1 giugno 2021
1 giugno 2021
Ho sempre pensato che la mia amicizia e consuetudine con Ennio è stato un grande privilegio che mi è stato concesso nella mia vita. Perché ho potuto toccare con mano, ho potuto mettere a fuoco con chiarezza, e dunque ho potuto fare miei, aspetti del vivere che altrimenti non avrei conosciuto. Un’esperienza unica. Un’esperienza non riproducibile. Unica per me, ma che credo possa valere per molti che lo hanno frequentato, o anche semplicemente incontrato. Me lo immagino e lo leggo nell’aria; lo sento dentro e fuori di me. E da quello che testimoniano gli amici, sono certo che questo vale per molti che hanno avuto la sorte di vivere con Ennio qualche esperienza. Soprattutto leggendo quello che hanno scritto e continuano a scrivere. Io ho scritto che Ennio ci ha dato in dono la bellezza. Ce l’ha mostrata ovunque si sia posato il suo sguardo. Ce l’ha fatta conoscere e riconoscere laddove noi non saremmo stati capaci di vederla. Come spesso fanno tutti i grandi artisti. La bellezza delle cose comuni, della campagna, di tutte le minuzie. Ennio vi era talmente radicato che ne sentiva il respiro, i suoni, le continue trasfigurazioni. Le sue vive e pulsanti radici di pastore di pecore, come amava sempre farsi chiamare e come si vantava di essere.
TRA COSMO E CAMPANILE
Qui mi scatta un collegamento. Uno dei più grandi antropologi italiani di tutti i tempi, di cui fra pochi giorni ricorre il centenario della nascita, Alberto Cirese, maestro di diverse generazioni di studiosi, ci aveva a suo tempo (molto prima dell’avvento della globalizzazione), insegnato che la postura corretta dello studioso era quella per cui con i piedi bisognava stare ben piantati in una dimensione locale, e con la testa bisognava stare sempre in una dimensione cosmica. Tra cosmo e campanile: questa era la sintesi. Vale a dire che lo studioso doveva stare sempre vicinissimo, proprio dentro, al terreno di ricerca e ad i suoi oggetti, radicato al massimo grado, e in contemporanea doveva stare a contatto con le idee e i concetti circolanti nel mondo, anche i più astratti, anche i più lontani, anche i più apparentemente bizzarri. Ed il suo percorso doveva essere per forza un andirivieni continuo tra i due ambiti. Vicinanza massima e lontananza massima. A questo proposito, mi è spesso capitato di nominare il microcosmo e il macrocosmo e di giocare con le parole dicendo che il micro sta nel macro e il macro sta nel micro. Parole, concetti, teorie, metodi, comparazioni, linee di pensiero, astrazioni.

Piansano (VT), centro storico tra cielo e terra (foto di Gioacchino Bordo)
Ennio, che non era uno studioso, tutto questo lo rappresentava in concreto con la sua persona, con i suoi gesti, con le sue parole, con la sua fisicità, con la sua andatura, con il suo sguardo, con il suo sorriso. Ennio – uomo, pastore, poeta, pittore, artista, – è stato ed è il luogo dell’incontro microcosmo/macrocosmo. Parlerei addirittura di incarnazione. Oppure, se volete, di incorporazione. La più straordinaria semplicità e umanità e la più alta complessità e universalità. E si badi, non parlo di due atteggiamenti in essere volta per volta, o alternativamente, secondo le circostanze; ma di un insieme unico, esistenziale, tangibile. Mi è anche difficile trovare le parole per esprimere questo nodo che è indistricabilmente fisico e concettuale. Il fisico ed il concettuale sono fatti della stessa sostanza (di cui sono fatti i sogni…si potrebbe aggiungere…). Le pecore e la Divina Commedia. Il latte da mungere tutti i giorni e l’Orlando Furioso. La terra polverosa e arida e Ungaretti. Piansano, Arlena di Castro, Tuscania, la Maremma Laziale e la Germania e gli Stati Uniti: Monaco, San Francisco. Il Mar Tirreno e l’Oceano Pacifico.

Franz Marc, Cavallo blu
A questo proposito voglio citare un episodio, divertente ed emblematico, che mi raccontò una volta, dopo che era tornato da una mostra personale svoltasi in una cittadina della Baviera, non lontana da Monaco. Ennio non conosceva il tedesco e si trovava ad ascoltare spesso i commenti dei visitatori locali senza capirne una parola. Raramente riusciva ad interloquire con qualcuno che parlava italiano. E se ne rammaricava. Con il suo fine orecchio però, riuscì a intercettare un suono che si ripeteva spesso e che sentiva pronunciare da visitatori ammirati di lingua tedesca. Era come una sorta di “anzmàr”, ripetuto anche con interrogativi. Molte persone lo pronunciavano ed Ennio, avendolo notato ed essendosi incuriosito, ne volle sapere il significato. Lo chiese a qualcuno che era bilingue ed a quel punto scoprì che un sacco di visitatori della sua mostra, conoscitori della pittura del Novecento, lo stavano paragonando, con stupore ed ammirazione, al grande pittore espressionista tedesco Franz Marc, amico stretto di Kandinsky, e fondatore, insieme a lui, del movimento “Der Blaue reiter” (“Il cavaliere azzurro”). Ennio De Santis e Franz Marc, a braccetto; insieme senza che l’uno conoscesse l’altro. Ecco Ennio e Franz che dialogano e si scambiano le loro idee di pittura, di realtà, di bellezza, di vita.

Ennio De Santis, Cavalli blu- Inverno (Collezione Ida Renzicchi)
IL PROFESSORE RICORDA IL POETA
Un ricordo, fra i tanti voglio qui proporre a chi legge. Era, se non ricordo male, la primavera del 2000 e chiesi ad Ennio di venire a tenere una lezione-seminario all’Università della Tuscia per gli studenti del corso di Antropologia culturale; con me e con Sandra Puccini. Lui all’inizio si schermì, dicendomi che non lo aveva mai fatto e che non si sentiva all’altezza. Pure se molto soddisfatto della mia proposta, sostenne che sarebbe stato in difficoltà e che non avrebbe saputo bene che dire. Io lo tranquillizzai dicendogli che avrebbe dovuto raccontare la sua vita, le sue esperienze, la sua ars poetica a studenti che non conoscevano nulla di quel mondo e che sarebbe stata per loro una grande e sorprendente novità. Alla fine, pure se con qualche imbarazzo cacciato indietro, accettò, non senza una punta di orgoglio ben dissimulato. Ricordo che l’Aula Magna della allora Facoltà di Lingue al Riello era molto affollata.

Lui si presentò, come sempre un pò dimesso e con un bel fiasco di vino e dei bicchieri sulla cattedra (spiegammo subito che senza il vino la poesia avrebbe avuto difficoltà a palesarsi in toto: il vino è un indispensabile facilitatore dello scorrimento dei versi, sia di quelli che si leggono, sia soprattutto di quelli improvvisati dell’ottava rima, cantata, come si suol dire, “a braccio”). Raccontò, sollecitato da qualche mia domanda, come era nato e sbocciato in lui il germe della poesia. Di quando da bambino e da ragazzo non aveva potuto studiare perché doveva stare in campagna a badare alle pecore. Aveva fatto a malapena la quinta elementare, andando a scuola al mattino non con l’orario completo, ma solo per alcune ore, secondo un accordo alla buona fatto con l’insegnante che tollerava la sua assenza, perché lui doveva di necessità stare con il gregge di pecore con cui si sostentava la sua famiglia. Ad un certo punto, da adolescente, aveva incominciato a frequentare alcuni pastori che usavano “cantar l’ottava” secondo tradizione, spesso nei ritrovi dopo il lavoro e nelle osterie, ed era rimasto affascinatissimo da quel mondo che gli sembrava potesse elevarlo dalla sua condizione.

Ennio De Santis insieme alla professoressa Sandra Puccini durante la Lezione-seminario all’Università della Tuscia per gli studenti del corso di Antropologia culturale (foto Archivio Paolo Manganiello)

Ennio De Santis con il professore Marcello Arduini durante un’improvvisazione in ottava rima (foto Archivio Paolo Manganiello)
I pochi che sapevano comporre e cantare “alla poeta”, erano molto considerati nella comunità e ad Ennio sembrò quasi una zattera di salvataggio che lo poteva condurre chissà dove. Scoprì sempre di più che nelle pieghe del suo faticoso lavoro di pastore c’era invece qualcosa di bello come la poesia. Ed allora, timidamente all’inizio, e poi via via con sempre maggiore energia, volle imparare dai suoi maestri e colleghi più anziani e si diede anima e corpo a coltivare la poesia in ottava rima, quella dei grandi, immensi, poeti della tradizione più alta, rifacentesi ad Ariosto, Pulci, Tasso, Marino, ed imparò a memoria molte parti della Divina Commedia, dell’Orlando Furioso, della Gerusalemme liberata, del Morgante, secondo quanto gli consigliarono di fare. Imparò l’endecasillabo, il ritmo, la rima.
E poi dagli esordi la sua strada si dipanò oltre, e si diresse verso la poesia moderna in versi sciolti e vennero le letture dei poeti del Novecento e le prime raccolte pubblicate in libri. Insomma, una vita dedicata all’arte, una vita che gli studenti ascoltavano nel suo racconto vero. Con poche semplici parole e con molta efficacia illustrò una vita costruita passo dopo passo andando sempre alla scoperta del nuovo. Avanti, scoperta dopo scoperta, avventura dopo avventura: la poesia moderna, la scultura, la pittura. Le mostre all’estero, Germania, Stati Uniti.
Da pastore di pecore – come lui si è sempre voluto chiamare a significare il suo legame indissolubile con le sue radici – a poeta e pittore su scala intercontinentale. Da Tuscania a San Francisco. Dalla Maremma altolaziale alla California dell’Oceano Pacifico.
Tutto questo percorso raccontato a giovani studenti universitari che stettero ad ascoltare incantati ben oltre l’orario previsto (per fortuna l’aula non era impegnata e potemmo trattenerci). Orario che si prolungò anche con il canto di qualche ottava improvvisata.
Ancora oggi ho vivida nella memoria l’attenzione degli studenti, lo stupore, la sorpresa di trovarsi di fronte ad un uomo al di fuori dei soliti schemi, un uomo che si presentava con fare dimesso, con dolcezza e bonomia d’altri tempi, con una semplicità ancestrale.
Un uomo che sapeva usare il linguaggio per dire l’indicibile, per creare immagini ineffabili, per regalare visioni.
Grazie Ennio.
Marcello Arduini