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2/ IL PATCHWORK AFRO-AMERICANO: UNO STILE NARRATIVO
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2/ IL PATCHWORK AFRO-AMERICANO: UNO STILE NARRATIVO
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L’ARTE DEL PATCHWORK. IL BLOG DI PATRIZIA MENGHI
In questo secondo incontro vorrei richiamare l’attenzione sulla capacità narrativa dell’arte del patchwork che si evidenzia particolarmente nella produzione afroamericana. Quando parliamo di patchwork in generale e di quello americano in particolare è d’obbligo includere i lavori delle donne afroamericane perché, come e forse più delle donne bianche, testimoniano il loro rapporto con la società in cui vivono e quello con la storia.
Parliamo naturalmente del periodo storico precedente l’abolizione della schiavitù e i decenni immediatamente successivi alla guerra civile americana.




Pannello tessile, I dodici re dell’antico regno del Dahomey (particolari). Museo di Storia di Ouidah nel Benin
1. PANNELLI TESSILI PER UN RICORDARE COLLETTIVO
Le schiave non avevano né il tempo né i materiali per lavorare per loro stesse e, di quel poco che erano riuscite a fare con scarti di vestiario per confezionare calde e utili coperte, pochissimo è sopravvissuto. Tuttavia un attento studio di questi rari reperti ha evidenziato che nonostante l’uso di tessuti e schemi della civiltà dei bianchi, le schiave di colore negli Stati Uniti inserivano nei loro lavori motivi originali, certamente legati al patrimonio culturale dei paesi d’origine e che, tramandati di madre in figlia, riflettevano le dolorose esperienze di migrazione forzata e di adattamento alla schiavitù.
E’ bene ricordare che in Africa la maggior parte dei tessuti era realizzata da uomini. Questi, una volta ridotti schiavi e portati in America, venivano impiegati, secondo gli standard della cultura occidentale, nei lavori più faticosi e quindi tutte le attività tessili come filatura, tessitura, cucito e trapunto erano svolte da donne. In questo modo le diverse culture dei paesi africani di provenienza si sovrapposero e si mescolarono per confluire anche nella cultura dei padroni bianchi.
Ancora oggi le quilter afro-americane usano colori molto vivaci, forme geometriche grandi e spesso asimmetriche: uno stile che deriva dalla necessità in Africa di identificare la tribù di appartenenza e che sono legate a forti simbolismi religiosi e scaramantici. Fra i motivi più usati c’è il cerchio a rappresentare il ciclo della vita o il diamante che ne simboleggia le quattro parti: nascita, vita, morte e rinascita. Altre volte si trovano i quadratini rossi o le mani, entrambi considerati protettivi. Molto spesso tra un motivo e l’altro sono inserite delle interruzioni che indicano una fine e una rinascita.
In alcune culture dell’Africa occidentale, in particolare nel Dahomey (oggi Benin), pannelli tessili venivano usati per raccontare fatti e storie della tribù, registrare eventi particolari, per creare un vero e proprio album di famiglia per un “ricordare” collettivo.

Un pannello tessile realizzato nel secolo scorso ed esposto nel Museo di Storia di Ouidah nel Benin, commemora i dodici re dell’antico regno del Dahomey in ordine cronologico dal 1620 fino all’annessione francese del 1900 e ogni re è rappresentato con un simbolo che lo identifica. Il lavoro è realizzato in appliqué con i disegni tipici e lo stile narrativo caratteristico di questa cultura africana.
2. L’USO DELLE TRAPUNTE COME LIBRI DI STORIA
L’uso delle trapunte come libri di storia, con la tratta degli schiavi, è poi diventata una tradizione americana trovando anche nuove strade e nuovi spunti.
Magnifici esempi di questo stile sono i due famosissimi quilt di Harriet Powers, una donna di colore nata schiava in Georgia nel 1837 e analfabeta, come la quasi totalità degli schiavi.
Dei due pannelli il primo è una Bibbia che riproduce 11 episodi dell’Antico Testamento e che è stato sicuramente usata a scopo didattico.
Il pannello, orgogliosamente custodito nel Museo Nazionale della Storia Americana di Washington, fu realizzato nel 1886, due decenni dopo la guerra di secessione e l’abolizione della schiavitù.

Il sogno di Giacobbe

Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden
Non tutti gli episodi sono familiari alla tradizione cattolica e uno in particolare è determinante per attribuire il lavoro a quella protestante: il sogno di Giacobbe. Giovanni Calvino afferma: ”Cristo è il mezzo attraverso il quale la pienezza di tutte le benedizioni celesti fluisce verso di noi ed attraverso il quale, a nostra volta, noi saliamo a Dio”. E’ evidente quindi come la scala che sale in Paradiso, presente nel sogno di Giacobbe, sia parte rilevante nella simbologia riformata perché rappresenta la relazione diretta con Dio senza la mediazione della Chiesa.

Viterbo, Sala delle Biblioteche del Cedido (Centro di documentazione diocesano). “Futuro Antico…” Accanto agli esemplari più preziosi di Bibbie poliglotte, esposto anche il pannello realizzato in Patchwork da Patrizia Menghi.
E’ stato proprio questo aspetto a spingermi a realizzare una riproduzione di questo storico manufatto e inserirlo nella cospicua raccolta di antiche e preziose Bibbie Poliglotte conservate presso Il Centro di documentazione della Diocesi di Viterbo.
Naturalmente ho ridotto notevolmente le dimensioni (misura infatti cm.80 x 92) lasciando inalterate le proporzioni; per i tessuti ho cercato di avvicinarmi il più possibile agli originali di 140 anni fa e per i dettagli più minuti ho fatto ricorso al ricamo. L’originale misura cm.188 x 225 e i riquadri, che non hanno un’unica dimensione, rappresentano (partendo dall’alto a sinistra):
1. Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden
2. Adamo ed Eva e un figlio
3. Satana fra le sette stelle
4. Caino che uccide Abele
5. Caino va nella terra di Nod per cercare una moglie
6. Il sogno di Giacobbe
7. Il Battesimo di Cristo
8. La Crocifissione
9. Giuda Iscariota e i trenta denari
10. L’ultima cena
11. La sacra famiglia

Patrizia Menghi, Riproduzione in scala ridotta del pannello tessile “Narrare la Bibbia” realizzato da Harriett Powers
Del secondo pannello di Harriett Powers, decisamente più complesso, parlerò nel nostro prossimo appuntamento.
