Laboratorio di poesia a cura di Giuseppe Bellucci
Laboratorio di poesia a cura di Giuseppe Bellucci
.
MODULO 1/ Brevi note sulla storia dell’ottava rima (maggio 2021)
.
L’amore per questo genere di poesia è una “malattia” ereditaria con la quale ho convissuto fin dalla nascita perché mio padre ne era un appassionato. In casa oltre ai miei testi scolastici c’erano i poemi cavallereschi scritti in ottava: l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, il Morgante Maggiore, ma anche il Canzoniere del Petrarca, la Divina Commedia e i Paladini di Francia. Nella mia infanzia non esistevano le molteplici possibilità di svago come adesso per cui la sera, senza televisione, senza radio, l’unica possibilità di impegnare il tempo che precedeva l’andare a dormire, era quella di leggere qualcosa. E mio padre lo faceva volentieri, a mezza voce, soffermandosi sulle strofe degli episodi più esaltanti, quando dell’uno e quando dell’altro, così che non mi era difficile memorizzare nomi e circostanze della narrazione.

Crescendo, sentivo la cultura dell’ottava rima andare a braccetto con la mia propensione all’ars poetica. Era inevitabile quindi che le mie poesie risentissero di questo stile. Una tecnica che in questo nostro tempo non gode più i favori di una volta. Un vero peccato per uno stile che è giunto fino a noi ininterrottamente da secoli. Il perché della crisi è senz’altro da attribuire alla trasformazione della società, da contadina a industriale che ne ha accantonato l’importanza restringendo, fin quasi ad annullarla, la sua diffusione. Per rimediare a questa lacuna culturale, credo sia importante conoscere da vicino questa strofa di otto versi endecasillabi.
La sua decadenza, in territorio viterbese, trova un riferimento preciso nel periodo immediatamente successivo al 1960. È in quella fase infatti che il benessere economico scosse dalle fondamenta una società da sempre pastoral-contadina, trasformandola, nel volgere di appena tre-quattro anni, in salariale. Si assistette ad una modificazione così profonda da creare una frattura insanabile col passato i cui riflessi coinvolsero pure la cultura in generale e, con essa, quella dell’ottava rima. Poiché si apprezza ciò che si conosce, è utile allora, seppur sommariamente, valutare questa forma di poesia, dalla sua nascita alla divulgazione, al valore culturale, alla decadenza e, speriamo, ripartenza.
.
Un pò di storia… Venuto meno il potere centrale del Sacro Romano Impero alla morte di Carlo Magno, si assistette allo smembramento del suo vastissimo territorio in feudi, dando origine, poco prima dell’anno 1000, al fenomeno del feudalesimo durante il quale i nobili assunsero, in base all’importanza amministrativa, la denominazione di Vassalli, Valvassori e Valvassini.
Il frazionamento dell’Impero comportò non solo la perdita di una certa prosperità ma anche una diffusa insicurezza sociale, tale da indurre i feudatari a vivere in dimore fortificate cosicché, al di fuori dell’agglomerato urbano addossato alla dimora signorile, regnava sovrana l’incuria là dove prima abbondava l’antropizzazione.
I tempi in cui le legioni romane marciavano trionfanti e prestigiose su quelle strade che avevano fatto di Roma la “caput mundi”erano ormai lontani. Ora erano percorse da una umanità eterogenea: pellegrini, girovaghi, soldati, bracconieri, ladri, prostitute, avventurieri e, non ultimi, anche menestrelli e trovatori che si spostavano di castello in castello per allietare la vita grigia che si svolgeva all’interno di quelle mura austere.
Accompagnandosi con il liuto essi improvvisavano, cantandole, narrazioni poetiche. Si ebbero così i cosiddetti cantari, componimenti in rima di argomento epico o cavalleresco che, essendo estemporanei, non lasciarono alcuna documentazione sui contenuti né sugli autori. Solo trecento anni dopo fu possibile conoscere il nome di un compositore in ottava: Giovanni Boccaccio. Avendo lasciato per primo la firma su un componimento in tale metrica, il “Filostrato” che scrisse a Napoli nel 1335, è considerato il padre di questo genere narrativo.
.
Nella struttura della poesia in rima identifichiamo:
la metrica che ne determina il ritmo e ne fa assumere la denominazione in terzina, quartina, sestina, ottava.
Il ritmo, ovvero la successione di accenti con cadenza periodica
La rima, cioè la rispondenza tra due parole che pur avendo significato diverso, hanno lo stesso suono nella vocale accentata alla fine del verso. Si ottiene così la rima baciata, alternata o incatenata
Il verso, che corrisponde all’incirca ad un rigo ed è l’unità base della metrica.
La lunghezza del verso incide sul ritmo che risulta essere più lento nei versi lunghi, più veloce in quelli corti.
Le donne i cavallier l’arme gli amori
le cortesie l’audaci imprese io canto … ( L. Ariosto) = ritmo lento
Ei fu. Siccome immobile
dato il mortal sospiro … (A. Manzoni) = ritmo veloce

Ciò che distingue e aggiunge un elemento in più all’ottava, è il melisma che, dal greco melos (aria, melodia), consiste in un suono vocale con il quale il cantore carica un gruppo di note su una sola sillaba creando una ornamentazione melodica. Questo distendere la voce su una sola sillaba non è casuale. Esso infatti ha una duplice funzione: virtuosistica e temporeggiatrice. Mentre offre un saggio della bravura canora, l’improvvisatore approfitta di quegli attimi di espansione della voce per aggiustare la rima al verso successivo.
Tale modalità di canto, presente ancora ai giorni nostri, risale alla seconda metà del ’600, quando Claudio Saracini, un liutaio senese, compose un’aria per quattro versi ripetuta due volte.
Da che se ne conosce l’esistenza, questo genere di poesia, è arrivato ininterrottamente fino ai giorni nostri. Era nato dal popolo e il popolo lo ha custodito e coltivato diffondendolo capillarmente. La vasta notorietà di cui ha sempre goduto è dovuta non solo alla sua forma metrica che ben si presta a una descrizione compiuta o ad esprimere pienamente un’idea, un concetto, ma anche al fatto che può essere adottata e diffusa pure dagli analfabeti. Gli ultimi due versi a rima baciata consentono poi di dare una chiusura al discorso. Inoltre, il fatto che le ottave possono essere cantate, favorisce l’emulazione, aiuta la memorizzazione e conseguentemente l’improvvisazione. Ben presto si assistette ad una vastissima diffusione che interessò i territori dell’Italia centrale comprendenti l’alto Lazio, la Toscana, parte dell’Umbria e, per importazione, parte delle Marche.
Non è da credere che poiché dal popolo era nata e coltivata, l’ottava fosse una poesia di scarso valore letterario, perché specialmente alla corte di Lorenzo il Magnifico erano accolti e incoraggiati anche i poeti di ottava rima. Ecco allora la presenza di Luigi Pulci con il Morgante Maggiore o Matteo Maria Boiardo con l’Orlando Innamorato, ma saranno Ludovico Ariosto con l’Orlando Furioso e successivamente Torquato Tasso con la Gerusalemme Liberata che sublimeranno l’ottava in tutte le sue potenzialità compositive. Tra il ’500 e il ’600, essa si diffuse anche fuori d’Italia tanto da costituire punto di riferimento per la narrativa europea. Alla fine del XVII secolo si costituì l’Accademia dell’Arcadia che si proponeva di restaurare il buon gusto nella poesia italiana perpetuando così l’ottava “colta”. In essa un nome di punta fu Pietro Trapassi, in arte Metastasio, il quale a soli 16 anni aveva lasciato esterrefatto G. Battista Vico alla cui presenza aveva improvvisato ben 40 ottave; strofe che non lasciarono indifferenti nemmeno il mondo femminile. A Maddalena Morelli, in arte Corilla Olimpica, il destino riservò, grazie alla fama delle sue composizioni, di essere ospitata dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Alla corte Granducale di Toscana invece si distinse Teresa Bendettini.

Alla fine del XVII secolo si costituì l’accademia dell’Arcadia che si proponeva di restaurare il buon gusto nella poesia italiana perpetuando così l’ottava “colta”.
Col passare del tempo però i grandi nomi si rarefacevano. Dobbiamo arrivare all’800 per trovarne ancora uno di spicco in Tommaso Sgricci, tanto vituperato per la sua dissolutezza quanto acclamato per la sua bravura come improvvisatore. Trascorse quasi tutta la sua vita in tournée all’estero. Altro nome di rilievo fu il medico Luigi Cicconi che dopo aver ascoltato lo Sgricci a teatro, scoprì la propria vena compositiva tanto che, come folgorato sulla via di Damasco, da allora girò per i vari teatri d’Italia con le sue performance mietendo successi. Sempre di quel periodo è l’astro nascente di Giannina Milli che lo stesso Manzoni volle conoscere. Ormai però, la cosiddetta poesia colta si andava sempre più impoverendo di grandi autori per cui è il caso di dire che dalle corti era passata ai cortili. In quei cortili nei quali invece la sua popolarità non diminuiva affatto, anzi prosperava più viva che mai. Cantata nelle campagne o negli ovili, fungeva persino di ristoro dalle fatiche della giornata. Rappresentava un momento di svago in una vita che di svaghi non ne aveva affatto. Ben lo sapeva Beatrice Bugelli, la pastora analfabeta di Pian degli Ontani (PT) la quale venne scoperta nientemeno che da Niccolò Tommaseo.
In ogni tempo ci sono stati migliaia di improvvisatori, ma di essi non rimane traccia che di qualcuno sia perché l’ottava improvvisata è estremamente effimera; nasce e muore infatti nello spazio di un minuto, sia perché tantissimi autori erano analfabeti e comunque anche la bravura degli improvvisatori scolarizzati non poteva essere documentata per mancanza di mezzi idonei alla registrazione. Della citata Beatrice Bugelli, nessuno ne avrebbe sentito parlare se il suo talento non fosse giunto all’orecchio di Niccolò Tommaseo che, per conoscerla, si recò sulle montagne pistoiesi dov’essa pasceva le pecore. Rimase così impressionato dalla facilità delle sue improvvisazioni che ne lasciò traccia nei suoi scritti. Ulteriori letterati seguirono l’esempio del Tommaseo come Giusti, Pascoli, D’Azeglio, recandosi da questa poetessa.
Vi furono poeti scarsamente acculturati, ma coscienti del proprio valore, che non esitarono a pubblicizzare la loro condizione come l’orvietano Angelo Albani che sul frontespizio della sua opera: “Innamoramento di due fedelissimi amanti, Paris e Vienna”, volumetto che ho avuto la fortuna e il piacere di leggere, si autodefiniva “pastor poeta”. Ma la storia che ebbe la più grande divulgazione fu “Pia de’ Tolomei”, dello “illetterato” Giuseppe Moroni detto il Niccheri. Un’opera che dapprima fu stampata su foglietti volanti dalla casa editrice Salani di Firenze, specializzata in questo settore, successivamente raccolta in volume. Questa triste storia della moglie di Nello della Pietra, già cantata da Dante, era conosciutissima dai nostri contadini, molti dei quali l’avevano memorizzata!
E così, durante i lavori come la mietitura, la falciatura, la vendemmia, che richiedevano decine di braccia da lavoro, si alzava spesso il canto iniziatore di qualcuno con “Negli anni che de’ Guelfi e Ghibellini / repubblica a quei tempi costumava …”, al quale rispondeva un altro seguitando le strofe cosicché, per emulazione, assai spesso sui luoghi di lavoro era un susseguir di canti che facilitavano la memorizzazione dell’opera, aumentando l’interesse per l’ottava rima. Non ultimo fornivano anche l’occasione di scoprire nuovi talenti improvvisatori.

In ogni tempo ci sono stati migliaia di improvvisatori, ma di essi non rimane traccia che di qualcuno sia perché l’ottava improvvisata è estremamente effimera; nasce e muore infatti nello spazio di un minuto, sia perché tantissimi autori erano analfabeti e comunque anche la bravura degli improvvisatori scolarizzati non poteva essere documentata per mancanza di mezzi idonei alla registrazione. Della citata Beatrice Bugelli, nessuno ne avrebbe sentito parlare se il suo talento non fosse giunto all’orecchio di Niccolò Tommaseo che, per conoscerla, si recò sulle montagne pistoiesi dov’essa pasceva le pecore. Rimase così impressionato dalla facilità delle sue improvvisazioni che ne lasciò traccia nei suoi scritti. Ulteriori letterati seguirono l’esempio del Tommaseo come Giusti, Pascoli, D’Azeglio, recandosi da questa poetessa.
Vi furono poeti scarsamente acculturati, ma coscienti del proprio valore, che non esitarono a pubblicizzare la loro condizione come l’orvietano Angelo Albani che sul frontespizio della sua opera: “Innamoramento di due fedelissimi amanti, Paris e Vienna”, volumetto che ho avuto la fortuna e il piacere di leggere, si autodefiniva “pastor poeta”. Ma la storia che ebbe la più grande divulgazione fu “Pia de’ Tolomei”, dello “illetterato” Giuseppe Moroni detto il Niccheri. Un’opera che dapprima fu stampata su foglietti volanti dalla casa editrice Salani di Firenze, specializzata in questo settore, successivamente raccolta in volume. Questa triste storia della moglie di Nello della Pietra, già cantata da Dante, era conosciutissima dai nostri contadini, molti dei quali l’avevano memorizzata!
E così, durante i lavori come la mietitura, la falciatura, la vendemmia, che richiedevano decine di braccia da lavoro, si alzava spesso il canto iniziatore di qualcuno con “Negli anni che de’ Guelfi e Ghibellini / repubblica a quei tempi costumava …”, al quale rispondeva un altro seguitando le strofe cosicché, per emulazione, assai spesso sui luoghi di lavoro era un susseguir di canti che facilitavano la memorizzazione dell’opera, aumentando l’interesse per l’ottava rima. Non ultimo fornivano anche l’occasione di scoprire nuovi talenti improvvisatori.
I ricordi della mia infanzia restano ancorati ad un mondo immutato da secoli. Un mondo nel quale casalinghe, operai, artigiani, contadini, si sentivano spesso cantare o fischiettare negli angusti vicoli di paese, mentre sceglievano la ginestra, sfogliavano il granturco, eseguivano riparazioni domestiche, pulivano le strade. Era un’epoca in cui il sostentamento familiare proveniva direttamente dall’agricoltura e dall’allevamento. La forza lavoro era tutta nei quadrupedi e nelle braccia di pastori e contadini. Da tempo immemorabile la mietitura si svolgeva a mano, come pure la semina, su e giù per il campo precedentemente arato con l’aiuto di buoi, asini o cavalli. I prodotti agricoli raggiungevano le abitazioni sui carretti e le stalle non di rado erano nel centro abitato. Fino alle soglie degli anni ’60 le campagne erano altamente antropizzate. Le giornate lavorative erano lunghissime, dall’alba al tramonto o da buio a buio come accadeva nella stagione autunnale. La vita contadina non si fermava mai. Non di rado chi rientrava tardi s’incrociava con chi partiva presto.

Ma, mentre i campi coltivati erano quelli più prossimi al paese e perciò i contadini potevano farvi la spola ogni giorno, non così era per gli allevatori, pecorai, mandriani o porcari che fossero. I terreni adibiti a pascolo erano quelli più distanti, anche alcuni chilometri per cui, sia la distanza che la cura del bestiame, imponevano un vero e proprio ritiro campagnolo. Erano quelle le campagne, tra le due guerre, nelle quali la cultura era affidata alle scuole serali peraltro scarsamente frequentate. La limitata edilizia agricola era visibile solo nei terreni dei “signori”, leggasi grandi proprietari terrieri. (la riforma agraria prenderà avvio ben oltre gli anni ’50).
I ricoveri per uomini e attrezzature erano le capanne. Rifugi più o meno solidi costruiti utilizzando la vegetazione del posto. Dotate di due ingressi contrapposti, uno a levante e l’altro a ponente per mantenere costante il livello di luce all’interno, avevano una base cilindrica con sopraelevazione conica. La loro costruzione richiedeva perizia e conoscenza dell’orientamento. Al centro, internamente, vi era il focolare fatto di poche ruvide pietre per delimitare sul nudo terreno il perimetro alla fiamma viva mentre il resto era suddiviso in due emisferi: uno per la notte dove erano sistemate le rapazzole, letti assai rudimentali fissati al terreno e ancorati all’armatura della capanna aventi come materasso un grande sacco pieno di fogliame, e l’altro, sul lato opposto, era riservato alla conservazione degli attrezzi per i derivati del latte e quelli per la cucina degli occupanti. Quella che si conduceva fino alla soglia del boom economico degli anni ’60, era una vita grama poco oltre la sopravvivenza, che non consentiva certo di indugiare su giornali e riviste per aggiornamenti culturali.
L’unico conforto alla solitudine quotidiana, l’unica compagnia per quegli uomini rudi, costretti alla emarginazione sociale per guadagnarsi il pane, era rappresentata da qualche libro custodito gelosamente per il costo e la non facile reperibilità in questi nostri piccoli agglomerati urbani. Essi, i pastori, porcari, mandriani, se lo passavano di mano in mano fino a diventare usurato nelle pagine più interessanti.
E quali libri se non quelli cavallereschi popolati di maghi, eroi, sfide, duelli, amori contrastati, incantesimi, potevano farli estraniare dalla durezza quotidiana? Il bisogno di socializzare li portava ogni tanto a riunirsi la sera nella capanna di questo o quello e qui, oltre alle inevitabili conversazioni sul lavoro di ognuno, ciò che era stato letto durante il giorno, veniva confrontato con le conoscenze degli altri. Oh quale seduzione promanavano quelle ottave dell’Orlando Furioso o della Gerusalemme Liberata!
La mente seguiva passo passo Clorinda e Argante nell’incendio della gran torre dei cristiani e successiva morte di lei per mano del suo spasimante, oppure Orlando che pazzo di gelosia per Angelica “… e maglie e piastre si stracciò di dosso”, fino a rimanere nudo e dare corso a gesta dissennate. E poi Tancredi, Rinaldo, Turpino, Ricciardetto, Marfisa, Bradamante, Ruggero, Rodomonte, il mago Atlante, Erminia, …. quanti eroi, quante avventure sui mari e nei castelli!!
Era allora che quei villici, quegli appartenenti ad una umanità sommersa, trascinati dalla tentazione, si trasformavano essi stessi in poeti.

Nel buio della notte, mentre gli animali dormivano l’immutabile silenzio della campagna ascoltava il timbro diverso delle varie voci intonare i canti delle ottave imparate a memoria o improvvisate. Un buon pezzo di formaggio accompagnato da qualche bicchiere di vino, costituivano il misero compenso a quelle esibizioni senza pubblico.
Ecco, quelle ottave che avevano mosso i primi passi tanti secoli prima e che mai avevano interrotto il loro cammino, continuavano a vivacizzare e rendere meno faticose le giornate dei nostri padri. La seduzione che da esse proveniva era tale da indurre non pochi di loro, in controtendenza alla ritualità quasi sacrale del nome ricavato, alla imposizione ai figli dei nomi mutuati dalla poesia epica o cavalleresca, sfidando spesso i malumori parentali. Ciò spiega perché non c’è paese che non abbia avuto la sua Angelica, Clorinda, Olindo, Tancredi, Orlando, Ruggero, Rinaldo, Erminia e altri ancora.
Con l’avvento del benessere economico però, si assistette ad un cambiamento sociale irreversibile. Grandi cantieri avevano necessità di tanta mano d’opera e così, la stragrande maggioranza di coloro che avevano vissuto della terra e per la terra, trovarono più conveniente il lavoro salariale.
Nel volgere di pochissimi anni scompariva un mondo immutato da secoli. Le campagne si spopolarono, gli animali di ogni specie venduti e finite le fiere di merci e bestiame. Il progresso tecnologico si appropriava prepotentemente della vita di ognuno di noi. Nei bar comparvero i jukebox, si prese confidenza col registratore, le scampagnate si facevano in compagnia del mangiadischi. Per una legge del contrappasso adesso che si aveva la possibilità di documentare e conservare le esibizioni poetiche, esse stavano venendo meno. L’humus del quale si erano nutrite generazioni di improvvisatori stava scomparendo frettolosamente. L’urbanizzazione dei paesi cominciò ad estendersi fuori dal vecchio perimetro medievale. Dalle abitazioni ammassate nei vicoli si passò a quelle singole autosufficienti. La socializzazione di un tempo lasciava il posto all’individualismo. La radio prima e la televisione successivamente, trattenevano le famiglie in casa. I bar e le sale cinematografiche che prima erano affollati ora apparivano malinconicamente semivuoti.
L’invadente tecnologia orientava gli ascolti sempre più lontano dalla viva voce.

L’unica manifestazione che ancora per poco, fino agli anni ’70, consentiva di perpetuare il canto dell’ottava in pubblico, rimase la gara poetica.
L’inizio di questa forma spettacolare, inserita nell’ambito delle feste patronali durante il periodo estivo, si perde nella notte dei tempi. Oh il fascino di quel convegno nei nostri paesi! In quella circostanza si poteva persino cogliere la presenza di volti notoriamente conducenti vita appartata.
Il variegato popolo degli ascoltatori era costituito per lo più da uomini dai volti scuriti dal sole, dalle mani callose, con indosso la camicia bianca stirata di fresco e le maniche rigirate sugli avambracci, il pantalone scuro della festa, le scarpe lucidate a nuovo.
I poeti, uno alla volta, salivano sul palco che poteva essere il pianale di un camion o il sagrato di una chiesa, poi, secondo una consuetudine non scritta ma sempre rispettata, ognuno cantava improvvisando un’ottava di saluto al paese ospitante, non senza prima essersi tolto il cappello in segno di rispetto.
A questa prima fase di presentazione seguiva la gara vera e propria. Ciascuno, chiamato da un membro della giuria, saliva nuovamente sul palco ed estraeva a sorte da una coppa di quelle in palio o da un cappello adibito alla bisogna, un biglietto di carta arrotolato nel quale era scritto il tema su cui impostare l’ottava. Uno dei giurati leggeva ad alta voce il titolo. Da quel momento cessava ogni brusio tra il pubblico che con grande attenzione seguiva il viso del concorrente dalla cui espressione pronosticava le difficoltà che avrebbe potuto incontrare.
Non di rado si esibivano partecipanti che, forti di consumata esperienza, assumevano durante la prova, atteggiamenti commossi o istrionici per meglio coinvolgere il pubblico e strapparne l’apprezzamento attraverso rumorosi applausi intesi ad orientare il giudizio dei direttori di gara.
Può accadere che il pubblico di certe occasioni, condominiali, accademiche, economiche, possa cedere alla stanchezza o alla noia, mai però quello dei poeti improvvisatori! L’ho visto seguire sempre con grande interesse la gara poetica perché quella era la cultura in cui si identificava.
Che gioia per quei modesti protagonisti del pomeriggio domenicale scendere dal palco con la coppa conquistata, meglio ancora se accompagnata da una busta con il premio in denaro.
Spesse volte, per deliziare il pubblico, si assisteva tra i convenuti al contrasto. Un modo di duellare nel quale le parti in causa, assumendo le difese di animali, parenti gelosi, invidiosi, avari … o elementi come acqua e fuoco, diavolo e acquasanta … assumeva toni vivaci e frizzanti a suon di ottave. Alla battuta di uno degli interlocutori replicava l’altro con modalità che aprivano al rinfacciamento.
I contrasti erano molto seguiti perché entrava in gioco astuzia, preparazione, arguzia. La bravura veniva esaltata non solo dall’attinenza all’argomento, ma pure dal modo di chiudere della propria ottava. Più era rara la parola finale e più, dovendo rispondere con la stessa rima, si metteva in difficoltà l’avversario.
Nel viterbese non c’era borgo che non avesse avuto i suoi poeti. Vale la pena ricordare alcuni di coloro che hanno calcato le scene:
Barbarano Romano = Vittorio Fiaschetti
Ischia di Castro = Guido Bandini, Pietro Contini, Ernesto Brunori
Tuscania = Omero Quarantotti, Luigi Meloni, Giuseppe Montesi, Angelo Nicoli, Agostino Palombella, Ennio De Santis, Perseo Corona
Cellere = I fratelli Olimpieri, Tersilio Ugolini, Antonio Strappafelci, Candido Basili, Ubaldo Blasi
Valentano = Giovanni Moscini, Antonio Mariani
Canino = Nazzareno Mariotti
Piansano = Fernando Belano, Pietro Filipponi, Palmira Lucattini, Celestino Talucci, Angelo Eusepi, Oliviero Mattei
Farnese = Albertina Caciari, Francesco Danti, Sante Lucarelli
Tarquinia = Riccardo Colotti
Monte romano = Primo Fiorucci
Blera = Mario Colombrini
Venivano anche da fuori provincia come Bruno Moggi, Franco Finocchi e Angelo Tagliani da Tolfa, Felice Tazzini, Mario Diottasi, Angelo Pezzi da Civitavecchia, Mario Monaldi da Allumiere
Quella in cui viviamo è un’epoca nella quale i contatti virtuali, capaci di farci incontrare e dialogare a migliaia di kilometri di distanza, hanno sostituito le belle conversazioni fuori dai locali pubblici, per la strada, sul pianerottolo di casa. Perfino all’interno delle mura domestiche diventa non facile trovare momenti per scambiare di persona notizie, impressioni, confidenze, crucci e gioie perché ognuno è più propenso a smanettare con cellulari, smartphone e quant’altro la tecnologia ci propone e ci propina al punto da schiavizzare i più deboli. È un mondo freddo, dominato dal profitto, un mondo che diventa sempre più un Saturno che fagocita le nostre personalità. Basta un clic e ci troviamo immersi e guidati verso conoscenze inimmaginabili. Tutto ci è facilitato, laddove una volta ci si arrovellava per trovare una soluzione oggi ci è servito su un piatto d’argento. Ma in tanto scintillio di cose preordinate chi soffre di più è la fantasia che non è più destinataria delle naturali sollecitazioni.
Ciò che la continua evoluzione tecnologica ci sottopone fa diminuire costantemente il numero degli sforzi fisici e mentali dei quali invece avremmo bisogno.
In un simile contesto la fortuna dell’ottava risulta un po’ appannata perché l’humus del quale si era nutrita per secoli è scomparso. Il mondo pastoral-contadino non esiste più parimenti alle osterie che facevano spesso da palcoscenico ai tanti poeti improvvisatori. Anche le feste patronali hanno perso molta della loro attrattiva. L’autosufficienza domiciliare ha portato ad una minore socializzazione.

In tale situazione sorge allora spontanea la domanda: ha ancora validità parlare oggi di ottava rima? Personalmente sono convinto di sì.
La scomparsa di quel mondo nel quale si muovevano gli improvvisatori ci priva del canto, della estemporaneità, ma non certo della capacità di scriverne. È innegabile che nella costruzione dell’ottava occorre la conoscenza dell’analisi logica e ciò aiuta a migliorare anche la modalità di scrittura. Qui nella provincia di Viterbo, culla di poeti in ottava fino a qualche decennio fa, si assiste ad un deserto canoro. Può veramente il cambiamento sociale seppellire definitivamente un patrimonio culturale di così lunga durata? La prova che non è così ci viene dalle contermini province di Grosseto e di Rieti dove ogni anno vengono organizzate riunioni di poeti. E’ il caso di Pomonte (GR), Bagugno e Borbona (RI), ma anche di Tolfa e Allumiere (RM). Due anni fa sono stato a Pomonte dove era allestita una manifestazione di due giorni. È stato un vero piacere immergermi nuovamente in quell’atmosfera di sana competizione, senz’altri premi che la soddisfazione di ben figurare. La maggior parte dei partecipanti aveva un’età non più giovanile, ma non mancavano anche i giovani con presenze pure femminili. In Toscana, quella dell’ottava, è una cultura avvertita al pari di un patrimonio di tutti al quale tutti possono contribuire e altrettanto attingervi. Non così può dirsi purtroppo nel nostro viterbese dove è quasi scomparsa anche a causa di una percezione culturale individualistica. Un vero peccato perché la poesia è un’arte che non costa nulla ma valorizza chi la esercita. Quella a braccio poi ha molteplici benefici perché mantiene attiva la memoria, favorisce la creatività, invita alla socializzazione.
Per ciò che mi riguarda coltivo la presunzione di sperare che queste brevi note sulla storia di tale genere letterario possano sensibilizzare chi legge a mettersi alla prova scrivendone. Sarebbe per me un vero piacere dialogare … in ottava rima!!
Suggerimenti bibliografici



.
Mauro Chechi, Come si improvvisa cantando. Storia e tecnica di ritmi, versi e rime. (Ercole Baraldi Editore)
Alessio Colotti, Da solo nella luce. Riccardo Colotti e la poesia a braccio in Ottava Rima, a Tarquinia e nella Maremma laziale, nel Novecento.
Giovanni Kezich, I poeti contadini. Con il saggio Cantar l’ottava di Maurizio Agamennone (Bulzoni Editore)