STEP by STEP/ Una scuola di teatro che sa…

Comunicare  Creare Sinergie  Mettersi in gioco 

Approfondimento, metodologia, orientamento, sostegno, per imparare a riconoscersi nella propria esperienza e  metterla in valore agli occhi degli altri… Tenendo conto della specificità degli ambienti di apprendimento non formale e informale (contesti associativi), e coinvolte nella ricerca-azione  STEP by STEP, Eleonora Cecconi e Simona Paciletti  protagoniste del progetto teatrale La Linea Gialla, a partire dalla propria esperienza,  intercettano competenze, abilità e attitudini che caratterizzano  le associazioni e gli ambienti di apprendimento che si orientano alla qualità del modello organizzativo e  delle proposte formative.  

testi e foto by Eleonora Cecconi e Simona Paciletti

1. Una scuola di teatro amatoriale che punta alla qualità sa… comunicare

Una scuola che punta alla qualità  sa comunicare la propria mission, gli obiettivi, i servizi  e i percorsi formativi puntando su una visione e su valori unificanti che creano comunanza di obiettivi  e condivisione tra insegnanti e discenti e tra discenti. L’affermazione può essere condivisa?

Eleonora Cecconi: Durante la mia esperienza personale di fondatrice e presidente dell’Associazione teatrale LA LINEA GIALLA, mi sono chiesta molte volte come avrei potuto trasmettete gli obiettivi dell’associazione a chi si associava e a chi frequentava i nostri workshop o laboratori. Fondare un’associazione non è fondare una ditta individuale: l’associazione ha bisogno di assoluta condivisione, di impegno, energie, competenze professionali artistiche e non, da parte di tutti gli associati. Associazione significa “partecipazione continuata a un’attività”. 

Altra domanda che mi sono posta molte volte è COME TRASMETTERE UN’IDEA DI QUALITA’ DEL LAVORO pur non rappresentando un ambiente formale o istituzionale. Come e quanto le mie competenze artistiche e pedagogiche possano essere messe a disposizione degli altri e quanto possano essere loro utili in termini di qualità. Partiamo da ciò che sta a monte di tutto, ovvero, l’esigenza, la necessità primaria di unirsi con persone affini o che condividano obiettivi comuni per creare, trasmettere, convogliare ed accrescere il proprio e l’altrui bagaglio esperienziale. Prima di trasmettere bisognerebbe assicurarsi di avere padronanza di ciò che si vuole trasmettere, prima di insegnare bisognerebbe essere consapevoli di rimanere eterni allievi.

Simona Paciletti: Credo abbia molto a che fare con l’identità, con quelle sfumature che ti permettono di riconoscerti in qualcosa di vero, anche di impalpabile, che però ti appartiene nel profondo. Forse uno dei valori unificanti all’interno di un gruppo di lavoro è proprio questo: guardare nella stessa direzione, permettendosi delle deviazioni che ci permettono di raccogliere ciò che di diverso incontriamo nel percorso insieme agli altri.

A partire dalle vostre esperienze di responsabili di associazione e insegnanti, osservando  da un angolo privilegiato le scuole di ricamo/teatro,  quali sono principalmente le motivazioni  che spingono le persone ad aprire una scuola di ricamo/teatro? Quale la mission che le caratterizza e quali i valori di fondo? Si tratta  di motivazioni di carattere economico o altro? La promozione culturale, sociale, psicoeducativa hanno un posto tra le mission e gli obiettivi da  raggiungere?  Quali vantaggi arrivano dal raggiungimento degli  obiettivi? Riportate  qualche esperienza per esplicitare meglio … 

 Eleonora Cecconi: Aggiungerei che prima di creare un’associazione culturale bisognerebbe avere ben chiaro a che cosa potrà servirti: generalmente le associazioni No Profit, a scopo di promozione sociale  e/o Onlus sono organizzazioni per lo più volontarie o che abbiamo come CONDITIO SINE QUA NON  quello di NON LUCRARE dalle attività svolte, e allora la domanda nasce spontanea: Perché dovrei creare un’associazione no profit e dedicare energie, tempo e molto spesso risorse economiche senza ricavarne nulla in  termini di guadagno economico? La risposta, personalmente, non ce l’ho mai avuta e forse non ce l’avrò mai. So solo che il mio ricavato va ben oltre quello economico; si tratta di un’esigenza profonda di diffusione della cultura, nel mio caso teatrale, poiché avere il riscontro, nel tempo, dagli allievi per il lavoro svolto a volte non ha prezzo, vedere persone toccare i propri limiti e superarli e vedere quanto questo tipo di lavoro introspettivo e non, possa rompere gli argini di retaggi educativi e culturali, non ha prezzo. Sentirsi dire grazie, sentirsi avvolgere dal calore di un abbraccio liberatorio, non ha prezzo.

Ricorderò sempre l’esperienza di un mio allievo che chiameremo MR per motivo di privacy: il primo giorno di laboratorio mi disse di essere dislessico e disgrafico e di avere delle difficoltà di coordinazione motoria. Il personaggio che gli ho affidato? Un giocoliere! Non è stata un’imposizione ma una prova, un incipit, che è stato accolto e superato egregiamente dall’allievo…prima di ogni lezione arrivava 15 minuti prima e mi faceva vedere il lavoro fatto durante la settimana e ogni settimana giocolava sempre di più. Vederlo salire sul palco con la sicurezza di aver superato quello che per lui poteva essere un limite mi ha dato un’emozione indescrivibile. Questo episodio o questi momenti di superamento dei propri limiti possono dare una risposta sul senso di qualità del lavoro. Credo profondamente nell’importanza del teatro nella società. Teatro come modo di vivere, teatro come momento d’aggregazione sociale, teatro come momento di crescita e consapevolezza personale. Detto ciò, però, aprire un’associazione culturale non è la cosa che consiglierei a chi vuole fare soldi!

2. Una scuola di teatro amatoriale che punta alla qualità sa… creare sinergie

Una scuola che punta alla qualità è un ambiente di apprendimento  ricco di  sinergie e relazioni,  ovvero  promuove  processi  di gestione innovativa (comunicare, motivare e responsabilizzare) con e tra  i discenti, con il territorio, facendosi promotori di network per la realizzazione di eventi e manifestazioni.

Eleonora Cecconi: Nel concetto stesso di associazione dovrebbe essere intrinseca l’idea di fondere sinergie e collaborazioni non solo tra i soci interni ma anche con professionalità e personalità al di fuori della propria associazione. Cosa che non è sempre così scontata. Personalmente credo che sia necessario per un territorio avere associazioni culturali o artigianali o sociali che collaborino tra di loro creando una rete di scambio, di cooperazione, di completamento e compensazione al fine di dare, ciascuno a suo modo, il proprio contributo.

Simona Paciletti:  Se dovessi scegliere due parole che mi hanno attratta all’interno di questo progetto sarebbero: rete e valore. La prima, come insieme di nodi (lontani, ma portati vicini) interconnessi da canali di comunicazione per lo scambio di conoscenze. La seconda, come misura che non dovremmo mai perdere e come attribuzione di significato a ciò che si fa, in termini di impegno, e ciò che si è, in termini di affermazione di esistenza. Credo fermamente che una delle più grandi opportunità che abbiamo sia l’integrazione. Se dovessi regalarvi un’immagine emblematica, proporrei l’osmosi, una diffusione di pensieri, esperienze, idee, percezioni, principi, che si fondono l’un l’altro senza mai perdere la propria essenza. Quella indelebile. Abbiamo bisogno dell’unicità di ognuno per accrescere il bagaglio culturale e personale di tutti quelli che attraversano i nostri corsi e, più in generale, a nostra associazione. Abbiamo bisogno di uno scambio di unicità per aumentare la qualità di un ambiente di apprendimento/sociale.

Eleonora Cecconi: Una prerogativa importante di chi punta a inserire all’interno della propria associazione nuove esperienze, nuovi approcci lavorativi, aggiornamenti professionali, pur rimanendo fedeli alle proprie peculiarità è connessa al concetto di rimanere sempre allievi e non solo formatori/insegnanti. E’ necessario, a mio avviso, creare un ambiente innovativo pur rimanendo legati al rispetto della tradizione soprattutto quando si ha a che fare con materiale umano, quando si lavora con persone, con le loro storie, con le loro paure, difficoltà, con la differenza culturale o sociale. Col tempo, ho capito ed esperito che quando si hanno di fronte persone che vanno dai 18 ai 70 anni lo stesso approccio potrebbe non funzionare con tutti allo stesso modo, entrano in gioco molteplici fattori che richiedono un aggiornamento e un’innovazione continua. E probabilmente anche un confronto con altri professionisti. Le difficoltà che spesso riscontro al fine di raggiungere gli obiettivi di qualità, stanno nel capire il metodo più efficace che possa aiutare un gruppo eterogeneo a camminare nella stessa direzione e allo stesso tempo dare un minimo di differenziazione alle singole attitudine che ciascun allievo manifesta. 

In questo rientra anche il fattore tempo, ognuno ha le sue tempistiche, ognuno dedica il tempo che vuole e che sente più giusto. Anche in questo evito di dare per scontate le cose, se un personaggio o un testo sembra apparentemente semplice non è detto che lo sia per chi dovrà lavorarci.  Qualità a mio avviso include 3 paroline magiche: attitudine, volontà e tempo. Voler raggiungere un obiettivo nel minor tempo possibile spesso non porta risultati in termini di qualità. Simona: Scorciatoia e fatica, fortunatamente, non sono sinonimi!

3. Una scuola di teatro amatoriale che punta alla qualità sa… mettersi in gioco

Una scuola che punta alla qualità è un ambiente di apprendimento  costantemente disponibile ad imparare e a mettersi in gioco.

Eleonora Cecconi: Se nella precedente risposta ho messo in evidenza il fattore tempo, in questa parlerò più esplicitamente del fattore spazio. Lo spazio è un elemento fondamentale in ambito teatrale, storicamente il teatro è sia luogo che attività scenica. La prima cosa di cui parlo all’inizio dei laboratori è il saper riconoscere e rispettare lo spazio scenico. Faccio sempre una similitudine con l’acqua: quando ci si tuffa in acqua qualcosa in noi cambia, fosse solo per il fatto che siamo bagnati. Entrare in uno spazio scenico dovrebbe essere la stessa cosa: qualcosa cambia, siamo in un terreno dove padroneggiano le regole della messa in scena e non della quotidianità. Si impara a riconoscere, a controllare, a gestire, a dissimulare o mostrare, ma tutto deve essere consapevole e controllabile al fine di poterlo replicare ogni volta come se fosse la prima. Una cosa che spesso riscontro nei laboratori è l’affezionarsi agli spazi, tanto che cambiare lo spazio può mettere in crisi il lavoro di 8 mesi di laboratorio.

Simona Paciletti: Credo abbia a che fare con la familiarità. Quelle mura diventano il nostro posto sicuro, dove poterci esprimere liberamente, senza giudizi. Quei mattoni intorno diventano i confini delle esperienze, delle emozioni e delle conoscenze che abbiamo condiviso con il gruppo.

Una scuola  di teatro che punta alla qualità è un ambiente di apprendimento  dove sia le insegnanti che i discenti condividono un processo di apprendimento  e aggiornamento permanente, centrato  sulla capacità di gestire il cambiamento delle persone e delle condizioni ambientali in cui si svolgono le attività. Condivido queste affermazioni? Perché?  Che cosa posso evidenziare in merito a questo aspetto? Riporto qualche esperienza per esplicitare meglio … 

Eleonora Cecconi Il teatro è un’arte applicata e ha bisogno di essere costruito in base allo spazio su cui di solito si va in scena, ma tutti sappiamo che il più delle volte non è così: si fanno laboratori in sale o contesti che non saranno lo spazio della messa in scena finale. Io per esempio attualmente insegno in una bellissima sala all’interno della biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia. Gli anni precedenti ho utilizzato sale di scuole di teatro o contesti informali come sale di sedi associative. Succede quindi che si lavora un anno sul montaggio delle scene determinate da un certo tipo di spazio e poi si va un scena in teatri che stravolgono, a volte completamente, i movimenti dei personaggi, ad esempio: se per 8 mesi ho fatto entrare un personaggio da destra può accadere che il teatro in cui si andrà in scena abbia l’entrata da sinistra. Oppure se un personaggio prevedeva l’ingresso dalla platea, se nel teatro manca la scaletta sotto il palco, il personaggio dovrà necessariamente entrare da un’altra parte che però a volte si vede il giorno stesso dello spettacolo. In questo senso cerco di allenare gli allievi a essere pronti a reagire agli imprevisti, ai cambiamenti, nel non subire passivamente un imprevisto ma nel saperlo accogliere e gestire portandolo a proprio favore.

Non è così semplice come può sembrare soprattutto quando si lavora con allievi, amatori, non professionisti. Anche questo rientra nell’ambito dell’apprendimento: imparo ad apprendere un imprevisto. Sembra un gioco di parole ma è una nozione fondamentale nell’arte teatrale, ed è fondamentale per gli allievi perché li mette di fronte a una difficoltà che dovranno riuscire a superare.

Simona Paciletti: È una capacità specifica legata soprattutto all’adattamento, che va allenata, anche tramite l’improvvisazione. La vita non è forse improvvisata? Non siamo continuamente esposti ad eventi inaspettati, che dipendono più o meno da noi, che dobbiamo gestire non come errori o ingiustizie ma come opportunità?

Dan O’Connor sostiene che l’improvvisazione sia una creazione istantanea basata solo su ciò che si ha a disposizione in un determinato momento. È vero! È una forma di stimolazione continua. E a mio avviso ha molto a che fare con la costruzione e molto poco con la distruzione.

Il teatro insegna anche questo: a gestire le difficoltà come fossero regali per mettere in gioco noi stessi, oltre ciò che già conosciamo di noi stessi e della situazione all’interno della quale ci sperimentiamo. È una forma di consapevolezza sia delle proprie competenze in termini di risorse sia dei propri limiti.

 

Eleonora Cecconi: Infine, al di là del tempo e dello spazio, posso dire che ciò che fa veramente la differenza è l’attitudine al lavoro e il volersi veramente mettere in gioco, a volte è lo stesso gruppo che fa da traino a coloro che sono più resistenti e a volte basta uno solo che faccia da portatore e il gruppo, se si sente unito, sarà naturalmente disposto a seguirlo.

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