2/ Gli amori e le solitudini di Emma

a cura di Francesco Tushin

Gli amori e le solitudini di Emma Bovary

Orfana di madre, Emma è stata educata in un collegio di suore, dove ha letto un gran numero di romanzi sentimentali che hanno plasmato la sua immaginazione e la sua sensibilità: adora le storie romantiche; apprezza la religione, ma solo per la magnificenza dei suoi riti; le piace il mare ma – come nota Flaubert – solo quando è in tempesta. Insomma, è una sognatrice che (per citare un verso di Eliot) «non può tollerare troppa realtà». Il marito, Charles – che è rimasto l’individuo debole e mediocre che era da ragazzo – la venera, ma a lei questo non basta, come non le basta la grigia vita di provincia che il marito la costringe a vivere, una vita molto diversa da quella che i romanzi letti durante l’adolescenza le hanno fatto desiderare. Per tutto questo, «incapace di comprendere ciò che non provava [cioè l’amore del marito per lei], si convinse facilmente che la passione di Charles non aveva più niente di eccezionale». Nel brano che segue, i coniugi Bovary vengono invitati dal Marchese d’Andervilliers – che Charles ha curato per un ascesso – a un ballo a Vaubyessard. È un episodio decisivo, perché Emma trova un ambiente che finalmente corrisponde a quello che ha sempre sognato.

IL BALLO. Dopo la cena, servita con molti vini di Spagna e del Reno, brodo di crostacei e latte di mandorle, pudding alla Trafalgar e ogni genere di carni fredde immerse nella tremolante gelatina dei vassoi, una dopo l’altra le carrozze cominciarono ad andarsene. Scostando un lembo del tendaggio di mussola, si vedeva allontanarsi nel buio il lumicino delle loro lanterne. Sui divanetti non restò nessuno; pochi giocatori si aggiravano ancora; i suonatori si rinfrescavano la punta delle dita sulla lingua; Charles sonnecchiava con la schiena appoggiata a una porta. Alle tre del mattino ebbe inizio il cotillon. Emma non sapeva ballare il valzer. Tutti lo ballavano, anche la signorina d’Andervilliers e la marchesa. Non rimanevano che gli ospiti del castello, una dozzina di persone circa. Tuttavia, uno dei ballerini che veniva familiarmente chiamato visconte, dal gilè molto aperto e come modellato sul torace, venne a invitare per la seconda volta Madame Bovary assicurandole che l’avrebbe guidata lui, e se la sarebbe cavata benissimo. (Gustave Flaubert, Madame Bovary- Cap.7)

EMMA BOVARY ATTRAVERSO LO SGUARDO DEL MARITO CHARLES

“Quanto all’ultimo arrivato, mi copierà venti volte la frase ridiculus sum”.   Charles Bovary è stato appena  accolto in una scuola di  bambini più piccoli con la speranza di salutarli presto per passare alle classi successive. Ma il comportamento goffo  susciterà il riso della intera classe  e gli  frutterà la prima punizione.   Charles  avrà una carriera scolastica  tribolata, e riuscirà a superare l’ultimo esame di medicina solo grazie a una prodigiosa memoria e alla propensione al sacrificio, che gli permetteranno di imparare a memoria libri interi.

La professione di medico di Charles  è il filo rosso che lo accompagna in tutto il romanzo. Fa la conoscenza di Emma, meglio del padre, durante la cura di una frattura non complicata che porta a termine in maniera soddisfacente. Quando chiede la mano di Emma il conciliabolo tra padre e figlia  dura un po’, ma alla fine viene concessa. La giovane moglie, però, sembra languire nella routine matrimoniale, soprattutto dopo le emozioni vissute in un ballo. Allora Charles decide di  cimentarsi in un intervento ortopedico.

All’inizio ha  delle perplessità, ma la moglie e il farmacista del paese lo convincono. In fondo ha conosciuto Emma proprio grazie a una frattura al piede del padre, e forse sua moglie ha bisogno  di stare vicino  a un uomo di scienza, invece che a un medico di campagna. E allora, con lo spirito di un cavaliere medioevale, si lancia nell’impresa.  Un ragazzo del paese ha un piede torto, e il giovane medico, seguendo fedelmente i passaggi da un manuale, porta a termine l’intervento. Ma le placche di fissaggio risulteranno troppo strette, e al povero Hippolyte  bisognerà amputare il piede a causa della cancrena. Emma è sempre più distante, e lui  non è sfiorato minimamente dal pensiero dell’infedeltà. E’ già abbastanza soffrire per l’infelicità della moglie. Poi c’è la bambina, Berthe, che sembra attirare su di sé le medesime tempeste emotive che Emma riserva al marito. Fa del suo meglio, Charles, per sopperire all’affetto richiesto dalla  figlia. Ma gli avvenimenti precipitano. Gli amori  di Emma naufragano, e i creditori la incalzano. Si avvelena con  l’arsenico che ha sottratto al farmacista, e muore tra i tormenti. Charles sembra inebetito. “Divenuto più debole di un fanciullo,  si lasciò condurre  dabasso….” Ma poi  mette in mostra dei tratti inaspettati. “Voglio che sia sepolta con l’abito da sposa, le scarpe bianche e una coroncina….” Scoprirà solo poi, leggendo le lettere, l’infedeltà di Emma. E dovrà far fronte ai debiti che lei ha lasciato. Non troverà più  la forza di dedicarsi alla figlia. “ Una candela ardeva. Berthe, vicino a lui, colorava delle illustrazioni…” Non vivrà a lungo dopo la morte della moglie. E la bambina rimarrà sola.

Flaubert fu accusato di immoralità. Charles lo avrebbe senza dubbio assolto.

Emma Bovary attraverso lo sguardo di Rodolphe

 Rodolphe  era a Parigi da una settimana. La sera prima c’era stata una cena con gli amici, che pian piano era scivolata  in orgia. In passato era stato ghiotto di queste serate, ma adesso  sentiva  forte il desiderio della sua casa e degli orizzonti che poteva circondavano le  sue terre. Aveva la testa  pesante, sicuramente per colpa del  vino che non aveva ancora smaltito. Appena sveglio aveva cercato di ordinare le idee. Davanti allo specchio aveva controllato il colore degli occhi. Sapeva  che alcune malattie si annunciano con il cambiamento del colore degli occhi, quando il bianco diventa giallognolo. Da un po’ di tempo l’idea della decadenza fisica lo aveva preso, e con quei piccoli rituali del mattino sperava di allontanare qualche evento spiacevole. Adesso gli amici  erano  di nuovo intorno a un tavolo, ricoperto da una tovaglia che non era esattamente pulita, per gli ultimi saluti. Emma era morta da più di un anno, e ogni tanto il ricordo la riportava in vita. Allora Rodolphe  si  sforzava  di capire il motivo. Andava  per esclusione, come per i problemi che la vita gli aveva messo davanti fino a quel momento. Sicuramente non si trattava di amore, nonostante quella parola avesse  accompagnato i tre anni della  loro storia fino alla nausea. Era sicuramente bella, Emma. E quando l’aveva rivista poco prima della morte, era bella come l’aveva lasciata. Ma l’amore presuppone anche  l’oblio di sé, e mai era accaduto che lui perdesse il controllo, e dimenticasse che quella in fondo era solo una  commedia che aveva messo in scena. Era passione? Senza dubbio. Il tempo trascorso con lei era stato  diverso  dalle brevi parentesi che aveva avuto con le contadine, e di quelli ancora più banali con le ballerine dei caffè. Ma anche quel desiderio si era sempre adoperato a dominare. E allora perché diavolo quella donna non voleva uscirle  dalla testa? “Che è Rodolphe? Ti sei fissato? O è colpa del vino di eri sera?” Chi sa se furono quelle parole. Si lasciò andare ai ricordi, senza più  cercare di dominarli. E la rivide come la prima volta, quando, durante un salasso, reggeva la bacinella piena di sangue con le sue mani bianche. O quando lo raggiungeva nelle  prime luci del giorno, con i capelli bagnati di rugiada. All’inizio era stato sorpreso nel suo letto, e si era quasi spaventato,  quella donna sarebbe stata capace di tutto, anche di tirargli con il fucile  mentre lui dormiva. Ma il pensiero del pericolo aveva aumentato la forza  della passione, come il vento fa con la brace ancora viva. Durante le gite a cavallo  il  vestito di lei garriva, e dopo, da solo,  tornava nei sentieri che aveva percorso in sua compagnia. Alla fine rivisse anche la vergogna che aveva provato  quando aveva affidato le parole di addio  a un cesto di albicocche.

Quando gli amici lo riportarono al presente  rimise la maschera ordinaria, e riprese a parlare di cavalli e della cantante della sera prima. Il poco tempo  che trascorse nel caffè passò, e finalmente arrivarono ai saluti. “Di un po’ Rodolphe. Ci pensi più alla moglie del medico? Non fingere di non capire. Lo sanno tutti che quella che si è uccisa era stata la tua amante” “Ci penso, ogni tanto” “Ma com’è che l’hai lasciata andare? Mi hanno detto che non era male per niente” “Avrebbe fatto fuori anche me” E con questa certezza li salutò.