…Tra i versi di Andrea ZANZOTTO. Cenacolo/2

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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA. 

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 testi e documentazione  fotografica di Maria Luisa DANIELE TOFFANIN 

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@ L’AMICIZIA TRA NOI LEGGERA… MI SONO SENTITA A CASA, “QUASI PARENTE” 

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Piace trattenere ancora su queste pagine sorrisi, sguardi, parole, moti d’animo, attimi di quel megatempo che coinvolge tutto l’uomo-poeta Zanzotto dalla sua nascita alla sua morte e oltre, frammenti di quell’umanità che era suo stile di vita umile, amabile, sempre ricco di stupori, raccolti in più di dieci anni d’intensa frequentazione con lui. Mi pare un’esistenza intera percorsa da tutto il suo ardore per l’uomo e le cose e dai riverberi in me riflessi, impressi in questa amicizia fra noi leggera durata fino alla sua morte. La storia ebbe inizio ufficialmente ad Abano Terme il 9 maggio 2000, ore 16, con l’incontro del poeta con gli studenti dell’Istituto Alberti da me voluto, allora come coordinatrice culturale del Centro di Orientamento Levi-Montalcini di Abano Terme ideato dal premio Nobel Rita, incontro in cui Zanzotto, con la sua arte affabulatoria insieme al suo innato trasporto per i giovani, incantò i miei ragazzi dell’Aberti, da me da poco lasciati. Li intrattenne, usando parole comprensibili e raffinate, su argomenti vari veramente particolari: dallo squilibrio ecologico alle loro responsabilità da assumersi con spirito critico, dall’incitamento ad accostarsi sia agli stupori della conquista scientifica e del suo linguaggio sia a quelli della poesia la cui parola non solo è musicale ma anche universale. All’ultimo momento soltanto li avvicinò ai suoi versi con la lettura di “Per la finestra nuova” spiegando ai ragazzi le meraviglie del paesaggio, un misto di vegetazione e stelle, entrato d’improvviso nella casa con dietro orizzonti di nuovi sogni, fantasie. Fu un momento di grandi stupori per l’inattesa amicizia creatasi con un poeta così importante. Per me poi fu l’inizio di un discorso inaspettato che continuò negli anni attraverso lunghe conversazioni nella sua casa o al telefono sempre in un variare di argomentazioni dal quotidiano al sociale, dal letterario agli affetti, perfino al gatto. Forte, come già detto, era il suo sentimento dell’amicizia e lo percepivi a tal punto che ti sentivi non solo suo amico, ma quasi parente: così lessi un giorno tra le righe di Turoldo. Tanto che dopo anni di frequentazione, mi confidò l’attesa della nascita di un nipotino: era stupito e confuso che a quell’età lì, ormai avanzata, si sarebbe sentito chiamare nonno. “Che nonno sarò mai?”. […]lui che dall’infanzia, insieme alla natura, traeva ispirazione come forza rigeneratrice, catarsi, tante volte espressa anche in Ligonàs, quel mitico luogo di C’era una volta […]

(Maria Luisa Daniele Toffanin, QUADERNO N. 88°/ RICORDANDO ANDREA ZANZOTTO NEL CENTENARIO DELLA NASCITA Incontro – 21.10.2022)

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Con Andrea Zanzotto… i Colli Euganei oltre il paesaggio 

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@ QUADERNO N.8°/ LA GIOIA NELL’ ATTESA

 Incontro – 2 aprile 2009

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Desidero riproporre integralmente, nel secondo incontro sulla Gioia, la poesia “Sere del dì di festa, 5” di Andrea Zanzotto. E questo anche per onorare il poeta che in “Sovrimpressioni” è testimone, come lui afferma, di un mondo perduto, di inenarrabili candori e lunari concerti campestri in un’epoca smarrita per la caduta di identità, per il degrado della natura.

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SERE DEL DÌ DI FESTA 5

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Vestita di rosso e con un famoso

fabulistico cappello (nero?)

sull’auto rossa sull’utilitaria

detta “Corsa”, dell’Opel, una rossa

invero straordinaria,

giù dai campi di inenarrabili candori

dai campi-incanti

scende scende madame per i tornanti

della strada d’Alemagna –

E’ già tardi, il traffico è debole, stagna,

è la sera – già notte – del dì di festa.

Verso dove lei tranquilla si lascia scendere

verso quali obiettivi dentro il buio

che non sa come spegnere tutti gli splendori

e i covi di faville che esaltarono

insufflarono attizzarono il giorno –

da dove a dove fa ritorno?

Nulla mai comunque ci sarà ridato,

non un solo respiro, un solo afflato:

ma almeno, unicamente un pensiero

di sera del dì di festa, bloccato

bloccato nel suo deludere

nel suo deludere amato,

ci è consentito scrivere come

epistola all’alto Tutto-Nulla.

Lungo i tornanti madame si culla,

pur sempre attenta ed intrepida nel procedere;

già sono lungi i campi-paradisi

intrisi ora di tenebre,

e lei è qui, nella sera del dì di festa

che pungendo s’ingelatina ancor nell’aria.

Già al capo è giunta e dorme – mah –

la rossa utilitaria.

 

31.1.1993

Zanzotto, in Sovrimpressioni, Mondadori, 2001 – PREMIO PEN

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In questa rilettura ricompare subito quel flash di gioia visiva accesa dalla figura femminile in un paesaggio di incanto immacolato, quasi visione mitica ricuperata alla fisicità dalla forza della parola poetica.

E appare come leitmotiv del testo la sera del dì di festa.

Espressione vitale in offerta di speranza che ripropone tutta la gioia dell’attesa di questa particolare sera, in realtà spesso deludente nel vissuto, al dire di Zanzotto-Leopardi e anche al nostro sentire, ma pienamente amata “nel suo deludere amato”.

Perché è nell’attesa la vera festa, il propulsore del giorno.

E quanto si attende, si ama quella deludente sera che in sé racchiude il TUTTO il NULLA leopardiano!

 

 

E quanta gioia dà questa attesa della Sera del dì di festa, unica certezza come “pensiero bloccato” nella amara constatazione di Zanzotto che nulla ci sarà ridato del nostro vivere.

E intravedo un altro senso di gioia, di forza energetica in

“tutti gli splendori/e i covi di faville che esaltarono/…il giorno-”

che il buio di ogni disagio, di ogni dolore della vita stessa fatica a spegnere.

 

 

Un buio in cui madame, forse metafora del nostro andare, si lascia scendere ignara di dove viene e dove va come senza obiettivi, ma ancora attenta-ardita nel procedere-vivere la sera del dì di festa.

E l’esserci in questa mitica sera è quello che conta mentre le tenebre hanno ormai offuscato “i campi-paradisi” del giorno.

 

Una gioia quindi non canto pieno e continuo, ma accesa in alcune atmosfere indicibili, in particolare presagita nella sera del dì di festa e vissuta nella sua miracolosa attesa.

La rilettura del testo è aperta ad altri contributi.

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Approfondimenti

Tratto da PALOMAR. I Quaderni della Nuova Tribuna Letteraria. (n.57 -Gennaio 2026) Venilia Editrice

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I Colli Euganei oltre il paesaggio/ Topinambur, che  il poeta Andrea Zanzotto chiamava  “figliolini del sole”.

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@ QUADERNO N. 24° / L’INNOCENZA DEL CREATO

Incontro – 10 novembre 2011

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Le due poesie di Andrea Zanzotto da me avvicinate, appartengono a periodi diversi: la prima Villanova fa parte delle composizioni giovanili (1938-1942), la seconda Ligonàs è del 1990-2000, età più matura del poeta. Eppure presentano elementi comuni: i luoghi, i paesaggi invernali, la presenza umana, la vita con le sue luci e ombre, certamente trasferiti nei versi con modalità poetiche diverse.

Due poesie appartenenti a fasi vitali differenti, con elementi comuni visti da prospettive psicologiche diverse, con altra resa poetica proprio per questa distanza emozionale da cui le scene sono rivissute. Un linguaggio quindi immediato realistico in Villanova che diviene in Ligonàs favoloso, fantastico, musicale, trascinante, talora bambino. Mi sento, in umiltà, molto vicina a Zanzotto e al suo sentire: in questa armonia ed energia del creato ritrovo tutta la tensione della mia pur modesta ricerca e della mia scrittura.  

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VILLANOVA

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Torna il sole dopo la neve.

Nel piano è fulgore e luce.

L’azzurro ardente sui colli

candidi splende.

 

Sotto i piedi corre l’ombra

noi camminiamo nel sole.

Per noi vivi nell’ora del sole

non è dolore.

 

Pura è la nostra gioia

nata a dileguare al sole

come la neve.

 

Scenderemo in corsa alle sale aperte

al ballo: dalle finestre

vedremo fanciulle scendere

a chi le attese.

 

In quel tempo, in disparte, la sera

vedrò, non vedute le nuvole.

Sarà il gelo e nelle danze acute 

lo stordimento.

 

Andrea Zanzotto, Le poesie e prose scelte, I Meridiani, 1999

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foto archivio Maria Luisa Daniele Toffanin 

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In Villanova piace l’atmosfera luminosa del paesaggio collinare in una giornata invernale, accesa dal sole e dal candore nivale, abitata dalla gioia giovane di chi vive il fremito dell’attesa della danza nelle sale animate di giovani, fanciulle in corsa verso la festa per stordirsi nel ballo. Un’età felice ignara della realtà: ci saranno poi le nuvole non ancora vedute, ci sarà il gelo perché la gioia umana è apparentemente pura: si cammina nel sole insieme al poeta e si avverte che sotto i piedi corre l’ombra; si avverte la fragilità della gioia e il dolore come presenza nella condizione umana. Tutto questo sente il lettore nella scena nitida, presa da vicino nel suo presente, resa con linguaggio immediato, scena che sempre più si interiorizza striandosi di ombre. E chi è in disparte, nella sera leopardiana, vede oltre il paesaggio solare che già muta nella malinconia vesperale.

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Con Andrea Zanzotto… i Colli Euganei oltre il paesaggio 

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Nella seconda poesia, Ligonàs, protagonista è ancora il paesaggio invernale delle colline innevate sullo sfondo e dei Palù avvolti nel mistero, visione scrutata dagli occhi-finestra di una casa-trattoria di campagna, appunto Ligonàs, abbandonata poi ricostruita. Luoghi, paesaggi oltraggiati dal degrado ambientale, qui rivisitati in una magica atmosfera memoriale, quella di C’era una volta, quindi di lontananza, suscitano in me il senso di un mondo perduto, rievocato dal poeta nel suo segreto splendore, nel suo incantesimo, proprio da questa casa con gli oblò quasi casa d’acqua sospesa sugli acquitrini dei Palù. Da qui vivo l’incanto di uno spazio tempo purificato dalla neve che con la sua psicologia appiana colma sana,decisa a tutto sopportare per esistere qui e rifigurare, adeguare, / verde e polveri e voci di altre ragioni; neve insieme al sole che, con la sua timidezza dovuta al gelo, è pur sempre purissimo e implora di rimanere ancora. Neve e sole, che hanno dentro l’anima del poeta, penetrano così nella vita umana creando legami che si dilatano nel tempo, nei luoghi per dita e fiati e fiati e baci e baci, nel ricordo di un’età innocente che riacquista la dolcezza di un procedere umano naturale in cui anche le più avverse potenze nel destino comune/si fanno carezze:/ e nozze illimiti titillii/fanno corona di gioia-lutto- iddii. L’uomo qui non è rappresentato come in Villanova, ma rievocato nei suoi gesti, nei suoi riti purificati da questo paesaggio invernale che delinea il giorno, la vita intera, la storia stessa in cui gli anni si ritmano, si contano in relazione ai megainverni. Unica presenza reale sono i bambini sugli slittini, bambini di ieri, di oggi anche, cioè l’innocenza dell’infanzia l’unica che possa coesistere con la purezza della natura. E il pomeriggio bambino già con le prime ombre si tinge nel tramonto invernale di indaco e turchino e prepara le nottate gelide che si ripetono all’infinito nel tempo e nello spazio nottate/che si danno la voce di campo in campo, di annate in annate. 

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LIGONÀS

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Quell’intimo splendore

di “c’era una volta” e che

da dirupati anni mi resta diviso

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Stillicidi in colline stradine e giardini

e anche là nel mistero che s’addensa ai Palù

che dagli oblò di Ligonàs s’indovinano –

ed è, tutto, colmo calice di nivale dolcezza

di nivale attitudine ad appianare, sanare, 

è-in-sé-e-per-sé di neve involata, di soli involati – 

Sole, ma timido per geli, ma quasi supplicante

tregue almeno di poche ore, deh!

ore pur sempre d’etra purissimo, ah!

e neve augurata, ma solo di tocco in tocco,

tatti, contatti, feste, agguati placati –

appena sopravvivente

ma ben decisa a tutto

sopportare per esistere qui e figurare, adeguare,

verde e polveri e voci di altre ragioni…

E ogni sole e neve, punto di sole o neve

va per beatamente allacciare gli estremi di foco-luce e

di gelo negato-negante, li allaccia per solo un dito

e poi per dita e fiati e fiati e baci e baci

E anche le più avverse potenze nel destino comune

si fanno carezze e nozze e illimiti titillii

fanno corona di gioia-lutto-iddii:

qui il dirupo del ’29, del ’54, del ’63 megainverni

ed altri dirupi di neve-sole di sommi-inverni

si colmano, si ritrovano in seconda fila;

e i bambini in slittino

si lasciano andare appunto di dirupo in dirupo

da dirupi alti tre dita o alti tre millenni

e tutto è bambino in tintinno con loro, indenni

tra gloriuscole-ombra già al primo pomeriggio…

       Fatate dimenticanze già tentano e ritentano,

       magici sottozero

       decine di sottozero, terribili eppure

       dolcemente ridenti, irrisivi fino all’indaco al turchino

       preparano le irte, irsute d’addiacci, nottate

       che ridanno la voce di campo in campo, di annate in annate.

 

Andrea Zanzotto, Sovrimpressioni, Mondadori, 2001

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Con Andrea Zanzotto… i Colli Euganei oltre il paesaggio 

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La lettura di quest’ultimo testo suscita in me un senso di stupore e devozione per questa magica rappresentazione della natura che si muove nella sua eternità segnando il tempo umano con la sua potenza, avvolgendo nel suo manto di neve, espressione quasi musicale di armonia ed energia benefica e purificatrice, le vicende dell’uomo ricuperate solo in tracce leggere del suo effimero passare. E pure mi sorprende questo inno all’innocenza del creato nel suo solenne andare così dai primordi in uno spazio illimitato, innocenza che appunto solo nei bambini Zanzotto intravede nel suo desiderio di purezza universale. Mi coinvolge il tutto reso da un linguaggio fatato, incantato, tenero proprio di chi riguarda da lontano la bellezza perduta e colma, ricolma il suo rimpianto, la malinconia sottesa per la terra amata offesa, proprio nella ricreazione di essa in questa storia, leggenda d’inverno. 

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@ QUADERNO N. 75°/ AD ANDREA ZANZOTTO SULLE CONSEGUENZE DEL PROGRESSO

Divagazioni da mie conversazioni con Andrea Zanzotto e dallo stesso con Marzio Breda “In questo progresso scorsoio”, Edizione Garzanti, 2009

Incontro – 14 giugno 2018

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“Emergenze climatiche e crisi ambientali, conflitti per l’energia e fondamentalismi religiosi, turbo capitalismo in panne ed eclissi degli idiomi minori: agli esordi del nuovo millennio, ci troviamo immersi in un «tempo che strapiomba», si aprono nuove difficili sfide, che stiamo affrontando inconsapevoli. Una certa teoria del progresso, sordida e indifferente all’etica, rischia di portarci verso l’autodistruzione.

Sono riflessioni come queste ad angosciare oggi Andrea Zanzotto, maestro di coscienza, oltre che autore di versi fra i più importanti e profetici del Novecento. In queste conversazioni, frutto di una lunga amicizia e consuetudine, il poeta ripercorre con Marzio Breda la propria esperienza umana, culturale e creativa. Soprattutto, tratta alcuni temi chiave del nostro presente, quando è più che mai necessario riscoprire il passato per sondare il futuro: paesaggio e linguaggio, storia e memoria, fede e politica, eros e psicoanalisi…” [da “In questo progresso scorsoio – Conversazione con Marzio Breda” di Andrea Zanzotto, Edizione Garzanti, 2009]

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«…in questo progresso scorsoio

non so se vengo ingoiato

o se ingoio.»

 

«C’è un volano infernale che gira

ed esaspera una certa idea di onnipotenza,

una rivoluzione che invade i pensieri

e che inquieta e alla quale bisogna

opporre resistenza…»

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Questa quarta di copertina sintetizza la sostanza del libro […]quanto espresso da Zanzotto nella sua Conversazione con Breda su questo progresso scorsoio, in particolare sull’urgenza di opporgli una forte resistenza. Questa resistenza, a suo dire, s’innerva nella verità del paesaggio, nella voce salvifica della poesia, dell’arte, nell’intensità dell’incontro umano, e soprattutto nel richiamo ad antiche tradizioni che sono storia, memoria, senso di appartenenza ad una comunità. E lui, il poeta uomo di paese, ben le trattiene in Mistieròi nel suo dialetto solighese, lingua materna, anche evidenziando il valore dei dialetti che proprio questo modo nuovo di vivere va distruggendo come forme di identità. [..] Ma più mi tocca il suo discorso sull’ambiente distrutto dal progresso, sentito dalla sua viva voce, durante il viaggio da Pieve di Soligo alla scuola Alberti di Abano e ritorno. Andrea riproponeva con sofferenza l’eterno problema della trasformazione dissennata di luoghi fantastici come Ligonàs, le terre del duca di Dolle, feudo dell’amico Nino, cioè di quelle zone mitiche che sono state adattate a resort e che hanno perso la loro bellezza con la distruzione del paesaggio e anche di tradizioni, costumi di vita paesana così vivi e autentici nella giovinezza del poeta, da me recepiti in momenti unici di confidenze. E tutto per quella arroganza del folle volo di Ulisse che usa l’inganno del luogo più accessibile, appetibile ed altro per annientare, senza rispetto alcuno, l’ambiente che è storia, memoria e umanità.

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[…] Ed ecco anche in Zanzotto l’esame del rapporto con il trascendente, sempre presente in questa conversazione ad ampio raggio attraverso la storia dell’uomo nella storia stessa della terra. Coinvolgente cammino mentale psicologico che il poeta profeticamente propone invitandoci a riflettere sul nostro esserci oggi. Spiace però doverci limitare ad una lettura incompleta del testo così vasto, ma anche questo limite fa parte degli aspetti contradditori dello stesso progresso. Importante è che ognuno di noi riprenda coscienza sull’abuso di qualsiasi novità rivalutando il senso della propria vita, i silenzi interiori, gli strumenti umani per riconoscere sè stessi e gli altri nella vera dimensione che sembra ormai completamente scomparsa.  Questa conversazione con Marzio Breda è davvero unica. È una meditazione, quasi un vangelo laico di oggi che ha in sè qualcosa d’eterno senza spazio, senza tempo, pur gravitando sulla terra, in particolare sulle coline di Pieve. È in fondo l’infinita inquietudine dell’uomo di fronte ai problemi del suo tempo nella ricerca sempre del divino.

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@ RISONANZE 

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