuriositi e dei miei genitori che si erano rassegnati a quella mia passione. Quelle pitture murali avevano così colpito la fantasia del vicinato che in poco tempo ero diventato il ragazzino prodigio. E l’appellativo mi seguiva ancora due anni dopo quando, in prossimità della festa del Corpus Domini, fui “ingaggiato” per rinnovare le scritte di “Ave Maria” e simili, sotto le edicole della via dove abitavo.

Correva l’anno 1964 e a Blera andavano di moda i “paracamini”; pannelli di masonite o compensato con i quali nel periodo estivo molte famiglie usavano coprire il vuoto dell’apertura del camino. Essendomi prestato all’idea di un vicino a dipingervi un paesaggio con i colori ad olio, ne era rimasto talmente soddisfatto che in breve tempo dovetti replicarlo per altri “clienti”. E con quelle mancette, così gioiosamente guadagnate, ci compravo altri colori.
A scuola aiutavo spesso colleghi in difficoltà nel disegno a mano libera. Avrei voluto fare il liceo artistico, ma a quei tempi occorreva trasferirsi a Roma per la frequenza e ciò per me risultava economicamente impossibile.
In famiglia finirono per essere soddisfatti di ciò che facevo. Mio padre era il mio fan. Quando si recava a Viterbo non mancava mai di portarmi uno o due tubetti di colori ad olio di nascosto di mia madre che era l’amministratrice di casa. A volte erano colori che non mi necessitavano, ma pur di farmi la sorpresa, non chiedeva mai in anticipo di quali avessi bisogno. L’importante per lui era procurarmi quei preziosi colori ad olio. Nel portafogli custodiva due miei disegni ben piegati.

Un giorno ritornò da Viterbo tutto contento perché, recatosi a comprare dei chiodi presso la Mestiereria Ronchini, a Piazza del Teatro, vi aveva conosciuto il ragioniere-pittore della ditta, tale Enzo Mattioli, al quale aveva mostrato i miei disegni. L’impiegato lo rinfrancò dicendo che voleva conoscermi. Un pomeriggio di qualche giorno dopo, con alcuni disegni nella cartella, mi presentai al ragionier Mattioli. Era la prima volta che qualcuno, fuori dal paese mi dava importanza per cui ne ero lusingato ma intimorito allo stesso tempo. Lo trovai una persona garbata e disponibile. Esaminò i miei disegni, mi incoraggiò e mi disse che quando avessi voluto sarei potuto andare a casa sua a vedere come dipingeva lui e avrei potuto usufruire anche del suo materiale per fare qualcosa di mio.
Ci andai una sola volta perché abitando egli fuori città, non era facile da raggiungere coi mezzi pubblici. Nella circostanza, benché mi esortasse ad utilizzare i suoi pennelli e colori, mi sentii intimidito davanti alle sue tele smisurate e rimasi a guardare ciò che faceva. “Vieni ancora a trovarmi” mi disse al momento di andarmene. Ma non ci tornai. Altre volte invece, essendomi più agevole il luogo dove lavorava, andai a fargli vedere qualche tela di piccolo formato. Per me non era poco che una persona importante, (aveva quadri esposti permanentemente in alcune gallerie fuori provincia) mi mostrasse attenzione. Alcuni mesi dopo mi invitò a partecipare insieme a lui ad una gara estemporanea di pittura a Massa Martana (PG).

Ne fui allettato benché impreparato a tale evento. Vinse la mia titubanza dicendomi:“ domani pomeriggio dopo la scuola vieni a casa mia, ti fermi per la notte così la mattina andiamo …”. “Ma io non ho mai fatto nulla del genere” obiettai. “Non ti preoccupare, intanto vedi i lavori degli altri e incominci a prendere confidenza con la pittura vera”.
Il 07 luglio 1968, (rilevo la data dal diploma di partecipazione che ancora conservo), presi parte per la prima volta ad una gara estemporanea di pittura! Munito di tela, pennelli e colori, gentilmente datemi dal mio benefattore e ricevute le indicazioni su come si sarebbe svolta la giornata, trovai un angolo in disparte, poggiai la tela su una catasta di tavole e …. non mi veniva nulla in testa degno di essere disegnato. Guardavo ogni tanto gli altri pittori che lavoravano alacremente mentre io cadevo sempre più in preda alla sfiducia. Ex ragazzino prodigio di paese, sentivo di essere nessuno fuori dalla mia comunità. Disegnavo e cancellavo. Cancellavo e disegnavo in un nervosismo crescente man mano che il tempo passava. Ma proprio quando ormai disperavo di poter consegnare qualcosa di accettabile, vidi due case e un albero di cui non mi ero accorto prima. Fu un colpo di fulmine. Un’ora e mezza dopo, la mia tela 40×50 era in condizioni di essere presentata. Naturalmente lungi da me ogni velleità di competizione con i tanti pittori “navigati” che presentavano tele di misure molto più grandi della mia e debitamente incorniciate. Ero comunque soddisfatto dell’incoraggiamento ricevuto da alcuni di loro, tanto da procurarmi un entusiasmo tale che nei giorni successivi non uscii di casa preso com’ero dall’arte.
Della grande disponibilità di Mattioli, non seppi mai approfittare. Orgoglio? Soggezione? Ancora oggi non so capacitarmi. Purtroppo, quando già le gallerie di Civitavecchia, Terni e Grosseto ne lanciavano il nome a livello nazionale, a soli 51 anni venne a mancare. Nonostante i contatti non fossero stati così frequenti, com’egli avrebbe desiderato, ne sentii molto la mancanza. Era un uomo coi piedi per terra. Una delle sue raccomandazioni era che dovevo pensare prima di tutto al “pezzo di carta” (diploma) con cui mettere una prima pietra sul futuro, perché di imbrattatele in giro ce ne erano a migliaia, e perciò, campare con la sola arte, era pura utopia, specie se non si era introdotti negli ambienti che contano. Di lui conservo un libro e un disegno con figure antropomorfe autografati. Intanto la conoscenza di me a Blera si propagava grazie anche ad una mostra collettiva organizzata dalla locale Università Agraria.

Stavo alimentando qualche buona speranza quando arrivò l’arruolamento e il servizio permanente effettivo nell’Arma dei Carabinieri che doveva cambiare radicalmente il corso della mia vita. Solo l’irreprimibile voglia che ogni tanto mi prendeva il cuore e la mano, mi consentivano di ritagliarmi brevi spazi temporali per scarabocchiare qualcosa.
Un giorno conobbi un corniciaio della provincia di Benevento il quale una volta al mese partiva con un carico di quadri che vendeva ad alcuni clienti nella zona di Brescia. Insistette per vedere cosa sapevo fare. Rimase così favorevolmente impressionato da alcuni disegni e un minuscolo quadretto che mi propose di fornirgli una ventina di pezzi al mese in cambio di cornici a mia scelta. Accettai la sfida di un così alto numero di quadri da produrre perché quelle cornici mi consentivano un notevole risparmio economico in vista di una mostra che era nelle mie intenzioni.
Fui preso da una esaltazione tale che immediatamente dopo cena correvo ai pennelli e lavoravo dilungandomi spesso fino all’una o anche le due di notte! Dipingevo soprattutto paesaggi, ma anche figure, animali e quando proprio ero a corto di idee, mettevo insieme alcuni oggetti di casa e ne ricavavo nature morte. Per risparmiare sulle tele, mi costruivo i supporti con scampoli di masonite o compensato che trattavo opportunamente per renderli idonei ad accogliere i colori acrilici.
Non avevo più un momento libero. La mattina ero uno straccio, ma mi piaceva. Dopo sei mesi di quella vita, per me al limite del possibile, dovetti però cedere. Il lavoro si era fatto più pressante, la famiglia ne risentiva, ed anch’io accusavo la stanchezza.

Tuttavia, grazie a quel forzato esercizio la mano scorreva bene e le idee non mancavano. La mente tornava spesso a quella prima esperienza di Massa Martana. Una occasione si presentò nel 1977 a Sutri (VT). Stavo approfittando di una breve licenza e vi partecipai. Vinsi la mia prima coppa! L’anno dopo meritai il I° premio a Roccavivara, un paesino in provincia di Campobasso, a cui seguirono il II° premio a Termoli e un altro a Riccia, sempre in Molise. Allestii anche la mia prima mostra nella galleria comunale di Campobasso. Gli anni tra il ’78 e l’84 furono i più prolifici ed anche i più gratificanti. Famiglia giovane con bambine piccole, attività di servizio particolarmente stressante, ciononostante, favorito anche dal vigore dell’età, quei ritagli di tempo necessari a non interrompere la mia creatività riuscivo a trovarli comunque. Al posto delle tele, continuavo ad utilizzare supporti fatti da me. Pannelli di compensato sui quali incollavo tela di juta e sopra di essa stendevo un composto diluito di stucco e vinavil. Su questo preparato impermeabilizzante sperimentavo diverse tecniche: dalla plastica dipinta all’uso del catrame liquido, della ceralacca, di garze. Qualcuno di questi esperimenti è sopravvissuto e lo tengo gelosamente esposto nel mio studio. Avevo smesso con i colori ad olio e usavo gli acrilici, molto utili nelle gare estemporanee perché offrendo il vantaggio di una essiccatura rapida, consentivano, in caso di insoddisfazione, di cancellare tutto sovrapponendo altro colore e ricominciare da capo.



Nel ’79 vinsi un trofeo a Conversano (BA), il I° premio a Isernia nel concorso “Homo Haeserniensis”, e il I° premio a Roma in ambito FFAA. Sempre in quell’anno riuscii ad organizzare una mostra all’Hotel Adriatico di Vasto (CH). Nel 1980 vinsi il II° premio a S. Martino in Pensilis (CB). Nell’81 altra mostra personale a Campobasso, nell’82 la trasferii a L’Aquila. Seguirono il I° premio a Montefalcone Val Fortore (BN) e il II° premio a S. Bartolomeo in Galdo (BN). Nel 1984, arrivò una targa dalla biennale di Bologna e, sempre in quell’anno, inviai una mia opera a Firenze per una mostra collettiva. Nel 1987 su richiesta della Pro loco di Blera (VT), allestii una personale di quadri ad olio. Ometto i terzi e quarti premi oltre a coppe, targhe e medaglie per segnalazioni di merito. Con la progressione della carriera militare, impegno e responsabilità aumentavano per cui dovetti tralasciare anche la partecipazione alle gare estemporanee. Di tempo per organizzare altre mostre nemmeno a parlarne. Per diversi anni purtroppo, mi dovetti accontentare sporadicamente di disegni e lavori di piccolo formato.
Nell’estate del 2009 provai ad utilizzare alcuni acquerelli che mi erano stati regalati. I risultati furono deludenti. La mano non più esercitata e l’utilizzo di un colore così diverso dall’olio e dall’acrilico, risultava troppo insicura, le pennellate erano stentate e il pigmento usato con troppa parsimonia. E tuttavia non mi arresi perché questo nuovo modo di dipingere mi intrigava assai. Mi rendevo conto che era ciò che ci voleva per il mio carattere: velocità di esecuzione e risultato immediato. I frutti cominciarono a venire e con essi la soddisfazione che solo un lavoro di getto può dare. E l’acquerello risponde in pieno nel fissare l’emozione del momento. Colore e tecnica, mi affascinavano sempre di più.

E venne il pensionamento. Finalmente potevo riprendermi tutto il tempo libero che mi era mancato. Cominciai da subito a girovagare in cerca di cose nuove da vedere, di luoghi da visitare, di testimonianze di vita vissuta da apprezzare e certi paesaggi soffusamente illuminati dalle prime luci del giorno o incendiati dai tramonti canicolari, mi vedevano spesso spettatore interessato. Ancora oggi non smetto di girare. Con gli acquerelli in formato tascabile al seguito, mi diverto a riprendere scorci di vicoli, particolari di un bosco, vecchie porte, fontanili,… Ecco, quando individuo ciò che mi può ispirare mi fermo ad ammirare. Può trattarsi di un sentiero ricurvo in un bosco d’autunno come pure l’acqua limpida di una sorgente o ad ascoltare il gorgoglìo di un rigagnolo tra le pietre.



Allora apro il mio seggiolino, estraggo dalla borsa il blocco coi fogli e appronto i colori. A volte la concentrazione è tale che trascorro ore così spensierate che in quel silenzio campestre, mi lascio cullare da mille sensazioni e tante emozioni. Il ronzio di un’ape, i volteggi di una farfalla, il cinguettio di qualche uccelletto solitario sulla campagna infuocata dal sole rappresentano le uniche forme di vita intorno a me. La mano ormai esperta, scorre veloce a tracciar segni sul foglio bianco che poco dopo saranno labili confini ai colori dell’acquarello. E mentre un alito di vento gioca coi miei capelli, lo schizzo prende forma e fissa un attimo di luce che precorre il meriggio. Sono quelli i momenti più intensamente creativi.



Non di rado in tali circostanze scaturiscono anche pensieri poetici e il taccuino, muto custode delle mie riflessioni, interviene a racchiudere tra le sue pagine gl’intimi segreti di una vita che trascorre ad inseguire ideali di bellezza, di giustizia, di spiritualità. Attualmente i miei acquerelli riscuotono ampi consensi sul web ed ho, ormai da tempo, una pagina dedicata su una rivista periodica, La Loggetta.



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