Il Tevere, più che un fiume…

IL FIUME TEVERE… LA BELLEZZA DEL PAESAGGIO (APPROFONDIMENTI) 

testi e disegni  di Marco SCATAGLINI

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,/ora che notte già turbata scorre,/ora che persistente/E come a stento erotta dalla pietra/Un gemito d’agnelli si propaga/Smarrito per le strade esterrefatte…

(Giuseppe Ungaretti)

Un fiume, si direbbe, è solo una certa quantità di acqua che sgorga da qualche roccia sulle montagne, si gonfia grazie a numerosi affluenti, poi crea un delta o una foce per fondersi con l’acqua salata dell’oceano. In apparenza è semplice. Per molti fiumi, forse, è proprio così: conta il tipo di vegetazione che ne cinge le rive, la portata media annua espressa in metri cubi al secondo, conta il regime delle  acque, se è pericoloso per le case degli uomini o, ancora, se la sua acqua può essere utilizzata come forza motrice o per irrigare le coltivazioni. Dati, cifre, numeri.

Certo, il fiume è un fenomeno fisico, ma anche – e diremmo soprattutto – una guida.  Una guida che ha molte cose da insegnare, e molti peccati da lavare. Non è un caso che in ogni religione ci siano uno o più fiumi sacri (pensiamo al Giordano o al Gange).

Ma per noi, più modestamente, il fiume è una guida in grado di svelarci i segreti di un territorio straordinario, di accompagnarci attraverso la storia, le tradizioni, le leggende della terra che percorre, di indicarci una direzione non casuale tra due punti: le sorgenti ed il mare. Una guida saggia, profonda, convincente.

Se poi questa guida è il Tevere, “Fiume al ciel prediletto” per dirla con Virgilio, e ci conduce alla scoperta di alcune delle più belle aree d’Italia c’è di che entusiasmarsi!

Il Tevere è da millenni considerato un fiume sacro e lo è anche oggi, visto che attraversa la più santa tra le città del Cattolicesimo (nei secoli passati molti pellegrini percorrevano proprio la Valtiberina per  raggiungere l’Urbe). L’inquinamento ed i rifiuti indubbiamente ne sminuiscono la regalità; in diversi punti il fiume sembra sparire dalla vista e dalle coscienze degli uomini.  Eppure, resta un fiume bellissimo.

Esistono fiumi incommensurabilmente più grandi, più lunghi, più produttivi. In confronto al Tamigi, alla Senna, al Danubio o anche all’italico Po – per non parlare di giganti come il Rio delle Amazzoni – il Tevere fa la figura del misero rigagnolo. Obiettivamente, dal punto di vista dei numeri, non è un gran fiume.

Oltretutto ha una portata bizzosa e variabile, con frequenti esondazioni e  periodi di magra che quasi lo fanno sparire. Niente a che vedere con i regolari, stabili fiumi del nord! Alla fine, a Roma, hanno dovuto “incatenarlo” per impedirgli di nuocere ancora alla città: con l’edificazione dei famosi muraglioni  il fiume smise di inondare la Capitale, ed i romani hanno finito per dimenticarlo o quasi (per forza: laggiù in fondo chi lo guarda più?). Ma oggi le cose stanno cambiando anche se di problemi, indubbiamente, ne restano da risolvere ancora molti.

Poi il Tevere non è solo Roma e il Lazio. Anzi, forse è l’Umbria la regione che dà più soddisfazioni al fiume.

Se pensiamo a quanti strepitosi borghi si affacciano sulla sua valle, quante città d’arte  (come Perugia) sono, a tutti gli effetti, città tiberine, a come interi tratti del suo corso si siano conservati pressoché intatti,  si comprende perché il fiume scorra solenne ed orgoglioso tra questi colli. Anche in Toscana, sebbene ne traversi giusto un breve tratto, il Tevere contribuisce ad arricchire la già preziosa offerta turistica regionale. E in Emilia Romagna… beh, lì nasce (anche se solo in seguito ad un decreto di Mussolini), e le ragioni affettive ci sono tutte! Da quando sgorga dalle rocce del monte Fumaiolo a quando “s’insala” ad  Ostia, come dice Dante, il Tevere delinea un itinerario preciso, attraverso la geologia, la storia, e le coscienze degli uomini. Un itinerario di una intensità mozzafiato, di una bellezza unica.

PIÚ CHE UN FIUME UN TORRENTE

A causa del regime delle sue acque, il Tevere, per gran parte dei  405 km del suo corso, più che un fiume è un torrente, con fortissime variazioni stagionali: la portata media è intorno ai 230 mc/sec, ma in realtà varia dai 70 mc/sec dei periodi di magra, ai 3000 e più mc/sec delle piene.

Questa variabilità, frequente in molti corsi d’acqua appenninici, si deve in particolare al gran numero di affluenti che si immettono nel corso principale: sono addirittura 42, tra cui fiumi dalla portata non certo modesta come il Nera, il Paglia, il Treja e l’Aniene.

Nei secoli passati, due o tre volte l’anno, il fiume, ingrossato dalle piogge, abbandonava il suo letto per espandersi nella campagna.

A Roma, allora, le acque risalivano le fognature ed uscivano dai tombini, allagando parzialmente le parti più basse della città, come quelle intorno al Pantheon ed a Piazza Bocca della Verità.  Erano fastidi tutto sommato contenuti, anche se le condizioni igieniche spaventose in cui viveva una buona parte del popolo non miglioravano certo in seguito ai rigurgiti tiberini!

Ma un paio di volte ogni cento anni, su Roma ed il circondario, si abbatteva una piena spaventosa: le acque del fiume esondavano a Ponte Milvio,  penetrando con violenza da Porta del Popolo e attraverso la Flaminia e Via del Corso si precipitavano nel cuore della città. A volte i morti si contavano a migliaia.

Nel dicembre del 1870 le acque superarono di 17,22 metri lo zero dell’idrometro di Ripetta, provocando danni gravissimi e molte vittime: già l’anno dopo vennero avviati gli studi per evitare che la capitale del giovane stato unitario dovesse ancora subire le bizze del fiume.

La soluzione scelta fu la realizzazione di muraglioni alti, per l’appunto, 17 metri: l’opera, completata solo nel 1926, eliminò per sempre il rischio di alluvioni, ma cambiò anche pesantemente l’aspetto delle ripe tiberine, cancellando tratti di innegabile bellezza. Fu un prezzo salato da pagare, ma occorre considerare che gli effetti di una piena potevano essere davvero devastanti. Per averne un’idea  basta osservare le targhe che in diversi punti della città (per esempio sulla facciata di Santa Maria Sopra Minerva) ricordano il livello massimo raggiunto dal fiume. La stessa fontana della “Barcaccia” a Piazza di Spagna è stata ispirata da un barcone trascinato e deposto in quel luogo da una piena del Tevere.

Oggi sono però soprattutto i periodi di secca a preoccupare gli amministratori capitolini. In estate – e a causa dei mutamenti climatici anche in altre stagioni –  la scarsità di acqua provoca una concentrazione degli inquinanti con  gravi problemi per la salute pubblica.

Per gran parte del suo corso il fiume – in verità – si presenta non particolarmente inquinato. I dati dell’ Autorità di Bacino e di Legambiente confermano che ancora nel tratto Umbro le acque si mantengono  nella classe II di qualità (ambiente con moderati sintomi di inquinamento).

Giunto a Castel Giubileo il Tevere è già classificato in classe IV ( Ambiente molto inquinato), mentre la situazione diviene addirittura catastrofica a valle dell’Aniene. Quest’ultimo fiume – uno dei principali affluenti tiberini, tanto da esser stato chiamato per secoli “Teverone” – è considerato il fiume più inquinato d’Italia: con il 100% di analisi fuori legge nel tratto da Tivoli a Roma,  non c’è da dubitarne!

Negli ultimi anni la situazione del Tevere è comunque leggermente migliorata, ed il fiume mostra di aver recuperato in parte anche la propria capacità autodepurativa. La presenza di diverse specie ittiche nel tratto urbano (sebbene appartenenti a specie piuttosto adattabili come la Carpa e l’Anguilla, la popolare “ciriola”) ed il ritorno dei pescasportivi sulle rive, sono in qualche modo un segnale incoraggiante.

Marco Scataglini, foce del Tevere in epoca romana con Isola Sacra (acquerello) 

Il colore  “biondo” del fiume, invece, non è invece dovuto all’inquinamento (anche se oggi questo contribuisce a modificarne il “tono”), ma ha sempre caratterizzato il Tevere che, proprio per le sue caratteristiche fisiche, trasporta in sospensione grandi quantità di limo e sabbia: si stima circa 10 milioni di tonnellate l’anno! Un tempo la foce del fiume avanzava nel mare proprio a causa della deposizione di questi sedimenti: in 2500 anni la foce si è allungata di ben 4 chilometri! Si è creata così la gran parte della pianura di Ostia e Fiumicino. Purtroppo le dighe e le cave di ghiaia in alveo hanno oramai ridotto di molto l’apporto di sabbia sulla costa, con conseguente erosione delle spiagge circostanti.