#Parole terapeutiche

Lockdown 2020/marzo-maggio 

RE-AGIRE#GeapolisRESTA… RITROVARSI RESILIENTI

testi e audio a cura di Serena Cancilla e Simona Paciletti (psicologhe)

Benvenuti a Parole Terapeutiche, uno spazio in cui cerchiamo riparo, attraversando la storia delle parole e i loro significati. Viaggiamo dentro le parole, attraversiamo assieme a loro il tempo e lo spazio, lasciandoci suggerire nuovi scenari, più ricchi, più confortevoli, nella speranza che ci rendano anche più forti. Si, siamo dell’idea che le parole siano importanti, perché le parole formano pensieri e i pensieri formano persone.

Un percorso a tappe… ciascuna tappa  prevede la sosta davanti a tre “parole specchio” sulle quali riflettere le nostre emozioni e i nostri comportamenti  … Step by Step un viaggio attraverso il loro significato. Ne leggeremo insieme la storia, l’etimologia, i significati che hanno assunto nel tempo, cercando di rintracciarne ciò che le rende così affini. 

Illustrazione di Adele Greco

Dal lat. tardo confortare «rendere forte», der. di fortis «forte». Rendere forte a sopportare un dolore, a sostenere una fatica; alleviare una pena, incoraggiare con parole affettuose. (Dare forza a tollerare le avversità). Spesso ormai sentiamo più vicino quello che è il calco inglese di questo termine cioè comfort ((la cosiddetta “comfort zone”)) che ci rimanda ad un’immagine di comodità, di staticità mentre nella sua origine latina la parola conforto contiene in sé qualcosa che è tutt’altro che statico, ovvero -fortis- la forza. La forza di agire di fronte alle avversità. Questa riflessione ci catapulta dentro la seconda parola della giornata, ossia Resilienza. Perchè? scopriamolo insieme ..

Resilienza dal lat. resiliens -entis, part. pres. di resilire «rimbalzare». Capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi , in altre parole la resistenza alla rottura. (Capacità di affrontare e superare le avversità).  Questo termine, proveniente dalle scienze dei materiali, acquista senso e viene prima preso in prestito e poi fatto proprio dalla psicologia, per descrivere quel vitalismo, quel pozzo di risorse sconosciute di cui le persone dispongono, da sfoderare quando è il momento di reagire a una qualsiasi caduta brusca. Quelle risorse che un marinaio chiamerebbe ancore della speranza , quelle di riserva, nascoste in coperta ma pronte ad essere usate in caso di cattivo tempo. Ed è proprio speranza l’ultima parola suggeritaci dal gergo marinaresco….

Speranza, dalla radice sanscrita spa- che significa ‘tendere verso una meta”. Stato d’animo di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. La fiducia nell’avvenire, nella buona riuscita di qualcuno o qualcosa. La stessa fiducia che ci illumina il sentiero per favorire la riuscita dei nostri più onerosi e rischiosi obiettivi. La speranza è il faro che guida il marinaio verso casa. La speranza è la luce delle lucciole che illuminano il sentiero nel buio. La speranza è ciò che ci consente di resistere al baratro della disillusione.

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 Parole terapeutiche in musica…

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illustrazione di Simona & Serena

Il termine giardino deriva dall’indogermanico gart o hart che significa “cingere, circondare” perciò indica una parte di terreno delimitato, confinato.

Il giardino è uno spazio progettato dall’uomo per l’uomo arricchito di fiori, piante ornamentali e altri elementi naturali. Ogni tipologia di giardino ha qualcosa di diverso, caratteristiche peculiari, forme di bellezza uniche (cascate d’acqua, scalinate, terrazze, aiuole).

Considerato metafora dell’essenza umana, il giardino viene inteso come spazio intimo che va coltivato con cura attraverso un piccolo giardiniere che risiede dentro di noi e si occupa di potare, innaffiare e accompagnare i boccioli verso la fioritura.

Il giardino è solitamente incorniciato, contenuto, bordato da un muro che simboleggia il limite tra interno ed esterno; quel limite che ci permettere di accomodarci nel nostro spazio, ma anche di uscire e cercare oltre. Altrove.

Il confine esiste allora come linea mobile, flessibile, sempre superabile per condurci verso ciò che sta fuori, ciò che è più prossimo a noi …

Dal latino Proxĭmus “prossimo”, derivato dall’avv. prope, vicino, ond’anche propinquo. Prossimo è il più vicino nello spazio, qualcuno o qualcosa che sta ad una distanza ravvicinata (adiacente, attiguo, imminente). 

E’ sempre complesso identificare, però, cosa sia realmente “più prossimo” a noi: quando sul bus chiediamo “Scusi, qual è la fermata della Stazione?” “La prossima” “Ma questa o quella dopo?” non c’è mai verso di capirsi.

Spesso utilizzato per identificare un legame parentale (il parente più prossimo), questo termine ci racconta anche di un prossimo inteso come altro uomo, un altro membro della nostra stessa comunità.

A tal proposito, vogliamo parlare della Comunità di Prossimità, fenomeno che esprime la consapevolezza di un bisogno condiviso tra più persone, accomunate generalmente dalla vicinanza territoriale; chi lo esprime non è mero portatore di una necessità ma co-protagonista delle risposte. Prossimità, quindi, è da intendere anche come disposizione a sentire come propri i problemi di chi ci è accanto, per cui diventa necessario fare qualcosa, agire in maniera proattiva.

Prossimità, dunque, come risorsa che va coltivata con cura. Come spazio in cui è indispensabile produrre dei cambiamenti, spingersi sempre un po’ più in là, per adattarsi ai bisogni di ciascuno.

Dal verbo latino adaptare composto da ad, in senso di fine o scopo, e aptare, ossia accomodare, aggiustare.

In biologia, modificazione cui sono soggetti gli organismi al variare delle condizioni ambientali. In psicologia, status di relazione armoniosa dell’individuo con il contesto in cui è immerso. Quell’equilibrio sottile tra interno ed esterno che possiamo definire “flessibilità esistenziale”, ossia l’abilità appresa e soggettivamente calibrata, che permette ad ognuno di adeguarsi senza mai perdere la propria essenza. 

Il nostro giardino sarà dunque recintato, ma sempre dotato di un cancelletto attraverso il quale è possibile condursi fuori e portarci dentro.

Per andare oltre… dall’Archivio di Geapolis

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