Live as you learn… a Barcellona con Serena Monti

News dal  circolo di studio virtuale APPRENDERE & RACCONTARSI  dove adulti e  giovani adulti  condividono storie di apprendimento e di formazione umana e professionale. SERENA MONTI, originaria di Piansano (VT),  frequenta il corso di laurea in Mediazione Linguistica e Culturale presso l’Università per stranieri di Siena.

Nel settembre scorso, sfidando l’emergenza sanitaria, ha iniziato il suo periodo di tirocinio curricolare come insegnante di italiano a Barcellona presso l’associazione culturale Parlo Italiano.

Rientrata in Italia, condivide con la Community di Gapolis la sua esperienza che si è rivelata un’occasione propizia per progettare e sperimentare percorsi di insegnamento individualizzato caratterizzati dalla PERSONALIZZAZIONE e dalle PRESTAZIONI AUTENTICHE DI VALUTAZIONE in un contesto di APPRENDIMENTO NON FORMALE.

Serena ha deciso di osare la via dell’interculturalità … La sua prima esperienza all’estero a 14  e poi non si è più fermata. Wexford,  Székesfehérvár,   Siena,  Erlangen , Guadalajara e ora Barcellona.  È un invito a saper guardare oltre l’emergenza che stiamo vivendo. Il suo messaggio? Non aver paura dei cambiamenti, saperli affrontare con lucida  audacia. Il viaggio non è solo spostarsi da un luogo all’altro ma è un abito mentale.  Che cosa porta con sé nei suoi viaggi?  Un bagaglio leggero e una mente aperta e libera da paure e  pregiudizi.

«You will never be completely at home again, because part of your heart will always be elsewhere. That is the price you pay for the richness of loving and knowing people in more than one place».

Febbraio 2021. Diario di bordo (foto e testi di Serena Monti)

I Preparativi

A marzo 2020 ho deciso di interrompere la mia esperienza di studio a Guadalajara (Messico) per tornare in Italia e stare vicino alla mia famiglia in un periodo tanto difficile e destabilizzante come quello della pandemia di covid19. Una volta rientrata, viste le circostanze, ho creduto che non mi sarei più mossa per un po’. Tuttavia, pensando al tirocinio curricolare che avrei dovuto svolgere per concludere il mio percorso di studi in Mediazione linguistica e culturale, non ho potuto far altro che mettermi a cercare opportunità anche all’estero.

Trovare un tirocinio nel 2020, in piena pandemia, non è stata affatto un’impresa facile, più che altro perché la maggior parte di quei pochi enti che ancora offrivano tirocini proponeva esperienze telematiche. Così, quando mi sono imbattuta in un’interessante offerta di tirocinio presenziale a Barcellona, come insegnante di italiano, sono rimasta particolarmente stupita e ho pensato subito che candidarmi fosse quasi d’obbligo. Sapevo – e in mi ripetevano in tanti – che anche solo pensare di spostarmi all’estero per la seconda volta in un anno (e che anno!), in piena emergenza sanitaria, non era la migliore delle idee.  Eppure, qualcosa dentro di me continuava a ripetermi di mandare almeno il curriculum a quell’associazione culturale che mi avrebbe permesso di svolgere uno stage presenzialmente. Ho deciso quindi di tentare e mentre inviavo la mia candidatura per il posto da insegnante di italiano offerto percepivo già l’emozione di quella nuova avventura. Poco dopo avrei ricevuto una risposta affermativa alla mia richiesta.

Al tramonto… Piansano (VT)  

Da allora la scelta spettava a me: se avessi voluto, sarei potuta partire. Ero davvero emozionata all’idea di mettere in pratica ciò che avevo imparato in tre anni di università e di farlo insegnando la mia lingua madre e condividendo la mia cultura, in una città internazionale affacciata sul Mediterraneo, dal clima caldo e quell’ “atmosfera del sud” che adoro. Per di più, quella che in Messico era stata la mia migliore amica e compagna di avventure era proprio di Barcellona e non appena ricevuta la notizia di quella possibilità che avevo avuto mi ha proposto di andare a stare da lei, almeno per i primi tempi, anche per vedere come si sarebbe messa la situazione dal punto di vista dell’emergenza sanitaria. Perché purtroppo, oltre a tutti gli aspetti positivi che anche solo l’idea di quella nuova esperienza mi faceva venire in mente, c’era anche da considerare la pandemia. Alla fine, ho deciso di sfidare la sorte e partire, e non me ne sarei pentita.

Barcellona 

La sera in cui sono arrivata nella capitale catalana – che era anche la sera del mio ventiduesimo compleanno – pioveva (nonostante a Barcellona piova davvero raramente) ed io ero stremata dal peso della grande valigia che avevo portato (piena per lo più di libri) e dallo stress che implica frequentare un aeroporto durante una pandemia.

Tuttavia, ero sì stanca, ma molto felice. Ad aspettarmi c’era infatti una delle mie migliori amiche, che non vedevo da quando vivevamo insieme in Messico.

Potrei dire di essermi ormai abituata ad avere amici e amiche sparse per il mondo e quindi alle relazioni a distanza e tutto ciò che significano, ma la verità è che rincontrare una persona a me cara dopo tanto tempo è sempre un’emozione nuova ed unica. In questo caso l’emozione che è prevalsa, e che mi ha persino fatto dimenticare la stanchezza, è stata l’incredulità di essere davvero di nuovo insieme.

Non ci aspettavamo di rivederci dopo “soli” 6 mesi, né tantomeno che mi sarei temporaneamente trasferita da lei. Il risultato è stato che non riuscivamo a smettere di sorridere e di parlare ininterrottamente come nostro solito. Prima di andare a casa, con mia sorpresa mi ha detto che per festeggiare il mio compleanno ci saremmo fermate a cena in un ristorante dove ci stava già aspettando sua mamma, che non vedevo l’ora di conoscere e con la quale avrei instaurato un rapporto meraviglioso, tant’è che è diventata ormai la mia “mamma catalana”.

Insomma, la mia permanenza a Barcellona è iniziata nel migliore dei modi e il resto non è stato da meno.

A settembre, le restrizioni dovute al covid non erano particolarmente severe e così ho avuto la possibilità di esplorare la città e viverla a pieno.  A differenza dell’Italia, era già obbligatorio l’uso di mascherina anche all’aperto, ma non c’erano ancora né coprifuoco né obbligo di chiusura dei locali, che sarebbero arrivati verso metà ottobre. La vita, insomma, procedeva tranquillamente in quella “nuova normalità” che si era creata e ho avuto la fortuna di poter vivere Barcellona non solo come turista. Grazie alla mia amica e a sua madre, e alle studentesse della scuola a cui intanto insegnavo italiano, ho imparato tantissimo sulla cultura (e anche qualcosa sulla lingua) catalana, scoprendo una nuova realtà, con tutta la sua bellezza e complessità, di cui non avevo idea.
Le strade, l’architettura di Gaudí, le spiagge, il mare, i punti panoramici da cui ammirare tutta la città, l’arc de Triomf,  il parc de la Ciutadella, il quartiere Born, gli artisti di strada, ogni sfumatura di Barcellona me ne ha fatto innamorare.

Sguardi su… Barcellona 

Insegnare italiano 

Insegnare e in particolare insegnare italiano è stata una meravigliosa sorpresa. Mai avrei pensato che potesse regalarmi tanta soddisfazione, sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista umano.
Come sempre, quello che più mi è rimasto nel cuore è il legame che ho stretto con le persone che ho incontrato. La novità, in questo caso, è stata che queste persone non erano più colleghe di università, ma per lo più studenti e studentesse che imparavano da me. Ho avuto bisogno di qualche tempo per familiarizzare con questo concetto, ma è stato poi bellissimo realizzare quanto potessi essergli utile condividendo la mia conoscenza con loro e cercando di insegnare nel modo più empatico possibile, personalizzando ogni lezione sulla base degli interessi di ciascuno.

Una particolarità della mia esperienza, infatti, è stata la modalità di insegnamento. Non mi trovavo di fronte a una classe, ma tenevo lezioni individuali ad adulti e giovani adulti e in un solo caso “di gruppo”, con due ragazze. Mi sono divertita moltissimo a costruire per ognuno un percorso diverso e basato sui rispettivi interessi e necessità. Ammetto che nel momento in cui ho tenuto 10 corsi individuali diversi sono stata piuttosto oberata di lavoro, ma ero determinata a rendere l’esperienza di apprendimento di ognuno la migliore possibile. Sono felice di poter dire che duro lavoro e costanza hanno dato i loro frutti e il feedback positivo che ho ricevuto dagli studenti e dalle studentesse che ho seguito è stata una ricompensa più che sufficiente. Per di più, sono stata io la prima ad imparare da loro. Il mio amato Seneca scriveva che nell’insegnare «c’è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano» e sono in tanti a sostenere che insegnare significa prima di tutto imparare.

A Barcellona ho imparato a insegnare e ho capito che per farlo è necessario dislocarsi e decentrarsi verso l’altro, comprendere i bisogni di chi vuole imparare, le sue motivazioni e le sue inclinazioni. Ci sono infiniti modi diversi di imparare qualcosa, e quindi anche di insegnarla. A mio parare, il buon insegnante deve cercare di non usare il metodo migliore per lui, ma quello più adatto a chi sta effettivamente imparando. Non a caso, l’educazione plurilingue insegna a concentrarsi sul parlante in quanto attore sociale, che banalmente significa pensare a ciò che sarà effettivamente utile al parlante a seconda delle sue esigenze. Ed è quindi fondamentale ascoltare, osservare e sicuramente mettere alla prova la propria creatività per strutturare ogni lezione. Le lezioni, di qualunque materia ma soprattutto di una lingua, sono innanzitutto comunicazione, ovvero uno scambio in cui entrambe le parti sono ugualmente importanti.

Il rientro in Italia

 «You will never be completely at home again, because part of your heart will always be elsewhere. That is the price you pay for the richness of loving and knowing people in more than one place».

.

Non so chi lo abbia detto, se non ricordo male ho trovato questa citazione tempo fa in qualche blog di exchange students. Comunque, questa frase mi è rimasta particolarmente impressa. Vorrei averla scritta io, perché esprime esattamente il mio pensiero in relazione al viaggio e mi ritorna in mente ogni volta che torno da un’esperienza all’estero, anche breve, come quella di 3 mesi a Barcellona.
Mi rendo conto che non sentirsi mai completamente a casa non sembri particolarmente appetibile, ma giuro che ne vale la pena, o almeno così è per me, e sono grata di poter chiamare casa anche la vivace capitale catalana, dove spero di poter tornare presto.