TESTIMONIANZE/ Verso una fiduciosa autonomia

L’ARTE E L’INNOVAZIONE DIGITALE AL SERVIZIO DELLA DISABILITÁ VISIVA

“Se c’è una persona che mi vuole accompagnare dico di sì, anche se quella strada la conosco. Penso che, in quel momento magari, quella persona ha bisogno di sentirsi utile e sarà contenta”. “Ricordati che chi non vede con gli occhi può vedere, e anche bene, in altri modi”. Se dici ad un cieco “Guarda che bella questa penna!”, potrai porgerla e anche lui potrà osservarla, esplorandola con le mani. “Vedere”, anche per noi, ha un ampio significato!”.

La prima testimonianza che proponiamo è quella di due coniugi che, dopo aver lavorato a lungo  come insegnanti nelle Scuole Speciali per Ciechi  e successivamente nella scuola pubblica, vivono attualmente in un paese della Tuscia e partecipano attivamente alle attività  della sezione di Viterbo dell’U.I.C.I. (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). 

La loro esperienza  umana e professionale vuole essere il primo di una serie di contributi  che potranno essere valorizzati e condivisi anche come “buone pratiche”, da tutti coloro che a vario titolo lavorano e/o intendono impegnarsi in  contesti educativi  inclusivi a supporto e a servizio della disabilità visiva. L’educazione, infatti,  è una “scommessa” che, pur non priva d’insidie, va sempre giocata!

La loro testimonianza ci permette di ripercorre e valorizzare la dimensione storica della Pedagogia speciale. Nel 1977  l’approvazione della legge n. 517,  ha avviato in Italia il sistema scolastico inclusivo, stabilendo il diritto dei ciechi di poter frequentare le scuole di tutti, determinando la graduale fine delle scuole speciali.

La necessità di partire sempre dai bisogni e dagli interessi del discente, l’attenzione alla “totalità” della persona, l’importanza del gioco, del lavoro educativo, dell’educazione motoria e dell’orientamento, dell’educazione sensoriale, dell’educazione musicale, dell’extrascolastico e della necessità di partire sempre dai bisogni e dagli interessi, questa è stato l’ impegno educativo  quotidiano dei due coniugi, entrambi insegnanti, di cui lui vedente e lei non vedente assoluta. 

Lasciamo a  loro  la parola…

Parole chiave:

 tiflopedagogia, storia dei ciechi, storia delle scuole speciali, bisogni educativi speciali.

PER ALTRI OCCHI… VERSO UNA FIDUCIOSA AUTONOMIA. LA TESTIMONIANZA DI DUE INSEGNANTI

Crediamo che sia molto importante impegnarsi in un servizio di comunicazione corretto e autentico. È fondamentale  aiutare le persone vedenti e non vedenti a  incontrarsi, a conoscersi, a condividere insieme relazioni positive nei contesti sociali e professionali. Per iniziare, è bene mettere in chiaro subito che costruire rapporti di fiducia interpersonale è il primo passo.

Da parte della persona vedente è necessario andare oltre ogni atteggiamento di pietismo, di imbarazzo, a volte, purtroppo, di rifiuto nei confronti del non vedente. Recentemente, sta emergendo un altro atteggiamento altrettanto preoccupante: l’ INDIFFERENZA.

Da parte del non vedente occorre invece desiderare la relazione con gli altri, partendo dall’accettazione di sé e della propria condizione. Solo così si è anche in grado di accogliere l’impaccio e qualche atteggiamento che per il non vedente può risultare offensivo e inopportuno.

Nell’educazione del non vedente o di chiunque abbia una disabilità è fondamentale  infatti rafforzare le competenze emotive e di autostima. Non bisogna offendersi se ti fanno le domande dirette. Ad esempio,  tante persone, quando parlano con un cieco, evitano di dire il verbo VEDERE.  Invece quel “vedi”, va detto, perché il vedere non è solo quello degli occhi. É anche quello del toccare, del percepire, del percepire in qualsiasi altro modo.

Pensiamo al nostro gruppo di ascolto dedicato al tema dei colori! Il non vedente si fida di quello che dicono gli altri, si deve fidare, si deve affidare  prima alle sensazioni degli altri per poter poi elaborare personalmente  in che modo  potersi  adeguare al vivere di tutti quanti.

CI VUOLE ANCHE IL CORAGGIO, ALTRIMENTI COME FAI? TI BLOCCHI, NON TI MUOVI

continua la nostra insegnante…. 

Attualmente, quello che noto, rispetto a quando io ero ragazza è che oggi i ciechi  vanno molto meno  in giro da soli. Non li vedi  in giro e quindi anche la persona che ci vede, ha meno occasione di avvicinarsi a coloro che vivono questa condizione. Il  problema neanche se lo pongono.

Ricordo invece che da ragazza andavo dappertutto andavo da sola , uscivo  con le compagne, andavo nei negozi .  Non  mi vergognavo di dire “Signora, guardi, io  non ci vedo, mi dice  di che colore è questa, che marca è questa?”

Viaggiavo da sola  anche in treno, da Bologna a Roma. Scendevo dal treno… logicamente a Roma, tutti quei binari, dove vai, uno che non ci vede dove va? Alla prima persona che incontravo, mi rivolgevo non dicendo  né signore né signora perché non sapevo se era maschio o femmina!  Dicevo soltanto: “ Mi scusi, io non ci vedo, mi potrebbe fare la cortesia di accompagnarmi alla fine dei binari?” Mi ricordo che qualche volta  indietreggiavano, si sorprendevano.

Un’altra volta da sola, in pullman stavo tornando a casa in famiglia.  C’era sciopero dei mezzi pubblici.  Disperata, domandai alla prima persona  che sentii passare vicino  di accompagnarmi  in caserma. Altra soluzione non c’era.  Sentii che quella persona non credeva  che  io fossi cieca, gli sembrava che io la prendessi in giro. Ero molto sciolta nei movimenti. Poi  fece  un passo indietro.  Io sentivo che mi guardava e dissi: “ Siccome non ci sono i pullman, dovrei andare dalla polizia”. Mi rispose: “Sono io un poliziotto”,  e mi ha accompagnato al treno.

Ci vuole anche il coraggio, altrimenti  come fai? Ti blocchi , non ti muovi…

ECCO PERCHÉ HO INIZIATO A STUDIARE, PER POTER INSEGNARE

Ho iniziato a perdere la vista all’età di tre anni. Subito dopo, ho dovuto affrontare una serie di malattie, fino all’età di otto anni e mezzo. Già da ragazzina avevo “il pallino dell’insegnamento”, perché ero convinta  che non mi sarei mai sposata e quindi non avrei potuto avere figli. Però a me piacevano moltissimo  i bambini. Mi intrattenevo spesso con le giovani mamme mentre giocavano con i loro figli. Me li lasciavano prendere in braccio, avevano fiducia in me! Allora io pensavo: -Visto che non potrò averne, vorrà dire che diventerò insegnante. Così potrò ugualmente stare in mezzo ai bambini e dedicarmi  a loro-.  Ecco perché ho iniziato a studiare per poter insegnare. I miei genitori furono lungimiranti e si impegnarono a darmi un’istruzione, anche se questo significò lasciare la mia famiglia  molto presto e vivere in collegio già all’età di otto anni e mezzo. Dal 1952 infatti, una specifica legge, aveva previsto che i ciechi dovessero assolvere all’obbligo scolastico nelle apposite scuole speciali, impedendo – contrariamente a quanto previsto dalla Riforma Gentile – che essi potessero frequentare, a partire dalla quarta elementare, le scuole comuni.  Furono le suore vincenziane  a prendersi cura di me.  Ricordo che si dava molto spazio alle attività motorie. Camminare, correre, saltare, giocare erano gli esercizi quotidiani necessari per acquisire e mantenere una buona postura.  Appena le mie condizioni di salute lo permisero, iniziai  così  a  frequentare  il primo anno di scuola elementare in una Scuola  Speciale Parificata. L’anno successivo proseguii la mia formazione in una Scuola Speciale Statale dove  terminai le elementari e la scuola di avviamento. All’epoca non c’erano le scuole medie. Per proseguire gli studi dovevo sostenere l’esame di terza media, che prevedeva lo studio del latino e di  tutte le materie  del programma di scuola media. Per un anno sono rimasta a casa a studiare in privato. Poi sostenni l’esame nel mio paese.

Dopodiché mi sono iscritta a Bologna alle Scuole Magistrali. Stiamo parlando degli anni ’60. Risiedevo presso il Convitto  dell’Istituto Francesco Cavazza e frequentavo la scuola.  Ricordo che al mattina  erano gli assistenti del convitto ad accompagnarci a lezione, a piedi o con il pullman. Sono rimasta a Bologna per quattro anni. Dopo il diploma, il mio desiderio restava quello di  specializzarmi  per poter insegnare ai non vedenti  nelle scuole  elementari.

In quel periodo, l’unica scuola di specializzazione si trovava a Roma. Si trattava dell’Istituto Romagnoli, una scuola pilota che comprendeva asilo, elementari e medie, oltre ai  corsi biennali, parauniversitari, per la specializzazione all’insegnamento ai non vedenti. Appena diplomata, non fu possibile iniziare subito a frequentare i corsi per la specializzazione. Così decisi di iniziare a frequentare l’Università a Bologna. Sono riuscita a sostenere soltanto due esami. Tuttavia, mi è stato molto utile per ottenere una borsa di studio che mi ha permesso di sostenere le spese l’anno successivo a Roma, dove ho incontrato colui che è diventato anche mio marito. Io venivo da Bologna, lui da Milano.

TERMINATA LA SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE…

Strumenti didattici utilizzati per l’apprendimento della geometria  (foto dal web)

Terminata la scuola di specializzazione ho iniziato ad insegnare. Fin da principio mi sono trovata a gestire situazioni abbastanza difficili. Il caso particolarmente complesso di una bambina, mia alunna, favorì la collaborazione, in un primo momento a distanza, con il mio futuro marito che aveva conseguito a Milano la specializzazione per l’insegnamento a minorati psichici. Avevo bisogno di consigli e indicazioni per questa bambina. Ci sentivamo spesso telefonicamente. All’epoca lui era assistente presso la scuola di specializzazione dell’Istituto Romagnoli ed era impegnato in un progetto sperimentale di insegnamento ai pluriminorati, voluto da Enrico Ceppi, preside dell’Istituto Romagnoli. Il suo obiettivo era quello di inserire questo insegnamento nella scuola.  Fino a qual momento,  infatti, venivano accettati solo bambini che avevano problemi di vista. Eravamo agli inizi degli anni ’70 , periodo in cui non c’erano insegnanti di sostegno ma scuole speciali e  pochissime  classi speciali per i pluriminorati.

Poi una serie di circostanze veramente singolari hanno fatto si che diventassimo prima colleghi e poi marito e moglie. Intanto l’insegnante con il quale lui collaborava a Roma aveva vinto la Cattedra di Direttore Didattico e decise di aprire una classe per nove  bambini pluriminorati. L’idea fu ben accolta ma non aveva l’insegnante specializzato a cui affidarla. Così chiesero a mio marito di accettare quell’incarico. Il 7 gennaio, al rientro delle vacanze di Natale, lui  prendeva  servizio nella stessa scuola dove intanto anch’io mi ero trasferita. Il mio vecchio maestro delle scuole elementari infatti era andato in pensione.  Feci richiesta di trasferimento per ricoprire quel posto rimasto vacante.  La mia richiesta venne accettata.  A mio marito venne assegnata una classe di pluriminorati, che gestiva da solo. Io insegnavo nella classe accanto.  Tra noi c’era la massima collaborazione. Se un bambino della sua classe faceva progressi veniva accolto nella mia. Da lì la nostra è stata una vita di impegno e condivisione, sia della vita familiare che professionale.

EDUCAZIONE AI QUATTRO SENSI RESIDUI NELLE SCUOLE SPECIALI

Dal punto di vista della metodologia didattica avevamo  molta libertà ma la pratica non era mai abbastanza.

Si trattava di scuole speciali perché bisognava educare il bambino ad utilizzare i sensi residui prima di iniziare a studiare. Dovevano essere  sollecitati a comportarsi in modo normale utilizzando l’udito, l’olfatto e il tatto, dovevano imparare ad usare bene le mani, toccare, riconoscere le cose, a orientarsi con i piedi, toccare con i piedi, camminare eretti e senza allargare le mani per toccare dappertutto, la postura. Più importante delle materie classiche era l’orientamento spazio-temporale. In pratica le lezioni prevedevano delle ore per le materie di una qualsiasi scuola e in più delle ore dedicate all’orientamento spazio temporale.  L’insegnamento per i bambini non vedenti deve essere semplice, di vita pratica  e quando si parla di qualcosa, di un oggetto è fondamentale l’esperienza tattile.

Insieme a mio marito ricordo che passavamo pomeriggi interi a costruire oggetti che utilizzavamo nelle attività didattiche con i miei alunni.  Le attività di sviluppo sensoriale erano necessarie per passare ad insegnare a scrivere con il metodo Braille (tavoletta e punteruolo, dattilobraille) e successivamente con la scrittura a nero e con la dattilografica. L’insegnamento era personalizzato in base ai loro problemi. Mio marito aveva una pluriclasse mista di dieci alunni. A volte coinvolgevamo  anche bambini di altre classi in alcune specifiche attività, per le quali era previsto il cambio di classe.

A PROPOSITO DI SISTEMA SCOLASTICO INCLUSIVO

Il nostro riferimento è stato ed è rimasto nel tempo Augusto Romagnoli, il più grande esponente della tiflopedagogia in Italia.  Il suo percorso professionale ed umano è un esempio per tutti coloro che si accostano alla storia della pedagogia speciale e più precisamente ad una pedagogia della minorazione visiva.

Augusto Romagnoli, nato a Bologna nel 1879, ad appena un anno di vita perde la vista. Nel 1884, Augusto, all’età di cinque anni, entrò all’istituto dei ciechi di Bologna, oggi denominato “F. Cavazza”. Trascorse in istituto gli anni tra il 1884 e il 1896, dedicandosi alle attività che in quel tempo l’istituto offriva: intreccio del vimini, impagliatura delle sedie, studio della musica. Nel 1896 si iscrisse al liceo-ginnasio Galvani di Bologna dove, in tre anni, riportando medie eccellenti e senza mai nascondersi dietro la minorazione, conseguì la licenza. Si laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna, con il massimo dei voti, discutendo una tesi dal titolo Introduzione all’educazione dei ciechi che gli valse il premio “Vittorio Emanuele”. Il lavoro fu pubblicato nel 1944, insieme ai suoi articoli più significativi, nel volume “Pagine vissute di un educatore cieco”. Nel 1911 la regina Margherita gli affida una sperimentazione didattica da realizzarsi presso l’ospizio Margherita. Gli esiti di questa esperienza, iniziata nel 1912, sono riportati nel volume dal titolo Ragazzi Ciechi. Dopo aver vinto un concorso a cattedra ricopre l’incarico di insegnamento a Lanciano, in Abruzzo. Nel 1916 è chiamato a dirigere la Casa di rieducazione per i ciechi di guerra ubicata nella villa Aldobrandini a Roma ed è poi incaricato dal Ministero della Pubblica Istruzione di effettuare un “giro di ispezioni” in tutta Italia, per individuare gli istituti per ciechi che potessero essere trasformati in veri enti di istruzione e di predisporre di strumenti normativi concernenti l’istruzione obbligatoria per i ciechi. Nel 1926 organizza anche la Scuola di metodo per gli educatori ciechi e ne assume la direzione che conserva fino al 1946, anno della morte.

Si tratta della scuola di specializzazione frequentata da me e da mio marito.

Un’altra figura di riferimento importantissima è stata per me il professore Enrico Ceppi, che ha scritto dei bellissimi libri, uno dei quali I Minorati della vista. I suoi libri intendevano riproporre e divulgare il metodo e l’opera di  Augusto Romagnoli che, con la pubblicazione del libro Ragazzi Ciechi (1924) aveva realizzato una sintesi efficacissima di teorizzazione pedagogica e di  elaborazione pratica a supporto della progettualità didattica. Nel Romagnoli, che fu un convinto assertore dell’educazione dei ciechi nelle scuole comuni, è possibile ravvisare i prodromi di quella cultura inclusiva così come è intesa oggi.  A proposito di sistema scolastico inclusivo c’è da dire che  anche quando  sembra di aver fatto tanto per  conseguire  questo obiettivo,  in realtà   si  è  giunti  al solo  punto  dal  quale ricominciare,  perché  quel che  resta da  fare,   è ancora  il più.  Il problema è che lo scopo dell’inserimento è quello di lavorare insieme agli altri ma se in bambino non vedente non è messo realmente in condizione di farlo,  se non ha gli strumenti, se non si lavora sull’orientamento, sulla manualità, tutto  diventa un circolo vizioso. La famiglia non sempre riesce ad intervenire perché non vuole vedere il figlio che soffre.  I bambini soffrono quando sono costretti a fare determinate cose, ma l’insegnante,  sempre con l’amore e l’affetto,  ma anche con determinazione deve far acquisire i giusti comportamenti. Il bambino se ha stima dell’insegnante lo segue e lavora come gli altri.

... E INFINE UN PAIO DI ANEDDOTI

Vi racconto un paio di  aneddoti che hanno  coinvolto me e mio marito.  C’era a scuola un bellissimo bambino che frequentava la scuola da due anni e che doveva essere mandato via perché  gli insegnanti precedenti non erano riusciti a far nulla.  Il Direttore chiamò mio marito per fare un ultimo tentativo e per valutare se era il caso di provare ancora. Lui ricorda il primo contatto con questo bambino, che camminava in continuazione facendo dei giri in tondo e ad ogni domanda rispondeva con la domanda. Non aveva nessuna relazione con gli altri. Il Direttore che assisteva a questo incontro, era ormai convinto che secondo lui era il caso di desistere. E quello fu proprio il motivo che spinse mio marito a provare un nuovo approccio con lui. Fu un lavoro sicuramente duro ma  allo stesso tempo divertente. Il bambino ha cominciato a recepire le cose che gli diceva e pian piano ha imparato a leggere e scrivere anche con la dattilografica, non sbagliava mai. Ha imparato a  relazionarsi con gli altri.  Ha frequentato il corso per centralinisti telefonici e successivamente ha iniziato a lavorare. Per un periodo siamo rimasti in contatto con  lui.  Ci  ha raccontato di essere andato a fare un viaggio negli Stati Uniti con un amico, di andare in giro da solo per la città…. Questo e tanti altri esempi di ragazzi dimostrano il fatto di quanto della capacità dell’uomo, della sua intelligenza. E come dimenticare il mio ricovero d’urgenza in ospedale? Mio marito doveva portarmi dei documenti ma arrivò quando l’orario di entrata era scaduto e non trovava il sistema di poter entrare. Ad un certo punto senti una voce che lo chiamava.. “Maestro !!!!!”  Era un suo ex alunno pluriminorato che lo ha condotto  subito  da me.  Questi ragazzi sarebbero stati tutti reietti dalla società.

Progetto DALLA MATERIA ALLO SPIRITO –  3 dicembre 2022, Visita al Museo archeologico  di Tarquinia  con i soci della Sezione UICI di Viterbo 

NEGLI ANNI NOVANTA CI SIAMO TRASFERITI NELLA TUSCIA

Da lì, la nostra, è stata una vita di impegno e condivisione, sia della vita familiare che professionale. Dopo la chiusura delle scuole speciali, ci hanno mandato a fare gli insegnanti di sostegno nella scuola pubblica. Successivamente, negli anni ’90, quando ci siamo trasferiti nella Tuscia, siamo stati docenti in un corso di specializzazione  per assistenti domiciliari, promosso dalla sezione di Viterbo dell’UICI. Abbiamo seguito diverse famiglie, facendo visite domiciliari, incoraggiando ad uno stile di vita autonomo e propositivo. Tuttavia, non possiamo nasconderci  le difficoltà e le criticità. Pensiamo alle persone che perdono la vista in età adulta. Anche volendo  partecipare ad iniziative e percorsi di autonomia, si trovano paradossalmente  a dover chiedere sempre di essere accompagnati. Senza contare il senso di disorientamento e di solitudine che coinvolge  molte famiglie  che, trovandosi in questa nuova situazione, non sanno come affrontarla.

Proprio da questo punto di vista,  l’Unione Ciechi, con la sue sedi territoriali, può fare molto, anche se, purtroppo le risorse finanziarie e umane sono limitate. Pensiamo per esempio a quanto poco si fa per i ragazzi non vedenti…  Bisognerebbe far conoscere questi ragazzi, farli incontrare, sempre e soprattutto in estate, magari organizzando dei centri dove possano stare un pò di giorni senza genitori. Sarebbe l’ideale organizzare delle colonie. Attualmente non c’è niente. Ci sono dei soggiorni montani organizzati per i non vedenti. Ma sarebbero necessari per i bambini. Attualmente la situazione è difficile. L’assistenza è pressochè nulla. Anche per le persone  che perdono la vista in età adulta c’è ancora molto da fare…

Progetto I COLORI DELLA VITA – Maggio 2023, Visita all’orto Botanico di Viterbo con i soci della Sezione UICI di Viterbo 

Ai giovani professionisti, agli insegnanti di sostegno, ai tiflodidatti, agli educatori, agli accompagnatori, ai volontari del Servizio civile, consigliamo la lettura e l’approfondimento di questa  testimonianza,  raccontata  con l’intelligenza del cuore, attraverso uno stile  autentico ed equilibrato.  Essa vuole essere il primo di una serie di contributi rivolti a tutti coloro che a vario titolo lavorano e/o intendono impegnarsi in  contesti educativi  inclusivi a supporto e a servizio della disabilità visiva.

Risorse dal web