Ottobre 2020

Ottobre 2020
Chi è SERENA oggi?
Classe 1998. La Serena di oggi è una giovane, curiosa ed entusiasta studentessa di Mediazione Linguistica e Culturale, spesso in giro per il mondo studiando e parlando di lingue, interculturalità e molto altro. Chi mi conosce sa che rimanere nello stesso posto troppo a lungo non fa per me. Amo viaggiare, ma in particolare ciò che soddisfa davvero la mia voglia di conoscere è vivere un luogo, farlo mio. Mi piace prendere le abitudini della gente locale, che sia in una capitale europea, in una cittadina affatto turistica o in una metropoli messicana.
Adoro provare sapori e profumi nuovi, parlare con le persone autoctone, cercare di prendere l’accento del posto, mimetizzarmi quanto più possibile in una cultura diversa per poterla scoprire dall’interno.
Parlaci in particolare delle tue esperienze formative con Intercultura, Erasmus o altro. In che modo ti hanno fatto crescere e maturare? Che cosa ti hanno dato in termini di maturazione umana e professionale?
Onestamente non riesco più ad immaginarmi senza ciò che le avventure -prima con Intercultura, poi con il progetto Erasmus in Germania e infine con la mobilità extraeuropea della mia università- mi hanno dato. Mi hanno resa una persona più coraggiosa, più sicura di me stessa.

Ho vissuto sulla mia pelle cosa significa essere quella straniera, quella diversa, e questo ha contribuito a rendermi più comprensiva ed empatica nei confronti dell’altro. Ho incontrato e stretto legami indissolubili con persone provenienti da tutto il mondo. Sono diventata più consapevole della mia cultura e di quella degli altri, di quanto sia importante il confronto, il dialogo.

Quando a 14 anni ho espresso ai miei genitori la volontà di trascorrere un periodo all’estero non ero mai uscita dall’Italia e soprattutto non avevo idea che quella scelta avrebbe cambiato completamente la mia vita. É stato mio padre a parlarmi di AFS Intercultura, un’associazione meravigliosa che si occupa di scambi interculturali. Di lì a breve avrei vinto una prima borsa di studio per un programma estivo in Irlanda. E così, a giugno 2014, sarei partita per passare un mese con una famiglia irlandese, tra corso intensivo d’inglese e gite nell’incantevole contea di Wexford. Non potrò ringraziare mai abbastanza la mia famiglia ospitante irlandese per il calore con cui ha accolto una giovanissima Serena spaventata e confusa. È anche grazie a loro che poi ho trovato il coraggio di buttarmi in un’esperienza all’estero più lunga, consapevole che è possibile sentirsi a casa anche con una famiglia di un’altra nazionalità, con abitudini e modi di fare completamente diversi. Comunque, ancor prima del periodo effettivamente trascorso all’estero, è stato il percorso di formazione con Intercultura a farmi capire la mia strada. Intercultura segue, infatti. gli studenti da prima a dopo il periodo di studio all’estero, tramite incontri e seminari formativi. Ed è stato proprio quello il mio primo approccio coi temi dell’interculturalità a cui poi avrei deciso di dedicarmi anche da un punto di vista professionale. Già da quegli incontri sono entrata in contatto con persone e storie fino a quel momento a me sconosciute, che mi hanno fatto capire, seppure per il momento solo inconsciamente, in che direzione volevo orientare la mia vita. Durante il periodo pre-partenza per quella prima esperienza all’estero, avevo già capito una cosa: un programma estivo di un mese non mi sarebbe bastato. Fortunatamente avevo ancora un anno per decidere di partire all’avventura per un periodo più lungo e così, poco dopo essere rientrata in Italia, ho fatto nuovamente domanda per una borsa di studio con Intercultura.
Dopo avere affrontato un’altra volta il lungo processo di selezione di AFS sono risultata vincitrice di un programma annuale in Ungheria. L’Ungheria è stata una sfida fin dall’inizio. Tendenzialmente le persone si aspettano un anno all’estero in un paese anglofono o comunque in un paese la cui lingua sia “utile”. “Ma cosa ci vai a fare in Ungheria?” “Ma che lingua si parla? Ungherese? Ma a cosa ti serve?” “Ma non hai paura di perdere un anno di liceo?”. Presto mi sono abituata a questo genere di domande, a cui, di quando in quando, mi ritrovo a rispondere anche a distanza di anni dal mio rientro in Italia. Ormai ci ho fatto il callo e spiego volentieri il senso di questa esperienza magica che mi ha cambiato la vita, ma devo ammettere che inizialmente è stato difficile subire la pressione sociale da parte di amici e parenti combinata con la paura e lo stress pre-partenza. Imparare la lingua del paese ospitante è sicuramente utile. Da studentessa di mediazione linguistica e culturale posso confermare che la lingua è sicuramente una chiave per accedere alla cultura di un Paese, ma non è l’unica. E soprattutto, nonostante poi io abbia effettivamente imparato l’ungherese, non era il mio obiettivo. La Serena ancora sedicenne che quel 20 agosto 2015 è partita per Budapest era curiosa di conoscere, guardare il mondo con occhi diversi e imparare dall’altro. Parole chiave di uno scambio interculturale sono due opposti: uguaglianza e diversità, che si fondono in un unico concetto. Siamo tutti incredibilmente diversi se ci focalizziamo sulle differenze e non c’è bisogno di andare all’estero per rendercene conto, ma abbiamo anche tanto in comune, persino con mondi che apparentemente possono sembrare tanto distanti. D’altra parte, come si suol dire: “il mondo è bello perché è vario” ed è fondamentale il rispetto, nonché la preservazione di queste diversità.

2014, Irlanda

2016, Ungheria, exchange students e presidente del centro locale di Székesfehérvár
In Ungheria ho avuto la fortuna di incontrare due nuove famiglie. Innanzitutto la mia famiglia ungherese, che mi ha trattata e tratta tuttora come se fossi una figlia. Non la potrò mai ringraziare abbastanza per il supporto e l’affetto che mi ha dato fin dal primo giorno. E poi senza dubbio la famiglia internazionale che abbiamo formato con gli altri exchange students a Székesfehérvár. Condividevamo tutti la stessa paura mista a entusiasmo di ricominciare da zero in un posto sconosciuto, dove tutti, incluse le nostre nuove famiglie, parlavano una lingua apparentemente sconosciuta. E il nostro legame si è rafforzato condividendo le gioie del cominciare a formare le prime frasette in ungherese, la difficoltà di essere lo studente straniero in una scuola superiore e la serenità di quando tutto ciò che inizialmente non ci apparteneva cominciava ad essere nostro, si trasformava in dolce quotidianità. È difficile spiegare a parole quanto un legame del genere possa essere forte e mi piace riassumerlo con la parola famiglia.
Quali sono stati i luoghi, le città che hai abitato per motivi di studio, lavoro o di vacanza? Ogni luogo ha un “suo fascino”, un suo “carattere”, una sua anima: quali sono i luoghi di cui ti sei innamorata e quelli invece che proprio non sei riuscita ad amare?
Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di vivere in tanti luoghi diversi. Col tempo ho capito che i paesi dove mi sento più a casa sono quelli “latini”: Italia, Spagna, Messico…ma devo dire che finora non c’è stato nessun luogo che non sia riuscita ad amare. Amo ogni città che ho abitato ed ognuna è diventata parte fondamentale di me. Sono originaria della provincia di Viterbo e più precisamente di Piansano, piccolo paese della Tuscia. Piansano è sicuramente il mio porto sicuro. È il luogo dove vive la mia famiglia, dove sta “Casa” con la C maiuscola e dove ho trascorso l’infanzia e sono cresciuta con quegli amici e amiche di sempre. Ho particolarmente a cuore le strade di campagna che circondano il paese e i paesaggi sul lago di Bolsena, dove amo fare lunghe passeggiate e andare in bicicletta.



Piansano è tuttavia anche il paese di provincia che mi va stretto, da cui ho sempre sentito l’esigenza di andar via. Insomma, Piansano è la mia comfort zone: comoda, sì, ma ho sempre pensato che fosse necessario uscirne e allontanarsene almeno un po’ per realizzare tutte le proprie potenzialità e forse anche per apprezzarla meglio. Ad oggi, devo dire, dopo essermene effettivamente andata più volte, sto imparando a rivalutare quello che è il mio territorio, quei paesaggi che sanno di casa, quelle strade che nei momenti di incertezza mi ricordano le mie radici. La domanda “di dove sei esattamente in Italia?” mi sarà stata posta un migliaio di volte nel corso dei miei viaggi e se prima alla curiosità delle nuove amicizie non davo una vera risposta, dicendo semplicemente che “sono del Lazio, più o meno vicino Roma”, adesso ci tengo a spiegare esattamente dove sono cresciuta, a raccontare le bellezze della mia provincia e a far conoscere il piccolo mondo da dove vengo.
Wexford è una cittadina del sud est irlandese affacciata sul mare che, con la sua contea, occupa un posto speciale nel mio cuore. È infatti la prima città che ho visitato fuori dall’Italia, nonché palcoscenico della mia primissima esperienza all’estero. In Irlanda mi sono innamorata del mare e della sua magia. Uno dei posti più suggestivi che io abbia mai visitato si trova proprio nella contea di Wexford, ed è l’Hook Head Lighthouse. Si tratta di uno dei fari più antichi del mondo, tuttora operativo, ma ciò che mi ha davvero emozionata è stata la vista sull’oceano, che mi ha fatto sentire incredibilmente piccola. Penso sia proprio lì che mi sono resa conto di quanto vasto e meraviglioso è il nostro pianeta, e soprattutto di quanta voglia avessi di esplorarlo in lungo e in largo.
Székesfehérvár è la città ungherese dove ho trascorso il mio anno all’estero con Intercultura. È un posto magico, colorato e vivace anche in inverno, anche con la neve. Ricordo in particolare l’atmosfera dei mercatini natalizi, il freddo pungente che era bello combattere in compagnia, bevendo forralt bor (vin brulé) e mangiando il mio amato Kürtőskalács, dolce tipico ungherese. Ma a Székesfehérvár ho avuto la fortuna di vivere tutte e quattro le stagioni e ricordo con la stessa nostalgia ogni momento, dalle prime visite del centro in estate con gli altri studenti di scambio, tra edifici coloratissimi e buffe statue di bronzo sparse per la città, alla primavera tra lezioni all’aperto coi compagni di classe ungheresi e tradizioni pasquali con la mia host family, che è diventata per me una vera e propria famiglia.



A settembre 2017 mi sono trasferita a Siena per frequentare la facoltà di Mediazione Linguistica e Culturale presso l’Università per Stranieri e, un po’ per “deformazione professionale” dopo l’anno all’estero, un po’ per onorare il nome dell’ateneo, ho deciso di rendere il mio percorso di studi il più internazionale possibile. E così la mia vita da fuori sede in Italia è stata interrotta dopo un anno a mezzo da una esperienza Erasmus in Germania, dove ho vissuto ad Erlangen per 6 mesi. Poco dopo il rientro, mi sono trasferita di nuovo, stavolta dall’altro lato dell’oceano, precisamente a Guadalajara, in Messico. Ed ora eccomi a raccontare tutto questo da Barcellona.

Siena è una città meravigliosa, ma ancor più che per la bellezza del Duomo e dell’atmosfera indescrivibile di Piazza del Campo, la ricordo per avervi incontrato, tramite l’Università, persone in cui mi sono riconosciuta come in uno specchio, giovani studentesse coi miei stessi interessi e che come me hanno una vita un po’ da “nomadi”.
Erlangen è la classica cittadina tedesca in cui tutto funziona alla perfezione, dall’università ai mezzi pubblici alle tipiche birrerie artigianali. Anche lì ho conosciuto persone meravigliose, studenti e studentesse da tutto il mondo da cui ho imparato tanto.
Guadalajara è il mio personalissimo sogno americano. È una città incredibile, frenetica e rilassata al tempo stesso. È una metropoli, ma per certi aspetti la vita ricorda più quella di un paese che di una città. E l’esperienza universitaria è andata ben oltre le mie aspettative, che pure erano già alte.
Barcellona è forse il posto che mi ha stupito di più. Ero venuta qui in vacanza dopo la maturità e ricordo di non esserne rimasta particolarmente colpita, probabilmente perché è stata appunto una semplice vacanza. Adesso che la sto vivendo come piace a me, me ne sto innamorando ogni giorno di più.

Quale consigli daresti a coloro che intendono intraprendere un periodo di studio e /o di lavoro all’estero? Quali le opportunità? Quali i limiti? In base alla tua esperienza qual è la forma mentis da avere per affrontare al meglio queste esperienze?
Il mio consiglio è semplicemente: partite. Partite, perché anche un breve periodo all’estero può darvi una nuova prospettiva sul mondo e su voi stessi.
Viviamo in un periodo storico in cui le possibilità di fare un’esperienza all’estero sono davvero tante e rese più accessibili grazie a varie borse di studio. L’esperienza Erasmus+ è forse la più conosciuta, anche se non tutti sanno che ad oggi si può scegliere non solo il classico periodo di studio all’estero, ma anche di ricevere una borsa di studio per svolgere il tirocinio o fare ricerca per la tesi in un Paese europeo facente parte del progetto. Ancora prima dell’università è possibile trascorrere un periodo all’estero con Intercultura, non solo in Europa, ma anche in America, Asia, Oceania o Africa. E di sicuro non mancano programmi all’estero slegati da un percorso di studi, ma comunque life-changing, come il programma Au Pair. Sono dell’idea che non ci si sentirà mai davvero pronti per lasciare tutto ciò a cui si è abituati, per trasferirsi in un posto sconosciuto o comunque non familiare. E non ce n’è bisogno. Non sarà mai il “momento giusto”, ma solo il momento in cui si deciderà di affrontare quell’ansia che giustamente ci sarà e partire comunque. Chiaramente bisogna essere consapevoli che non ci saranno solo momenti emozionanti e giornate felici, ma anche giorni in cui la nostalgia di casa prenderà il sopravvento, si odierà la lingua del posto e si avrà solo voglia di una vera carbonara. Ma ne varrà la pena.




Naturalmente non penso che tutti debbano necessariamente fare un’esperienza all’estero dopo l’altra. Mi rendo conto di essere un caso piuttosto particolare. Tuttavia ritengo che un periodo di minimo un mese (ma idealmente almeno 6) all’estero dovrebbe essere obbligatorio (e gratuito!) per tutti e tutte, anche per chi non ha intenzione di lasciare la propria terra d’origine a tempo indeterminato. Sono sicura che il mondo diventerebbe un posto migliore. I tanto diffusi stereotipi infondati sullo “straniero”, sul “diverso”, crollerebbero lasciando spazio a una visione più aperta e soprattutto più simile alla realtà, alla consapevolezza che è giusto e importante mantenere la propria identità, ma che non c’è un solo modo giusto di stare al mondo e che, in tutte le nostre diversità, siamo tutti cittadini dello stesso pianeta.
Empatia, che cosa significa per te, nella tua vita personale e soprattutto in che modo si relaziona con i temi dell’intercultura e della convivenza, quelli di cui ti occupi maggiormente?
Dietro un’azione che può sembrarci senza senso o addirittura sbagliata, c’è sicuramente una spiegazione logica. Spesso per comprenderla c’è bisogno proprio di mettere in pratica questa parole chiave. Empatia: è un invito a mettersi nei panni dell’altro e soprattutto un reminder che il nostro punto di vista è estremamente soggettivo, non possiamo pretendere che sia quello giusto in assoluto o addirittura l’unico.

Che cosa pensi dei giovani-adulti di oggi? Quali sono le speranze, i sogni, le disillusioni, i problemi che portano dentro? Penso che siano, o meglio, che siamo una generazione di passaggio e forse proprio per questo sottovalutata in molti ambiti. Abbiamo vissuto in particolare il passaggio all’era di internet, degli smartphone e dei social, che hanno reso il mondo molto più piccolo e molto più accessibile. Viviamo inoltre in un periodo storico particolarmente complesso. Siamo -a mio parere- intrinsecamente abituati all’incertezza e ai cambiamenti. Mi piacerebbe che si cogliesse questa situazione di ambiguità nel suo lato migliore e che diventassimo adulti capaci di osservare la realtà in modo critico, che ci rendessimo sempre più conto che siamo, prima di qualsiasi altra cosa, tutti cittadini del mondo. E mi piacerebbe che questa presa di coscienza non spaventasse e diventasse un punto di partenza piuttosto che l’origine di una chiusura nel proprio guscio.
Come vedi il tuo futuro professionale? Progetti per il futuro?
Ad aprile mi laureerò in Mediazione Linguistica e Culturale, con una tesi che è decisamente frutto non solo del percorso di studi che ho scelto, ma in ottima parte delle esperienze all’estero che hanno formato la persona che sono oggi. Dopo ci sono tantissime cose che mi piacerebbe fare. Intanto vorrei proseguire con una laurea magistrale in Relazioni Internazionali, magari con un altro semestre in Messico. Devo anche dire che insegnare italiano a stranieri mi sta piacendo più del previsto, quindi non escludo un futuro professionale che vada in quella direzione. L’unica cosa di cui sono davvero certa è che la strada della mediazione e dell’interculturalità è sicuramente quella giusta per me e qualsiasi carriera deciderò di intraprendere, questi temi saranno centrali.

Secondo te che cosa significa apprendere per tutta la vita? Perché è importante?
Secondo me significa personalizzare il proprio percorso di apprendimento, andando oltre l’educazione formale. Credo che sia diventato fondamentale nell’epoca storica in cui viviamo, in cui i cambiamenti e le novità sono all’ordine del giorno. È un modo consapevole di tenersi al passo coi tempi e soprattutto di non accontentarsi mai di quello che si sa già. D’altronde “non si finisce mai di imparare”. In un modo o nell’altro si continua comunque ad apprendere per tutta la vita e farlo in maniera consapevole significa innanzitutto indirizzare secondo i propri interessi questo processo di apprendimento.
Perché forse in fondo è vero | che per essere capaci di vedere cosa siamo | dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano. [Daniele Silvestri -” da “Il viaggio (pochi grammi di coraggio)”]

