a cura di Francesco Tushin

Quando ho letto per la prima volta Madame Bovary ero poco più che ventenne. Avevo preso l’abitudine di chiedere qualcosa ad ogni libro, e così la lettura ere diventata per me una specie di autoformazione. Lasciavo i testi universitari, e per un po’ di tempo mi trastullavo con gli autori classici, preferibilmente russi. Intanto che lo leggevo fuori c’era la calda estate romana. Forse quel tepore ha fatto sì che lettura non mi colpisse più di tanto. Col tempo poi mi ha lasciato un senso di frustrazione, come di qualcosa che mi fosse sfuggito di mano. Sono passati parecchi decenni, e il nuovo incontro con il romanzo è stato qualcosa di totalmente nuovo. Con gli anni anche il modo di leggere acquista un passo ed un respiro diverso. E così, mentre i personaggi si delineavano, ho trovato il tempo per lasciarmi prendere dalle parole, e perfino le descrizioni che parecchi anni prima risultavano noiose, ecco che ora mi cullano con il loro suono. Poi, naturalmente, il demone che vuole capire ad ogni costo non mi ha completamente abbandonato. Ed allora ho cercato di vedere i personaggi intanto che compivano il loro giro. Il padre di Emma, che ha trovato il gusto della vita in sé, come mai è riuscito alla figlia. Il padre di Charles, seduttore canagliesco fino alla fine. Al punto che la moglie teme che possa sedurre persino la nuora. Homais, il farmacista, che in coppia con il curato dà vita a duetti indimenticabili, persino durante la veglia funebre di Emma. Leon, che dopo un lungo prologo da sognatore si inventa un incontro amoroso dentro una carrozza lanciata in corsa. Vivono, i personaggi del romanzo. Eppure, a tratti, sembrano muoversi in una danza regolata da un meccanismo, quasi come quelli di un carillon.
Solo Emma è in grado di operare degli strappi, nonostante sia circondata da personaggi che sembrano essere mossi solo dalla necessità. E alla fine, sulla sua tomba, viene a tenerle compagnia Justin. E’ poco più di un bambino, che ha scoperto il desiderio sbirciando quella donna ancora giovane. Adesso che tutti dormono ha superato il portone di ferro del cimitero, per rimanere da solo con lei.
“Sulla fossa, tra gli alberi, un ragazzo piangeva in ginocchio. Il suo petto, spezzato dai singhiozzi, ansimava all’ombra, oppresso da un immenso rimpianto più dolce della luna e più insondabile della notte”.
E intanto che piange sulla tomba il desiderio vene colmato dal dolore, come due metà che alla fine si incontrano.