Giuseppina racconta… mi sono sposata a Piansano il 29 dicembre 1973

Testimonianza raccolta nel marzo 2016

Avevo 24 anni quando mi sono sposata con Martino, dopo un fidanzamento durato circa tre anni. Premetto che il nostro è stato un fidanzamento un po’ sui generis. Ho incontrato mio marito per puro caso. Ero una giovane studentessa universitaria e, insieme ad una mia amica, stavo facendo shopping in un centro commerciale. Sostavamo divertite davanti allo stand che esponeva cartoline con vignette umoristiche, quando siamo state avvicinate da due ragazzi (uno era il mio futuro marito) che si sono offerti di aiutarci nella scelta. Dapprima abbiamo reagito all’improvvisa intromissione con fastidio e diffidenza, ma poi (chissà perché…) ci siamo fermate a parlare con quegli sconosciuti. Le presentazioni e… l’inizio di un’amicizia.

Ci siamo frequentati per qualche mese come amici e, quando l’amicizia si è trasformata in un sentimento più profondo, lui è dovuto partire (abitava in un paese molto lontano dal mio).

E’ iniziata una strettissima corrispondenza, intramezzata da faticose telefonate fatte dalle cabine telefoniche pubbliche (nelle nostre, come nella maggior parte delle case di allora, non c’era il telefono) e da rari incontri.

Se dovessi riassumere in una parola il mio fidanzamento direi “attesa”: attesa di una lettera, attesa di una telefonata, attesa di un incontro. L’attesa, d’altra parte, era forse la caratteristica principale dei fidanzamenti dell’epoca; e in questo il mio è stato perfettamente in linea con i tempi di allora.

Per altri aspetti invece il mio fidanzamento è stato un po’ originale e ”speciale”: poca ufficialità e molta spontaneità sia tra noi che tra le nostre famiglie d’origine. Niente regali particolarmente impegnativi, niente obblighi o riti dettati dalla tradizione. Ricordo che inizialmente ci regalammo soltanto un anellino molto semplice e di poco valore. Solo poco prima del matrimonio ci siamo scambiati qualche regalo più costoso.

All’epoca del mio fidanzamento (primi anni ’70) la società e i costumi stavano rapidamente mutando dietro la spinta della contestazione studentesca del ’68, mentre dalle città si diffondevano  nuove idee e  nuovi modelli di comportamento. Ciononostante, soprattutto nei nostri paesi, mentalità e usanze continuavano per lo più ad essere quelle di un tempo.

Studiando a Roma, io potevo sicuramente godere di molta più libertà delle mie coetanee rimaste al paese, ma fondamentalmente continuavo ad essere e a sentirmi ancorata alla mia tradizione paesana e contadina. Intanto il mio alloggio  era stato assicurato presso un istituto religioso, e poi i miei genitori mi seguivano e in qualche modo mi “controllavano” anche da lontano,  fissandomi (pur senza impormeli direttamente) limiti e divieti. E ciò, nonostante io avessi con i miei (in particolare con mia madre) un ottimo rapporto di fiducia.

Tra le raccomandazioni più ricorrenti (soprattutto nel periodo in cui sapevano che frequentavo un ragazzo): non rimanere fuori oltre un certo orario e mantenere sempre un comportamento “corretto”, secondo i canoni e i principi ai quali ero stata educata.  Molte e bellissime le canzoni di quegli anni. Tra quelle che amavamo di più: “La lontananza” di Modugno, “Insieme” di Mina, “Fiori rosa fiori di pesco” di Battisti,”Viola” di Celentano. Un film che è piaciuto ad entrambi (forse perché l’abbiamo visto insieme) è “Love story”. Non c’era un attore che ci affascinasse particolarmente. Libri ne leggevamo molti (soprattutto io) e poi ne parlavamo, ma non ne ricordo uno in particolare. Il fatto di cronaca che mi ha colpito e impressionato di più è stato il terremoto di Tuscania del  6 febbraio 1972. Quando ho appreso la notizia  ero a Roma:  mi sono preoccupata tantissimo per i miei genitori, che stavano a pochi chilometri dalla cittadina  gravemente danneggiata dal sisma.

Mi sono sposata il 29 dicembre 1973 alle 11,30  nella “Chiesa Nuova” (oggi Chiesa “Madonna del Suffragio”), una chiesa che all’epoca era stata costruita da poco. Era piuttosto raro allora che ci si sposasse di sabato (forse per via del mercato), mentre l’orario era quello classico dei matrimoni. Io e mio marito siamo stati, credo, una delle prime coppie che hanno sposato in questa chiesa; la maggioranza degli sposi preferiva (e preferisce tuttora) la settecentesca Chiesa parrocchiale, più ricca e decorata. Abbiamo scelto la “Chiesa Nuova” perché ci è apparsa intima, semplice e raccolta, insomma la cornice ideale per il nostro matrimonio.  A questa Chiesa (che amo molto) è legato il ricordo di eventi per me molto importanti (lieti e tristi): il mio   matrimonio, il Battesimo dei miei figli, il funerale dei miei genitori. Di quella  splendida e fredda giornata invernale, un sabato mattina, ricordo in particolare: la discesa “trionfale” verso la chiesa al braccio del babbo (si usava ancora andare in chiesa a piedi con tutto il corteo degli invitati), la gente che mi osservava curiosa dai lati della strada e dai balconi, la commozione dei miei genitori, le emozioni intense vissute durante la cerimonia, la passeggiata e le foto sul lago al tramonto.

Il pranzo si è svolto all’Hotel Lido di Bolsena. Non ricordo quasi niente del menù (forse perché ho mangiato pochissimo), ricordo solo l’atmosfera di festa e il calore affettuoso dal quale ero circondata.

I PREPARATIVI

Il mio abito da sposa?

Per la scelta dell’abito non mi sono ispirata né a modelle né a donne famose. Mi piaceva che a cucire il mio vestito fosse mia madre, che aveva fatto la sarta per una vita. Non avevo un’idea precisa e così mi sono recata, insieme alla mamma, a Viterbo per cercare  un’ispirazione. Siamo state colpite da un taglio di stoffa di raso bianco esposto in una vetrina del Corso; era affiancato da un modello che illustrava la possibile realizzazione del capo. Era il “mio” vestito! La mamma naturalmente si è messa subito al lavoro.

Il modello, semplicissimo: il corpino aderente era rifinito da un collo dalle punte allargate e da maniche con ampi risvolti; la gonna leggermente svasata terminava con un piccolo strascico ed era impreziosita da minuscoli nastrini lucidi che, applicati obliquamente,  si intrecciavano formando dei rombi (ad ogni angolo erano fissate quattro perline); la vita era stretta da una cinta, che formava  davanti un grande fiocco e poi scendeva morbidamente lungo il vestito. Completavano l’abito  un piccolo diadema di perle e un bouquet di orchidee.

Io e il mio fidanzato abbiamo acquistato le fedi in una grande oreficeria di Viterbo. Siamo andati da soli: la mamma era indaffarata con la confezione dell’abito e noi non abbiamo voluto coinvolgere parenti o amici in una scelta che ci piaceva fosse solo nostra. Non ho più la mia partecipazione di matrimonio, ma ho una bomboniera: una mascherina di peltro che poggia su una piccola base di marmo. Allora si usava diversificare le bomboniere in base alle persone a cui erano destinate. Io  mi sono attenuta a questa usanza per conoscenti e parenti  lontani, invece a tutti i parenti stretti e agli amici più intimi  ho regalato oggetti in peltro (materiale che a me piaceva molto): soprattutto rappresentazioni delle quattro stagioni e delle varie maschere italiane.

Negli anni del mio fidanzamento si teneva ancora molto al corredo, che era in gran parte di lino e ricamato a mano. La mamma mi ha ricamato lei stessa dei capi,  mentre altri me li ha  fatti ricamare dalle suore.

Io allora mi dilettavo (nei ritagli di tempo libero dallo studio) a lavorare con l’uncinetto, così abbiamo realizzato insieme dei lavori veramente belli. Tra questi una tenda che fa ancora bella mostra di sé nella mia camera: io ho fatto dei pizzi con l’uncinetto e la mamma li ha applicati sulla stoffa, rifinendoli poi con il gigliuccio (che  lei sapeva ricamare con maestria). Risultato: un oggetto  (per me prezioso) di raffinata  trasparenza ed eleganza.

LA “CHIESA NUOVA “ ...

La “Chiesa Nuova” (oggi Chiesa “Madonna del Suffragio”), è stata eretta negli anni Sessanta al posto di una preesistente antica chiesetta e di vecchi magazzini acquistati dalla parrocchia, è una chiesa moderna costruita con blocchetti “a vista”. Vi si accede mediante una scalinata di una decina di ampi gradini; ha pianta rettangolare ed è illuminata (non molto per la verità) da alcune finestre e da un ampio lucernario che si apre sopra l’altare maggiore.

E’ l’altare (verso cui convergono i banchi disposti a ventaglio) il fulcro della chiesa. Un altare molto semplice, ma sormontato da uno splendido crocifisso ligneo (quello che secondo la tradizione avrebbe abbracciato la Beata Lucia Burlini) e impreziosito da un artistico tabernacolo che spicca nella parete di fondo. Il crocifisso è fissato su un pannello di cemento armato che pende da una trave, mentre il tabernacolo è incorniciato da un intreccio di uva e tralci (finemente cesellati in rame), che scendono verso  un basamento di legno nodoso da cui si innalzano delle spighe di grano. L’opera, che dà l’idea di un grande ostensorio, è stata realizzata dall’artista locale Giuseppe Brachetti. Sia il tabernacolo che il crocifisso sono contornati da strisce di legno (di varia foggia e dimensione) disposte a raggiera.