L’autobiografia come metodo formativo

AUTOFORMAZIONE & COMPETENZE PER LA PERSONA

RICERCA E SPERIMENTAZIONE DI PRATICHE AUTOFORMATIVE IN ETÁ ADULTA

Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere se necessario ripossedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé”. (O. Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi)

L’autobiografia non è solo un genere letterario.

Dopo alcuni decenni di studi scientifici ed esperienze internazionali,  essa contraddistingue an­che un approccio culturale e uno stile particolari nella ricerca, nella formazione e nella cura.

Il ricorso alle metodologie della conoscenza narrativa di sé contagia oggi molteplici campi del sapere e altrettanti contesti di applicazione e d’intervento: da quelli universitari a quelli del lavoro e della promozione delle culture locali, del benessere indi­viduale e della terapia, della scuola e dei servizi, nell’educazione del pensiero e dell’intelligenza, delle emozioni e della reciprocità inter­culturale, delle differenze di genere…

Tra le esperienze più significative in ambito internazionale quella francese di APA (L’Association pour l’autobiographie et le patrimoine autobiographique), cofondata nel 1992 da Philippe Lejeune.

``... A poco a poco la mia identità prese a riconoscersi - e a sfaccettarsi - attraverso le parole scritte e le parole presero a radicarsi nell’identità. Il linguaggio -uno scavo nella coscienza- si approfondì e mi promise di diventare il mio fedele specchio. Quante severe implicazioni in questo miraggio! Quanta disciplina. Ma era finalmente un lavoro rivolto all’interno, è sempre questo che intendo quando dico ‘scrittrice’ E quando dico ‘giornalista’ intendo l’opposto: una che si volge impulsivamente ai fatti, e li insegue, e crede di afferrarli al volo, fin quando si trova lontanissima da sé, dispersa e consumata da una vana corsa. Allora il principale problema -lo fu per me- sarà di ‘rientrare a casa’. La casa del linguaggio è approdo e permanenza. Per usare le parole di Gianna Manzini (le scrisse nel ‘45, a proposito di Virginia Woolf) il problema sarà imparare ‘a raccogliersi l’anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori’.... No non fu, allora, una liberazione `{`...`}` Era l’altra identità che s’affacciava al reticolato delle parole consumate, piegate a mille usi, e si guardava intorno... Dovetti inventare il silenzio e farne, in certe ore, la mia condizione di vita. Nel silenzio mi imposi un lavoro assiduo, come un falegname che pialla il legno. Volevo ridestare da quel giacimento -oscuro, grumoso- il maggior numero di parole possibili. E di volta in volta volevo legare quelle parole al bagaglio in trasformazione dei miei pensieri e dei miei sentimenti. Col tempo si creò un ricco scambio fra il sentire e le parole che lo avrebbero rivelato: scambio che la scrittura rende tangibile... (Grazia Livi)

L’esperienza di Grazia Livi ci introduce a quel viaggio formativo che è la scrittura autobiografica. Esso risponde al desiderio di mettersi in cammino per “rientrare a casa”. Un impulso che chiama a rimettere ordine, a dare senso al proprio sé, ri-pensarlo, ri-orientarlo, ri-comprenderlo ad un livello di maggiore autonomia e consapevolezza.

Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuti amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e in disparte e che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto. Quando sono là dentro, evoco tutte le immagini che voglio. Alcune si presentano all’istante, altre si fanno desiderare più a lungo, quasi vengano estratte da ripostigli più segreti. (Agostino, Le Confessioni -Libro X)

Luoghi della memoria… Paesaggi di Sardegna, (foto di Gioacchino Bordo) 

Fare esercizio di memoria autobiografica significa per prima cosa RIEVOCARE, cioè chiamare, dare voce ai ricordi, poi RICORDARE, riportare al cuore e quindi rievocare emozionandosi.

In terzo luogo RIMEMBRARE e cioè ricomporre, rimettere insieme ciò che è disperso, che lascia immaginare un’operazione che mira a rimettere insieme le membra dei ricordi;

infine il RAMMENTARE e cioè richiamare alla mente una situazione, una circostanza già un poco sbiadita.

Il pensiero autobiografico, ossia il ricordo della propria vita,  è qualcosa di essenziale per noi, come ricordo di chi siamo stati e di chi siamo, senza il quale non avremmo neanche il senso della nostra identità.

È legato a quel pensiero al quale costantemente ricorriamo per confermare il senso della realtà, e che ci fa dire, da quando apriamo gli occhi al risveglio, ogni giorno “ecco, questo sono io, questo è il luogo dove vivo, ecc..”.

Il senso della nostra identità è quindi legato alla narrazione di noi stessi.

È un  conoscersi, un comprendere se stessi e il proprio progetto di vita, e questo processo è al tempo stesso capacità/possibilità di autoricostruzione, autorigenerazione e autopoiesi, itinerario di metamorfosi e trasformazione che si realizza lungo tutto l’arco della vita.

Scrive Bruner “Esiste una patologia neurologica chiamata dysnarrativia, che è una grave lesione della capacità di raccontare o comprendere storie. È associata a neuropatie come la sindrome di Korsakov o a quella di Alzheimer. Ma è più di una perdita della memoria del passato. Uno dei sintomi più caratteristici di tali casi è la perdita quasi totale della capacità di leggere il pensiero altrui, di capire ciò che gli altri potrebbero pensare, sentire, perfino vedere. I malati sembrano avere perduto il senso di sé, ma anche il senso dell’altro. Un acuto critico dell’autobiografia, Paul John Deakin, nel commentare queste pubblicazioni ritiene tali documenti un’ulteriore dimostrazione che l’identità ha un carattere profondamente relazionale, che il Sé, come notato sopra, è anche l’Altro. Sono questi i pazienti che soffrono di quella che sopra ho chiamato dysnarrativia. La costruzione dell’identità perciò, sembra, non possa proseguire senza la capacità di narrare``. (Jerome Bruner)

Linea d’ombra… Paesaggi di Sardegna, (Foto di Gioacchino Bordo) 

L’ESPERIENZA DELL’ASCOLTO DI SÉ

L’ascoltarsi diventa così strumento prezioso per la soggetti­va, continua rilettura e ricostruzione, riscrittura e rinascita.

L’esperienza dell’ascolto di sé, intenzionale e non occasionale, pensata e non distratta, implica un lavoro mentale destinato ad indagare ciò che veramente si è stati, simile ad un viaggio  che è, ad un tempo, formativo e terapeutico, grazie al quale mettere l’accento su alcuni spezzoni o frammenti della storia della propria personalità, ristrutturare il significato di alcuni ricordi, apprendere qualcosa di sé, accettare gli aspetti meno piacevoli di sé.

Nella solitudine creativa e nel silenzio interiore può essere trovata la premessa indispensabile tanto per dare voce alla propria interiorità, per ricercare la memoria di sé, per scoprire ed incontrare il sé, per conoscerlo più di prima e poterlo curare meglio di prima, per prendere consapevolezza di se stessi e darsi una nuova forma quanto per realizzare una produttiva con­vivenza tra l’alterità che è dentro di noi e le molteplici alterità che sono fuori.

Significa poter incontrare gli altri e accoglierli, ascol­tarli e aiutarli a sentirsi qualcuno per qualcuno. Favorire  così il passaggio da «ascoltato» dagli altri ad «ascoltatore» di sé e degli altri, provvisto di storia interiore, intelligenza introspettiva e  sensibilità empatica. Ascoltarsi è imparare a conoscersi, accogliersi e accompagnarsi più di prima. Ascoltarsi è anche prendere le distanze, guardare da altri punti di vista, distaccarsi. Significa prendere confidenza  con se stessi e con la propria storia  che, oltre ad essere storia di pensiero e di azione, è anche storia di emozioni e sentimenti.

Scheda a cura di Antonella Cesari