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“Riservatevi più tempo possibile per la vostra vita interiore, le vostre letture, le vostre riflessioni personali.
I vostri allievi se ne gioveranno senza che glielo diciate, per tutto quello che emanerà da voi”
H. Bergson
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“Riservatevi più tempo possibile per la vostra vita interiore, le vostre letture, le vostre riflessioni personali.
I vostri allievi se ne gioveranno senza che glielo diciate, per tutto quello che emanerà da voi”
H. Bergson
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Bergson non può essere definito un pedagogista in senso stretto. Eppure il suo pensiero filosofico riveste un notevole interesse pedagogico in quanto mette in luce la preoccupazione e l’interesse per la dimensione educativa. Bergson è condotto da una personale esperienza professionale ed umana a riflettere su alcuni aspetti dell’educazione dell’intelligenza e della volontà. L’attività docente occupò Bergson per sedici anni nella scuola secondaria, prima di cominciare l’insegnamento al Collége de France, che mantenne per altri sedici anni. I suoi scritti, quelli che più propriamente possono definirsi di carattere educativo, nascono direttamente entro questa attività didattica e dalla pratica pedagogica. Da essi si ricava il profilo di un pensatore con una autentica passione non soltanto per l’insegnamento ma per l’educazione nel suo significato più completo.
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“Non era uno di quei maestri calorosi e familiari, che esercitano sugli allievi la presa diretta e personale. Egli volava alto sopra di noi. Ma noi rimanevamo a bocca aperta per l’ammirazione”, così uno degli allievi ricorda il fascino che il professor Henri Bergson esercitava su di loro, suggestione compatibile con una certa riservatezza, da alcuni addirittura ritenuta timidezza.
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L’idea di fondo, chiara e ricorrente in Bergson è che l’insegnante educa più per ciò che è che per ciò che sa. Perciò la coltivazione di sé, intesa nel senso più ampio, pur non in stretta relazione con le necessità didattiche, ha sempre una ripercussione positiva. L’aspetto più importante dell’insegnamento è in fin dei conti l’insegnante stesso. “Riservatevi più tempo possibile per la vostra vita interiore, le vostre letture, le vostre riflessioni personali. I vostri allievi se ne gioveranno senza che glielo diciate, per tutto quello che emanerà da voi”. L’insegnante deve fornire spunti, non dire tutto, deve risvegliare un interesse e soprattutto stimolare il lavoro personale degli allievi, l’attivo coinvolgimento nelle lezioni. Lo studio non doveva essere una passiva ripetizione di quanto ascoltato dal docente o letto in un libro. Fino alla fine della sua vita Bergson coltivò la vocazione pedagogica. Non a caso le ultime parole che pronunciò poco prima di spirare, ormai privo di conoscenza, si riferivano alle sue lezioni al Collége de France.

Anche il suo modo di fare lezione era una manifestazione del desiderio non solo di proporre un sapere, ma soprattutto di favorire un approccio naturale e piacevole con esso. Con la sua cura nel preparare le lezioni e la semplicità nell’esporre i contenuti dimostrava allo stesso tempo competenza e accessibilità. Cercava di parlare agli allievi passeggiando avanti e indietro per l’aula, senza avere davanti nulla di scritto. Bergson stesso confiderà ad un amico: “Mi sono esercitato agli inizi davanti ad allievi molto giovani a dettare senza portare appunti. Gli allievi non se ne accorgevano. Passeggiavo in lungo e in largo con il cappello in testa (Bergson ha sempre detestato le correnti d’aria), cosa che scandalizzava il preside”

Il suo modo di agire con gli allievi era singolare e disinteressato. Secondo alcuni sembrava mostrare preferenza per gli allievi che riuscivano meno bene, come per una compenetrazione delle loro difficoltà che richiedevano un aiuto positivo e stimolante.
Ricorda un amico: “Quando restituiva un lavoro, cominciava dagli ultimi compiti e pur riconoscendo che erano comparativamente i più bassi ne faceva delle lodi, mostrando i punti di speranza. Si risaliva così fino agli ottimi. E più si andava su più la lode diminuiva. Il primo allievo era giudicato severamente, richiamato da giuste critiche a non accontentarsi, a salire più in alto” .
I suoi allievi ricordano soprattutto la sua “giustizia incoraggiante”, che si esprimeva in entrambe le direzioni con cui assegnava le votazioni, capace di riconoscere appieno tanto l’eccellenza quanto l’inadeguatezza. Nonché il suo atteggiamento positivo nel comunicare la valutazione, come nelle correzioni dei lavori scritti. “Peccato che per mancanza di tempo lei non abbia sviluppato una simile idea, indicata da questo giro di frase. Poco male! Sarà per la prossima volta. Ancora uno sforzo e la riuscita sarà assicurata”.
Ogni valutazione doveva rappresentare, più che una correzione, un rinforzo positivo, un incentivo a far leva sulle proprie risorse piuttosto che un divieto a ricadere negli stessi errori, un contributo alla costruzione di una salda autostima, pur nella consapevolezza degli aspetti da migliorare. Carattere timido e riservato, forse Bergson aveva sperimentato l’efficacia di un elogio fatto al momento opportuno e invece l’effetto negativo di una semplice disapprovazione.


Anche se conoscessimo tutte le pietre di un edificio, ci sfuggirebbe ancora la conoscenza dell’edificio giacché questa presuppone una visione d’insieme, ossia percepire i rapporti tra le parti e le reciproche implicazioni.
H. Bergson
La CONOSCENZA per Bergson procede dal complesso al semplice. Lo sguardo analitico coglie le parti della complessità, ma non la complessità in quanto tale. La semplice conoscenza di una parte, per quanto dettagliatissima e accurata, mai fornirà la visione d’insieme se non si ricorre ad un altro tipo di approccio e ad un altro ordine di considerazioni.. così come ingrandendo un altro oggetto al microscopio, ne vedremo certamente tutti i particolare più minuti, ma per capire cosa sia, dovremo guardarlo ad occhio nudo nel suo insieme… L’intelligenza divide, scompone, istituisce separazioni, analizza: ma per conoscere veramente la realtà occorre ricomporre, ricondurre ogni parte al tutto, riconoscere il posto che ciascuna di esse occupa nell’insieme, comprendere che il tutto è qualcosa di più della semplice somma delle parti.
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“Per buon senso intendo la capacità di orientarsi nella vita pratica, di vedere e di ragionare giustamente, non soltanto sui propri affari ma anche e soprattutto su quelli del paese. È più dell’istinto e meno della scienza … vi vedo soprattutto una certa abitudine a rimanere in contatto con la realtà, pur sapendo guardare in alto. “
H. Bergson
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L’intento di Bergson è quello di cercare una definizione il più possibile precisa di buon senso, che ha un ruolo notevole nella condotta dell’uomo, di tentare di chiarirne i rapporti e le affinità con l’intelligenza e l’intuizione e di conseguenza di individuarne il principio, sia esso l’esperienza, il ragionamento o l’abitudine in modo da fornire una pista per l’educatore.
Il buon senso è una disposizione attiva dell’intelligenza, la facoltà che ci consente di distinguere l’essenziale dall’accessorio, l’autorità che invochiamo quando dobbiamo prendere una decisione senza esitazioni, comprendendo l’insieme senza perdere tutti i dettagli, un adattarsi sempre rinnovato a situazioni sempre nuove, l’attenzione stessa.
La buona educazione non necessariamente si identifica con l’educazione buona. Quest’ultima é disposizione interiore e non semplicemente comportamento o atteggiamento. C’è sempre una gradualità nella formazione che corrisponde ad una stratificazione dell’io. C’è un io profondo che viene potenziato dall’educazione buona. Nello stesso tempo c’é un io superficiale, che si esprime nelle buone maniere e nel rispetto delle convenzioni.
La maturità personale è l’integrazione degli abiti intellettuali ed affettivi: se è necessaria l’elasticità dell’intelligenza per percepire la realtà degli altri, si richiede anche la sensibilità del cuore per esserne toccati.

