Contributi di Ida Renzicchi e Barbara Suzzi
Contributi di Ida Renzicchi e Barbara Suzzi
Nel racconto Marta c’è un evidente ribaltamento di ruoli tra madre e figlia.
La donna immatura, insoddisfatta della sua vita ed insofferente dello stato di moglie e madre, segue istintivamente le sue passioni e carica, forse senza neanche rendersene conto, la giovane figlia di compiti che non le sarebbero spettati. La madre, forse anche a causa di qualche problema psichico, non si fa domande, con egoismo ed incoscienza, passa da un uomo all’altro… se ne va di casa… si porta via tutto quello che può… torna quando le pare…
La ragazza, cresciuta troppo in fretta, proprio a causa delle vicende familiari, si assume responsabilità che non sarebbero di sua competenza. A parte le incombenze domestiche, è soprattutto sopraffatta dal senso di protezione verso il fratello ed il padre.
La giovane Marta si preoccupa del padre, che vede smagrito e distrutto dal dolore, e del fratello, che si aggrappa a lei come un naufrago ad un relitto… La ragazza, poco più che adolescente, si trova catapultata in un mondo adulto del quale non comprende fino in fondo le dinamiche.
Anche il chiedere alla commerciante se debba portarle altro denaro per la spesa fatta denota la maturità di chi si rende conto dei problemi quotidiani perché abituata ad affrontarli .
Nonostante nel racconto non se ne accenni specificatamente, è ovvia la sua dedizione costante all’assistenza del padre, del fratello… della casa stessa…
Accogliere, senza commenti e senza rancore, il ritorno della madre è un gesto d’amore inconsueto in una persona così giovane, ma ancora una volta c’è una inversione di ruoli… i genitori dimenticano sempre i torti subiti, i figli difficilmente perdonano…
Qui è Marta che prende per mano la madre… come ad evitarle di incorrere in nuovi pericoli… quasi fosse una bambina da tenere ben stretta quando si attraversa la strada… la giovane Marta, che spera che lei resti con loro, per sempre.

Felice Casorati, Ragazza distesa -1962
Il termine inglese “Parentification”, identificarsi nel genitore, ben definisce l’inversione di ruolo genitore figlio, condizione molto più comune di quanto immaginiamo.
E’ un rapporto paradossale che si instaura quando il figlio percepisce la fragilità fisica o psichica del genitore e si sente obbligato ad aiutarlo. Bambini genitorializzati, precocemente diventati adulti e responsabili, costretti a colmare il vuoto affettivo e il senso di abbandono con una maschera di falsa ed apparente autonomia ed indipendenza.
Purtroppo la carenza affettiva ed il senso di insicurezza causato dall’abbandono non li lasceranno per tutta la vita causando loro conseguenze devastanti.
La mancanza di una infanzia e di una adolescenza serene creano adulti in apparenza maturi e responsabili ma che nella realtà, non sono in grado di occuparsi di se stessi e di gestire le proprie necessità affettive, adulti in conflitto con i propri bisogni di dipendenza rifiutati e rimossi, con enormi difficoltà a chiedere, appoggiarsi e lasciarsi andare con gli altri, incapaci di nutrire fiducia nelle relazioni e di colmare l’angosciante vuoto interiore, persone che, solo con il tempo e lavorando sulla loro psiche, potranno arrivare ad una liberazione e ad una riconciliazione ed accettazione di sé stessi e degli altri.
di Barbara Suzzi
La figlia che accudisce i genitori e i fratelli.
Sovente, fortunatamente e sempre più raramente nella società contemporanea occidentale, alcune ragazze vengono chiamate da situazioni famigliari anomale a sostituirsi al ruolo materno.
In molte culture del resto del mondo quest’ inversione di ruoli o salto generazionale è ancora molto frequente e molte ragazze, ma anche bambine saltano tappe fondamentali di vita.
In “Marta inversione”, la protagonista si sostituisce alla madre e diventa lei stessa il punto di riferimento femminile famigliare, per un padre che si troverà solo, ferito e disorientato e per un fratello da crescere.
Bambina ferita lei stessa, che dovrà essere forte per sé e per chi ama.
Dovrà trovare dentro sé appigli per amarsi ed amare, riorganizzare un mondo interiore, rielaborare quel dolore, che comprenderà con gli anni essere così prezioso. Imparerà ad accogliere e perdonare.
Quante cose per un essere umano così piccino.
Perché la vita a Marta ha chiesto così tanto?
Se potessimo interrogare Marta sono certa che ci risponderebbe così:
“ Da bambina non sognavo, era impegnata a crescere, ma sono grata alla mia vita, mi ha donato coraggio e bontà, i miei sensi amplificati mi hanno fatto piangere molto, gioire ancora di più e ho amato con maggior intensità. Ho sempre visto le persone per ciò che erano, senza illudermi e ho cercato di essere sempre me stessa per non illudere”.
Forse il dolore ha reso Marta una persona migliore di ciò che poteva essere senza?
Non basta il dolore da solo, Marta ha saputo lavorarlo quel dolore, come un artigiano fa con le sue abili mani; come un orafo che trasforma un minerale informe in gioielli meravigliosi.
Il dolore è come l’oro è prezioso si, ma se riconosciuto e lavorato lo diventa ancora di più e può diventare anche bello.
