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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA.
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“INSIEME NELL’UMANO E NEL DIVINO”. CENACOLO DI POESIA DI PRAGLIA.
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Nato a Bologna nel 1922, Pier Paolo Pasolini è stato un intellettuale tra i più importanti del Novecento, poeta, scrittore e regista.
Ha sette anni quando scrive i primi versi a Sacile. Frequenta il ginnasio a Reggio Emilia, il liceo a Bologna. Nel 1938 ha come professore di italiano al Liceo Galvani un poeta, Antonio Rinaldi, che legge in classe Rimbaud. Celebre per il suo stile crudo e neorealista, ha raccontato il sottoproletariato urbano (es. Ragazzi di vita) e criticato aspramente la società dei consumi e la borghesia, fino alla sua tragica morte a Ostia nel 1975
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@ QUADERNO N. 34°/ FRA IL PRIVATO E L’UNIVERSALE nel linguaggio poetico di Pierpaolo PASOLINI
Incontro 31.03.2013
testi di Maria Luisa DANIELE TOFFANIN
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Non è riduttivo partire dalla poesia di Pasolini, grande ed ecclettico protagonista del ‘900. Questi dati emotivi ricorrenti nei suoi versi, anche l’uso del dialetto, ci permettono di capire il suo aprirsi successivo, nella maturazione degli anni ’50, a nuove tematiche ed esperienze: la poesia civile che denota la sua volontà di impegno progressista e il suo sentire etico, pur nella contraddizione “tra passione e ideologia”; il romanzo sociale che diviene atto clamoroso di denuncia di una società, la borghesia, indifferente e malata. E la ricerca appassionata della verità, come una pulsione alla purezza per lui che si sentiva impuro, si manifesta ancora in continui contatti culturali, dilatati al gotha della letteratura e della creatività, in opere di saggistica, in lavori teatrali e cinematografici di violenta critica all’alienante civiltà contemporanea. Rivelando doti profetiche che, rilette oggi, sono specchio di una situazione politica, economica, sociale irrisolta. Si stacca così da un privato sofferto, per accogliere in sé il dolore universale come appare anche nella produzione poetica successiva. Solo nella sua dannata solitudine, nel suo ossessionante esistere, ha saputo dialogare con la realtà del suo tempo in una sfida-rabbia violenta aperta contro tutti e tutto, ma ritrovandosi alla fine col rimpianto per la fanciullezza friulana, in un pessimistico ripiegamento nel chiuso ambito del privato, vuoto di qualsiasi certezza ideologica: E non so più, ora quale sia / il problema […] Ogni strada è finita, anche la mia. Doloroso presagio.
E quanto detto è sempre troppo poco per un uomo del suo spessore che, impegnato in una continua sperimentazione sul piano stilistico, ha operato anche linguisticamente una rivoluzione nell’uso del dialetto.
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Vicina agli occhi e ai capelli sciolti
sopra la fronte, tu piccola luce,
distratta arrossi le mie carte.
Adolescente ardevo fino a notte
col tuo smunto chiarore, ed era strano
udire il vento e gl’isolati grilli.
Allora, nelle stanze, smemorati
dormivano i parenti, e mio fratello
oltre un sottile muro era disteso.
Ora dove egli sia tu, rossa luce,
non dici, eppure illumini; e sospira
per le campagne inanimate il grillo;
e mia madre si pettina allo specchio,
usanza antica come la tua luce,
pensando a quel suo figlio senza vita.
…
Mia madre quasi giovinetta, china
sulla Livenza, raccoglie una primula
eretta, estranea…I Mori. Da Sacile,
rintoccano nell’aria tutta pura,
l’ora meridiana…E il fresco peso
della mia camiciola di fanciullo,
la nube indefinita nell’azzurro,
l’odore come un urlo silenzioso,
dei campi impubi…Tutto mi si avventa
col volo della rondine nei sensi,
e qui, snervato sopra l’erba, ancora
di me resta solo il mio cuore vivo.
…
Limpida fontana di Vinchiaredo,
acque modeste, tenerissimi legni,
oggi a vent’anni io vi vedo, vi ascolto,
nel vecchio fermento indifferente.
Ai miei piedi, dal prato basso, l’acqua
rampolla, e lenta vola; e, ininterrotta,
ricompone il suo canto più lontano.
Per me quell’onda canta: ma precluso
alla sua interna gioia e al fresco riso,
mi tormento a guardarla, ed ecco, scopro
celesti giovinette, antichi giuochi,
e corse, voci…Ah certo non è questo
che si cela, vicino, in spazii ignoti
e ricanta impassibile in quell’acqua.
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Dal Diario 1945/1947 inserito nei Diari 1943/1953, Meridiani, Mondadori, Milano, 2003
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Le tre poesie, tratte “Dal Diario”, 1945/1947, inserito nei Diari 1943/1953, sono espressioni della liricità pasoliniana resa in quel periodo nel duplice registro dialettale linguistico. Di queste opere lo stesso Pasolini scrive “Quello che desidero è inserire la mia voce naturale (quella di me che si sente imperfetto, incerto; e che pure mi considero così unico e infinito) una voce letteraria riccamente sebbene febbrilmente estesa negli endecasillabi di tutta la tradizione da Petrarca a Leopardi a Mallarmé”.
Le liriche rivivono l’indistinto e favoloso mondo dell’infanzia, confuso nel suono dei grilli, voli di rondini, acque di fontane, voci giovani di giochi, atmosfere domestiche, mondo percorso dalla successiva conoscenza della morte e dalla coscienza della propria inquietudine sottesa in versi segreti. Le tre poesie sono caratterizzate quindi, nella diversità degli spazi (la prima un interno, la seconda una riva del Livenza, la terza una fontana di paese), da situazioni ambientali e naturalistiche, quali la luce della candela, la freschezza dell’ aria, il canto dell’acqua, che si trasformano, in un crescendo interiore, in un mondo quasi felice, ma nella sequenza finale si incupiscono per la morte del fratello Guido (I), per un odore di vita corrosa (II), per la malinconia disperante di chi si sente precluso dalla natura stessa alla sua interna gioia e al fresco riso. E la fontana quasi impassibile ricanta in quell’acqua la sua sorte-ossessione-destino d’esistere così (III). E così l’amore per la vita si scompone nell’impossibilità-incapacità di viverla pienamente. Il tutto è reso attraverso particolari atmosfere, (forse influenzate dalla sua frequentazione di Pascoli, argomento della sua tesi?) in cui effetti luminosi intensi (vedi prima lirica) creati dalla candela sul volto, i capelli del poeta adolescente e sulle sue carte, ed effetti sonori percepiti o intuiti quali la voce del vento e dei grilli, le presenze-respiri dei parenti smemorati nel sonno e del fratello, rievocano il mondo dell’infanzia, la casa di Casarsa, un tempo innocente. Ma nel segmento lirico seguente, in un habitat apparentemente uguale per luce e suoni, gesti antichi abituali ( il pettinarsi allo specchio della madre), il poeta esprime attraverso il pensiero materno il dolore per l’Assenza di Guido partigiano in montagna. La candela, i grilli, lo specchio sembrano umanizzarsi sospirando senza risposte sul dove sia il suo corpo senza vita.
Delle altre due liriche riporto solo alcuni momenti: la figura delle madre, simile a una giovinetta, china sulla riva del fiume a raccogliere una primula eretta estranea mentre dalle porte di Sacile i Mori battono le ore in un’aria azzurra e fresca come lui ancora fanciullo; la limpida fontana di Vinchiaredo con l’acqua che rampolla e lenta vola, e ricompone il suo canto più lontano. Il tutto è reso con grafia delicata, gentile, pura perché la poesia è vita a Casarsa e ha il linguaggio dell’innocenza prima, anche se poi diviene inquieta, inquietante espressione della sua anima. Una grafia, in verità che meriterebbe maggior attenzione per la valenza di ogni parola nel contesto..
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@ QUADERNO N. 36° /PUREZZA NELLA LETTURA DEL VANGELO
Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini.
Incontro – 25 giugno 2013
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Nelle celebrazioni di Pasolini per il centenario della sua nascita, traggo dal Quaderno di Praglia n. 36 alcune note critiche sul film “Il Vangelo secondo Matteo” la cui visione è stata condivisa col Cenacolo di Poesia di Praglia Insieme nel! ‘Umano e nel Divino promosso dall’abate Norberto Villa e dalla scrivente. Lo riporto così, pur attualizzato in qualche punto, come omaggio alla poliedrica figura di Pasolini, pietra miliare della cultura del Novecento, antesignano nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi, rabdomante inquieto della verità dilatata dal personale all’universale in una volontà di rinnovo quale energia vitale di tutta la sua produzione.
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Riccardo SANNA, Sotto la stessa croce. Chia – Matera. (cm 50 x 60) anno 2025
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Note varie, sparse e con fuse mi emergono ora dalla visione lontana del film “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini. Nella rivisitazione integrale del Vangelo, subito colpisce l’interpretazione proposta dal regista, della figura di Gesù: severa, uomo più che Dio, predicatore di un verbo riprodotto con autenticità, rispetto, come la prima voce di un mondo arcaico paleocristiano qui presentalo con austero rigore in ogni dettaglio storico, fìsico, espressivo. Opera denigrata ed insieme esaltata dalla critica. In vero immediatamente ti catturano i particolari accorgimenti stilistici adottati dalla sensibilità dell ‘autore. Infatti nella recitazione risuonano rare parole: sono gli occhi che dicono, colti in continui primi piani. Occhi profondi, espressivi di volti sconosciuti: gente del popolo, perfino amici nella cultura, la madre stessa di Pier Paolo, interprete di Maria anziana. Occhi, i suoi, dallo sguardo intenso che esprime lo straziante dolore materno per l’atroce morte del figlio e quindi rappresenta i dolori di tutte le madri, di tutte le donne tradite, attualizzando il discorso, violate e offese nel corpo e nell ‘anima come ora nella terra ucraina. Occhi altri che esprimono ingenuità, stupore autentici di fronte al mistero. Parla pure il paesaggio scabro di Matera o di altri centri della Basilicata, opportunamente scelti dall ‘autore per ambientare la sua opera, in una sintonia perfetta con il tutto. E uno sfondo che si sfuma, si dilata, acquista, almeno al mio sentire, toni vari d’ocra, creando un senso di spazio-tempo primordiale. Parla pure il bianco e nero, usato dal regista, che esalta l’essenzialità degli elementi e permette allo spettatore di concentrarsi appunto sulle suggestioni emanate dai comportamenti, dai gesti, da quei volli quasi maschere tragiche, stereotipi della condizione umana di sofferenza degli umili di allora e di sempre. Sintesi, specchio di sentimenti eterni, verità-forza del messaggio evangelico pasolinianamente rivolto agli umili in un sogno sociale di riscatto: forse in una sottesa rivalsa contro il muoversi della chiesa del tempo? Una lettura quindi del Vangelo nella sua purezza originale, senza effetti speciali, ma basala su una comunicazione scarna, raffinata attraverso quelle particolari suggestioni già citate che suggeriscono continue emozioni sull ‘umana, e per noi divina, esperienza di Gesù, forti, capaci di provocare e commuovere profondamente.
Perché in questa narrazione filmica c’è davvero qualcos’altro: c’è del divino e me lo conferma lo stesso Pasoliniin una discussione del 1964: la mia lettura del Vangelo non poteva che essere la lettura di un marxista ma contemporaneamente – ecco perché qui non posso dire né si né no – contemporaneamente serpeggiava in me questo fascino dell’irrazionale, del divino, che domina tutto il Vangelo. Tutto il Vangelo è dominato da questo senso di qualcos’altro, che io come marxista non le posso spiegare e nemmeno lei può spiegare.
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A questo suo dire facilmente associo la nota illuminata di ArunaVasuded:
Ma il vero successo di questo capolavoro è dovuto alla scelta di Pasolini di affidare il ruolo di Cristo a un giovane studente di letteratura spagnola, Enrique Irazoqui.
Nel miracolo dei pani e dei pesci, quando Cristo moltiplica cinque pagnotte e due pesci in una quantità inesauribile per una moltitudine di persone, egli chiede ai suoi seguaci di attraversare in barca un canale, dicendo loro che li raggiungerà dall’altra parte. Durante il trasbordo, i fedeli vedono uno spettro lontano che si avvicina a loro sull’acqua. Cala il silenzio, il vento svanisce, l’acqua cessa il suo sciabordio, mentre su di essa giocano baluginii luminosi. E si vede Cristo compiere un altro miracolo. La nuda bellezza del campo lungo sulla sagoma di Cristo che cammina sulle acque è rivelatrice. Non solo perché è in grado di rivaleggiare con gli effetti speciali in digitale di qualsiasi film contemporaneo, ma anche perché attira l’attenzione su se stessa all’interno di un’opera il cui approccio, altrimenti, è interamente Neorealistico. Si tratta di un momento sublime
È questa la grande magia dell’arte che sa mettere a nudo con onestà la verità altra che va oltre…
E qui si può ben concludere queste mie note sparse, con la sintesi, valido contributo di Giovanni Volpi.’ “Pasolini compie qui una lettura integrale del Vangelo di Matteo che ambienta tra i sassi di Molerà che gli permettono, dice, una trasposizione non archeologica del mondo antico nel mondo moderno. Nel Vangelo Pasolini traspone, con sanguinante sincerità e un vissuto senso del sacro, i propri “maligni, cocenti, inafferrabili elementi religiosi”. E lo fa sul filo di una visione paleocristiana che nega ogni fiducia alla Chiesa-Istituzione, recuperando invece valori che sono parte di altre ideologie, prima fra tutte il marxismo. La sua è una religione che vuole parlare ai poveri del mondo, e in essa si fondono passione e ideologia: da cineasta la cui grandezza non è separabile dalle sue idee.
La sua poesia è appunto, alla lettera, vitale e scandaloso messaggio. Il suo Cristo eremita è un violento predicatore di una verità radicale, la sua parola, rigorosamente filologica, s ’incarna nella lingua scritta della realtà (è anche il titolo di un suo “saggio eretico”). Il sacro, nella sua inattualità, si fa linguaggio attivo, crudo, ma pure, pasolinianamente, di un originale e colto sincretismo di figurazioni che cerca tra la gente reale il tipo originario rispondente al modello pittorico. Detto in altri termini, moraviani, in Pasolini la realtà si manifesta come cultura. E nel Vangelo produce quel narrare “epico nella povertà e sontuoso nella semplicità ” che impressiona ’’.
E si può cosi attestare che il sacro, nella sua valenza, abita gli anfratti più segreti di ogni anima, allora che l’onestà intellettuale ti permette di riconoscerlo. Docet anche Andrea da Soligo. Ma c’è in quest’ora greve del marzo 2022, chi dissacra brutalmente la vita frantumando ogni senso del sacro. Ma come finale conforto e consolazione ascoltiamo le musiche classiche di Bach, Mozart…, la suggestiva forza dello spiritual e di altri coinvolgenti generi musicali che si diffondono nell’atmosfera cruda del paesaggio, forse accompagnando emotivamente i passaggi più significativi della narrazione filmica. Quasi un modo altro per segnare i volti, i gesti dei protagonisti in una compartecipazione intima al messaggio evangelico, all’umano dolore. E ancora qui il discorso può allargarsi all’infinito come accade ai grandi capolavori che così acquistano il sigillo della bellezza e dell’eternità dell’arte.
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@ CHIEDIAMO SCUSA DI ESISTERE
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Il 6 novembre 1975, nella chiesa di Santa Croce a Casarsa della Delizia venivano celebrati i funerali di Pier Paolo Pasolini.
Ad accoglierlo, nel cuore dell’umile Friuli, un altro poeta friulano, David Maria Turoldo che, come già ricordato, dedicava un dolce e doloroso scritto alla madre di Pasolini, Susanna Colussi.
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Cercherò di dire quello che posso e meglio che posso. Sono un sacerdote e sono venuto come sacerdote ad accompagnare all’ultima dimora l’amico e fratello Pier Paolo. Vi leggerò i pensieri che ho avuto subito dopo aver avuto notizia della sua morte. È alla mamma che mi rivolgevo e che mi rivolgo. È un documento che non ho potuto pubblicare, perciò ve lo leggo qui, nel posto, forse più adatto. Mamma, è a te che scrivo con tono sommesso e senza rancore. Potrei lasciare libero sfogo all’odio e alla maledizione, ma a che serve? Oggi non serve neppure lo sdegno e il furore. C’è troppa violenza su Roma. Non c’è un fîore più che sbocci in questa periferia romana, e non un alito di vento che ne spanda il profumo; non un fanciullo con la faccia pura; non un prete che preghi… E le messe in piazza S. Pietro servono a poco, né convincono molti a credere che sia questo davvero un anno santo, e che Roma è la città di Dio, secondo la parola del cardinale… C’è solo gente ingrumata e torva, gente che urla dalle baracche; oppure gioventù che pensa a strappare e a uccidere, caricando la ragazza morta nel bagagliaio, e l’altra viva appena, per poter raccontare come “finalmente ce l’hanno fatta” ad ammazzare. Mamma, ti parlo per lui, che ora ha la bocca piena di sabbia e polvere, e non ti può chiamare: ma ha tanto bisogno di te, mamma; come l’ha sempre avuto lungo tutta la sua martoriata vita: una vita di povero friulano, solo, senza patria e senza pace. Eri tu la vera sua patria, il luogo della sua pace, il solo asilo sicuro. Lui così timido, fino al punto di aver paura di ogni cosa, per cui era diventato tanto spavaldo. Tu che riassestavi per lui e per noi tutta quella nostra terra, e la gente umile di cui si sentiva amico e fratello, e il suo paese è la nostra storia di popolo “passato attraverso la lunga tribolazione “. Tu, che eri per lui la sua vera chiesa, il segno di una fede magari bestemmiata ma mai tradita nel profondo della sua passione. Tu, che sei stata la sua madre addolorata sotto la croce, immagine di una umanità che ancora, dalle nostre parti e nei paesi più poveri del inondo, continua a piangere su qualche figlio ucciso, su qualche innocente crocifisso. Mamma, vorrei dirti ora di tornare a casa, di lasciare questa maledetta capitale; di fuggirtene anche a piedi, vestita a nero come sei arrivata, col fazzoletto nero annodato al collo e che ti scende dietro sulle spalle; con la lunga sottana nera, come tutte le donne antiche del nostro Friuli antico, simili appunto a Madonne sul Calvario. Torna come una pellegrina a ritroso, verso paesi certo più miti e più cristiani. Ritorna, riaccompagnandolo in quella terra che non ha mai potuto dimenticare. Per quello era cosi gentile, appunto perché umile come umile è il suo Friuli. E tutti lo devono dire che era così buono, fino al tormento, fino a distruggersi con le sue mani. Ed era così bisognoso di amicizia, come appunto è il mio Friuli, così solo. E gridava ai quattro venti le sue contraddizioni e i suoi peccati, come un russo che ha bisogno di martoriarsi: noi abbiamo anche questi sconfinamenti nella nostra natura. E poi chiediamo scusa di esistere… Era come il minatore in esilio, il carpentiere e il manovale, insonne e ramingo. E tu ora immagina che sia successo appena una disgrazia sul lavoro, quasi fosse caduto da una impalcatura; e tu come madre di un emigrante, ora lo riaccompagni al piccolo cimitero del paese. Così avendo finito il tuo compito di angelo protettore di un figlio tanto fortunato e sfortunato insieme; un figlio divorato dalla stessa vita che tu gli hai dato: una vita rovinata dalla troppa umanità. Là c’è suo padre, ora in pace nella morte, e c’è l’altro figlio ucciso pure lui per la nostra liberazione, e ci sono gli altri morti; e ci sono gli amici ancora vivi, tutta una gente di cui ti puoi fidare; una gente che non viene a disturbarti, ma che ti è vicina; che patisce con te in silenzio, senza darti nemmeno l’aria di patire. Perché, anzi, ti canterà le villotte della gioia, quella che Pier Paolo aveva cantato e composto, giovanissimo, come sua prima e più viva poesia. Perché noi siamo un popolo che canta, anche quando ha da piangere. È questa la nostra natura migliore, come era quella di tuo figlio, vero grande poeta del popolo, voce dei poveri! Perché, per noi, tutto il resto è “segnato”, è il destino. Noi crediamo veramente nel destino! I verbi dei nostri canti sono: “Squegni “, “mi toce “, “è dovere”. Mamma, ricordi? Così ripeteremo la preghiera che un giorno, nel “Stroligut 2 di Cjasarsa” fin dal 1944, proprio questo tuo figlio, così maledetto e così buono, aveva scritto per noi, presi dentro la furia della guerra e della morte: “Crist, pietàt dal nustri paìs. No par fani pi siors di che ch’i sin. No par mandàni ploja. No par mandàni soreli. Patì cialt e freit e dutis li’ tempiestis dal seil, al è il nustri distìn…”. Cristo, pietà per il nostro paese. Non per farci più ricchi di quel che siamo. Non per mandarci la pioggia. Non per mandarci il sole. Patire il caldo e il freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino. Lo sappiamo! Quante volte in questa nostra piccola chiesa di Santa Croce, noi ti abbiamo cantato le litanie, perché tu avessi pietà della nostra terra! Ma ora ci accorgiamo di averti pregato per nulla; ora ci accorgiamo che tu sei troppo più in alto e della nostra pioggia e del nostro sole e delle nostre brine. Oggi è la morte che ci gira intorno! Ma da dove viene questa morte? Da dove… ?.
In fondo il tuo Pier Paolo, mamma, ha sempre vissuto con la morte dentro, se l’è portata in giro per il mondo lui stesso come suo fardello di emigrante, come suo carico fatale. Ed ora che l’ha raggiunta, è bene che ritorni anche lui a casa. Meglio che il silenzio scenda su quella notte. Quella tua morte del due novembre, Pier Paolo: pareva di sentire i morti morti un’altra volta, i miei morti morti ancora, tuo fratello ucciso ancora; pareva di masticare cenere di morti e .fango tra i denti; pareva che la morte spuntasse ad ogni angolo: Roma era tutta sporca…E tu che portavi sull’intero tuo corpo i segni di un orrendo e assurdo “ecce homo” contrapposto a Cristo… tu finito nella gehenna come il più repellente rifiuto della santa capitale. Ma tu non avevi colpa, tu gridavi la colpa nel tuo corpo di linciato, come figlio della stessa colpa; tu, prima, incarnazione impazzita della grandezza e miseria e ora simbolo della morte ormai dissacrata per sempre. Papa Giovanni e tu, ecco i due estremi di morire…Da ricordare l’orgia di inchiostri di tutti i colori in quei giorni; e il livore e la bava della gente “più pura”. No, meglio non dire più nulla. Dato che non siamo più capaci di un minimo gesto di pietà. E questo mi fa veramente paura: di quanto sia capace di odio e di furore distruttivo (di furor mortis) un uomo di religione; di quanto sadismo egli sia fonte come nessun altro. Ma forse la ragione è proprio questa: che è un uomo di religione, non un uomo di fede, non uomo di vangelo. Come la mettiamo in questo caso? Perché pare che la moltitudine dei “praticanti” sia scatenata.
David Maria Turoldo
L’orazione funebre venne poi inserita con il titolo Chiediamo scusa di esistere nel volume Pasolini in Friuli, ed. Corriere del Friuli in coll. con il Comune di Casarsa della Delizia, Arti Grafiche Friulane, Udine 1976, pp. 67-70)
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Le opere sono state donate dall’artista Riccardo SANNA al CENTRO STUDI PIER PAOLO PASOLINI a Casarsa della Delizia (PN)
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