documentazione fotografica e testi di Marisa Peruzzo con l’aiuto di mamma Aldina
documentazione fotografica e testi di Marisa Peruzzo con l’aiuto di mamma Aldina

Di notte mi capita spesso di trascorrere lunghe ore insonni. Allora penso…penso… e volo. Volo con il pensiero al mio vissuto, ai miei cari che non ci sono più, ma anche ai presenti, alla mia famiglia. La memoria mi conduce in situazioni passate che rivivo come se fossero d’ attualità. Mi riporta usanze, nomi, soprannomi. Per non dimenticare mi alzo dal letto, prendo la penna che tengo sempre sul comò e trascrivo ogni ricordo su foglietti che raccatto qua e là e che consegnerò a mia figlia Marisa il giorno successivo. Provvederà lei a riordinare e a stendere alla meglio i miei appunti! (Aldina Pasquetto)
Sul fondo di un cassetto del comò, ben piegato e disteso con cura, vi é un lenzuolo di tanti anni fa che il tempo ha ombreggiato con macchie di colore rosso mattone chiaro. Sono molto legata ai ricordi di famiglia perché sono fortemente ancorata alle mie radici. Per questo motivo conservo gelosamente ogni traccia che mi permetta di risalire alla storia del mio passato e di quella delle generazioni della mia famiglia che mi hanno preceduto.
Il lenzuolo apparteneva alla dote di mamma e lei vorrebbe gettarlo sostenendo: “Tanto non serve, nessuno lo userà più ed é tutto macchiato!.”
Adduce questi argomenti per indurmi ad eliminarlo, ma io ne approfitto per risalire alla storia di questo lenzuolo, che tanto mi piace, perché, per di più, ho osservato, con mio immenso piacere, che è ricamato con orli a punto a giorno, con un decoro trasversale a punto gigliuccio e le iniziali AP realizzate con un punto particolare che non conosco e che cattura il mio interesse.
Per ottenere la larghezza necessaria per un lenzuolo matrimoniale sono stati uniti tre teli con ago e filo a sopraggitto.
Rassicuro la mamma che riuscirò a ridare il suo originario splendore a questo capo, lavandolo per fare scomparire ogni macchia e ne approfitto, anche, per farmi raccontare tutta la storia del percorso per diventare uno dei capi più importanti della sua dote.
Ecco quanto mi narra la mamma.

“Mio papà, nei primi anni del dopoguerra aveva coltivato le piante di canapa. Queste erano cresciute e, a maturazione, erano diventate molto alte, molto più di quelle del granoturco, ma con il gambo più sottile. Una volta tagliate ne aveva fatto dei fasci del diametro di circa 15/20 centimetri, che aveva legato in tre parti.
Successivamente li aveva disposti a bagno nel fossato accanto alla nostra casa, che era sempre provvisto di acqua. Li aveva lasciati macerare per un periodo di circa otto giorni. Dopo di che li aveva lavati molto bene e distesi al sole ad asciugare. Divenuti ben secchi, per ripulirli dalle scaglie, gli steli venivano ripetutamente passati attraverso uno strumento a forma di grande pettine, la gramola detta “chija”. Alla fine si ottenevano lunghi fasci simili a code di cavallo.

In questa attività erano occupati il papà e la nonna Carolina Boaretto. Questa specie di coda veniva disposta su una rocca che la nonna teneva appoggiata al fianco sinistro; con la mano destra faceva scendere, un pò alla volta, i fili che domava con i polpastrelli delle dita sempre inumiditi con la saliva. Per produrre costantemente la saliva, senza seccarsi la bocca, la nonna teneva accanto a sé una scodella con del vino che sorseggiava di tanto in tanto.
I fili così domati passavano in un rocchetto attraverso il filatoio, la “muinea” (mulinella), che la nonna azionava con l’uso del piede. Dal rocchetto, poi, lei disponeva i fili di canapa in mattasse servendosi di un attrezzo con manico che il papà Gino le aveva costruito per agevolarle il lavoro.

Anni ’50: Dopo la “Issia” si stendono le lenzuola sulla corda (tratto da Curtarolo, immagini di una Storia. 1950/’60)
Non ricordo bene, ma penso che le matasse, così ottenute, venissero sbiancate per mezzo di una “lissia”, cioè un detersivo prodotto con la cenere.
Comperava un pacco di filo di cotone e, con le matasse di canapa, la nonna si recava presso la famiglia Capuzzo, che con i loro telai ci fabbricavano la tela per i nostri manufatti: lenzuola, federe, asciugamani e tovaglie.
LA ‘LISSIA’ O LISCIVIA.
Avevamo un grande recipiente da mettere sul fuoco per riscaldare l’acqua nella quale veniva messa della cenere e fatta bollire. Poi con un ‘bugaroeo’, cioè un telo di canapa vecchio, ma senza buchi, a volte anche messo doppio sopra un grande mastello, si filtrava l’acqua per trattenere la cenere. La ‘lissia’ così ottenuta risultava molto viscida al tatto, al punto da essere quasi corrosiva della pelle. Nella ‘lissia’ si mettevano in ammollo, per una notte intera, i panni da lavare la mattina seguente. Quella destinata al bucato era la ‘lissia viva’, prima invece si usava la ‘lissia smorta’ per lavare i capelli. In quest’ultimo caso la cenere non veniva fatta bollire, ma l’acqua bollente passava attraverso la cenere contenuta in uno straccio. (“A balzelli tra nuvole e ricordi” di Aldina Pasquetto con la collaborazione della figlia Marisa Peruzzo)

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