3/Ricordi di famiglia. Fiorenza, la filanda e altro ancora…

In punta di penna… Con Marisa Peruzzo la storia e le storie di vita

Manufatto dei primi anni del ‘900

La memoria di Fiorenza Bergamin è lucida, poliedrica e precisa.

A proposito di nonna Maria Marchetto, la mamma di suo papà Luigi Bergamin, conserva una quantità di ricordi che fluiscono dalla sua voce come un fiume in piena.

“Avevo quattro anni e mezzo quando nacque Daniela, l’ultima delle sorelle. Fino allora io dormivo in un sofà, nella camera dei miei genitori. Per lasciare il posto alla nuova arrivata sono passata nella stanza di nonna Maria, nello stesso suo letto matrimoniale. Edda, invece, la sorella maggiore dormiva con zia “Nina”.

Il locale che ci ospitava era ben arredato con due comò, uno nero, che era quello matrimoniale della nonna e uno di colore marrone che era appartenuto alla sua sorella minore. C’erano poi un armadio e un lavandino di legno pitturato di bianco corredato da uno specchietto. Nel lavandino trovavano posto un catino e una brocca( a zara)pure essi di colore bianco; a terra, ai lati due vasi da notte (i bocai).

Sul letto di ferro, sempre in ordine, faceva bella mostra la candida biancheria tutta ricamata a mano: il copriletto di broccato, tessuto di colore su colore, in modo da formare dei decori, le lenzuola e le federe di canapa ( canego) bianchissime. La cugina Anna conserva ancora un lenzuolo a tre teli uniti dello stesso tessuto grezzo con la scritta ricamata: “ BUON RIPOSO”. Questo  è un capo che era appartenuto al corredo della nostra congiunta.

La nonna era una persona dai modi molto curati e raffinati, amante dell’ordine e della pulizia: tutte le sere, quasi sempre anche d’inverno,  non si coricava se prima non si era lavata i piedi e fatto le pulizie intime. Faccio notare che nella nostra camera non esisteva altra forma di riscaldamento se non lo scaldaletto di braci ( monega e fogara). Lei mi diceva che se la morte l’avesse colta nel sonno desiderava essere trovata pulita e ordinata. Poi scioglieva i suoi capelli che di giorno teneva raccolti in un piccolo chignon (coconeo), li pettinava e li raccoglieva un pochino. Sotto le coperte recitavamo qualche preghiera poi lei iniziava a raccontarmi le storie, che non erano inventate, ma narravano le vicende della sua vita. Talvolta le tristi situazioni di miseria dei personaggi mi provocavano un profondo sentimento di pena e di disagio che mi impedivano di addormentarmi serenamente; allora chiedevo alla nonna di smettere il racconto perché desideravo dormire. In realtà sono diventata detentrice della sua biografia. Talvolta interrompevo la sua narrazione per farmi spiegare meglio, per capire alcuni termini che non conoscevo.

Ecco alcune delle storie che ricordo.

“LA MIA PRIMA OCCUPAZIONE IN FILANDA consisteva nel “ broare e gaete” (“ passare i bozzoli nell’acqua bollente”). Passavo “ e gaete”( i bozzoli) nell’acqua calda per far morire “ a bestia dentro” ( la crisalide) per poi iniziare a sfilare il filo di seta. Con il passare del tempo mi sono perfezionata e sono passata di grado, lasciandola mia prima occupazione alle mie “ scoatine” ( allieve). Io ora mi occupavo della filatura. Tra le mie “scoatine” c’era Teresa Poio ( Teresa Muraro), la mamma di Lucia Miolo, la tua coetanea.”

IL MIO PAPÁ FACEVA “IL CAVALCANTE” 

“Io ero una bambina molto povera, costretta, fin dalla tenera età, ad accudire le sorelle minori e tutta la famiglia perché la mamma era morta quando ero ancora piccola.

Il mio papà faceva il “cavalcante”, cioè portava, con il carretto e il cavallo, la sabbia e la ghiaia dal Brenta ai luoghi dove c’erano case in costruzione.

Con il suo lavoro era riuscito a costruire una casa per sé e per i suoi figli ai confini, lungo la strada che da Piazzola porta a Camisano.

Prima, con tutti i Marchetto, abitavamo lungo la “Storara” ( ora via Basse).”

LA MIA PRIMA OCCUPAZIONE IN FILANDA

“La mia prima occupazione in filanda consisteva nel “ broare e gaete” (“ passare i bozzoli nell’acqua bollente”). Passavo “ e gaete”( i bozzoli) nell’acqua calda  per far morire “ a bestia dentro” ( la crisalide) per poi iniziare a sfilare il filo di seta.

Con il passare del tempo mi sono perfezionata e sono passata di grado, lasciandola mia prima occupazione alle mie “ scoatine” ( allieve). Io ora mi occupavo della filatura. Tra le mie “scoatine” c’era Teresa Poio ( Teresa Muraro), la mamma di Lucia Miolo, la tua coetanea.”

Il Chiostro delle vergini poi trasformato in cortile della filanda. Abbastanza conservato il portico a piano terra; completamente trasformate le sequenze delle finestre al primo e secondo piano.

Vista esterna del fabbricato a suo tempo parte della filanda.

ERO UNA BAMBINA, LAVORAVO ALLA FILANDA 

“Ero ancora in tenera età, verso gli otto dieci anni, QUANDO MI RECAVO, a piedi, con mia sorella, dalla mia nuova abitazione, A LAVORARE IN FILANDA A PIAZZOLA.

Non avevamo orologi, per conoscere l’orario ci regolavamo con l’osservazione del cielo: la posizione e la luce  del sole e delle altre stelle.

Un giorno d’inverno faceva tanto buio, c’ era un nero così pesto che persi completamente la cognizione del tempo. Senza conoscere l’orario svegliai  mia sorella e ci preparammo per recarci al lavoro. Passando davanti all’abitazione della famiglia Campanea ( i Piccolo) ci fermammo, come eravamo solite fare, per chiamare le nostre compagne di lavoro. La loro mamma con grande stupore ci disse: “Dove veo putee, xe apena e tre!” ( “Dove andate bambine, sono appena le tre!”)

 Molto compassionevole ci accompagnò in stalla, dove c’era un buon tepore e ci fece accomodare alla meglio. Tornò verso le sei del mattino, quando era giunto il momento della mungitura, assieme alle sue figlie ci rifocillò con una buona scodella di latte tiepido, appena munto.

Intanto era giunto il momento di avviarci per raggiungere la filanda a Piazzola, in centro.”

( Qui la storia veniva interrotta dalle richieste di Fiorenza che provava una gran pena per le bimbe).

I MIEI QUATTRO NIPOTI 

“Questa sera ti racconto dei miei quattro nipoti Marchetto.

Vittorio Marchetto, sposato con Lina, a Vercelli faceva l’infermiere, poi specializzatosi, diventò tecnico radiologo. Vittorio viene a farci visita ogni anno, quando, recandosi in villeggiatura a Sottomarina, fa tappa qui a Piazzola.

Dell’altro nipote si sa solo che risiede in prossimità di Verona.

Rosina Marchetto, la prima nipote femmina, si è trasferita, come il fratello Vittorio a Vercelli.

Qui è morta prematuramente. Lei, consapevole della sua imminente dipartita, aveva dato disposizioni per il suo funerale e si era preparata per tempo tutto il suo corredo funebre, perfino le calze!

Maria Marchetto, l’altra nipote femmina, in tempo di guerra era stata ustionata le gambe. A causa delle numerose ed antiestetiche cicatrici era costretta a indossare sempre i pantaloni.

Nel periodo della liberazione aveva conosciuto un ragazzo canadese, che poi ha seguito in Canada, dove ha continuato a risiedere.

Dai contatti epistolari abbiamo appreso che è mamma di tre figli e che lavorava in una segheria.”

Fascia da neonato usata solo in occasione del Battesimo

Quarta storia.

“Mio papà, rimasto vedovo anzitempo, con quattro figlioletti da accudire è diventato un pochino depresso. Era di carattere magnanimo, bonario ed accondiscendente. Aveva vincolato in favore di un amico la sua casa, costruita da poco ai confini e per questo motivo, poi, l’ha persa e, nella miseria più nera è stato costretto a trasferirsi a Grantorto assieme al figlio e alle figlie Eugenia e Pasqua. Una di loro era ragazza madre: aveva avuto un figlio di nome Amedeo, morto suicida gettandosi dal ponte degli Angeli a Vicenza, dove la sua mamma con la sorella gestiva un piccolo negozio di frutta e verdura.

Mio fratello di Grantorto ha sposato una “ Betanea” ( Bettanello) e hanno avuto quattro figli, due maschi e due femmine.”

A. Momenti particolari vissuti da Fiorenza

AFFARI DI CUORE

Presto, presto, ciama a Missia che go i affari de cuore e so drio morire!

Mi capitava spesso di venire svegliata di soprassalto,  nel pieno della notte, da nonna Maria, che implorava: “ Presto, presto, ciama a Missia  che go i affari de cuore e so drio morire!” ( “Presto, presto, chiama la Missia che ho le palpitazioni e sto per morire!” ) Missia era sua cognata, la sorella di nonno Giuseppe di nome   Clementina.

In breve Missia giungeva in camera da letto accompagnata da mia mamma e, immediatamente mi facevano uscire dalla stanza. Sentivo che  avviava la recita di alcune preghiere in latino, ovviamente senza conoscerne la traduzione! Poi somministravano alla nonna dieci gocce di valeriana e, con questo tutto passava. Dopo pochi minuti la nonna era bella che addormentata. Io facevo ritorno a letto e per tutto il resto della notte riposavamo tranquillamente.”

IL GIORNO DELLA PENSIONE

….La nonna una volta al mese si recava all’ufficio postale in centro a Piazzola, in un locale del Municipio, per ritirare il pagamento della sua pensione e quello relativo alla reversibilità del marito defunto… Al ritorno si osservavano alcune tappe obbligatorie… La terza tappa avveniva presso l’abitazione delle signorine della filanda, Pasqua e’ Tilde’, cioè Matilde, che abitavano in una bella casa ‘Camerini’, arredata con raffinati mobili di pregio,situata accanto al mulino. Pasqua era una persona simile a Cerbero, piccola e grassoccia, con i capelli bianchi ricci. Tilde era magrolina e raffinata, pure lei con capelli bianchi ricci. Entrambe non erano originarie di Piazzola, ma erano giunte in paese per insegnare la tessitura della seta. Abbracciavano la nonna con affetto e stima reciproca, contente di rivedersi….

La nonna una volta al mese si recava all’ufficio postale in centro a Piazzola, in un locale del Municipio, per ritirare il pagamento della sua pensione e quello relativo alla reversibilità del marito defunto. Ero sempre la sua accompagnatrice, se non ero impegnata con la scuola, per il turno pomeridiano.

I preparativi per questa uscita mensile, alla quale ci teneva in modo particolare, iniziavano ben tre giorni prima. Cominciava con il farsi il bagno e con il lavarsi a capelli, poi il pediluvio con acqua e sale, quindi, una volta ben ammorbidite , si tagliava le unghie. Infine lavava e lucidava i pochi monili d’oro che le erano rimasti, dopo essersene privata per un obbligo/dovere patriottico a  favore della causa di patria.

Arrivato il ‘grande’ giorno si vestiva di tutto punto e sempre con le calze ‘fine’: di nylon nella calda stagione, di filanca nel periodo freddo.

Per non sporcare le calzature raffinate metteva un paio di stivali, quando era inverno, uno di zoccoli d’estate. Si prendeva una scorciatoia, lungo un viottolo, attraverso i campi, fino ad arrivare al ‘ponte del Majo, cioè il’ponte di ferro’ o ‘ponte alto’. Qui avveniva il cambio dei calzari e indossava le scarpe con tacco cinque decorate con un’asola di canetè, nel periodo invernale, invece d’estate un paio di ciabatte con zeppa di sughero e tomaia intrecciata di vernice nera. Depositava, un pochino nascoste, ai piedi di un grande platano, le calzature appena tolte e ci si avviava verso la piazza del paese, vestita sempre elegante, con cappotto nero d’inverno e gonna e camicetta d’estate. ( A proposito di camicette ricordo che chiedeva a mia mamma, quando si recava al mercato, il favore di acquistare per lei del tessuto con qualche piccolo decoro colorato anche se su fondo nero).

Arrivate alla posta, la nonna consegnava il suo libretto di pensione alla persona arrivata per prima, la quale aveva cura di raccogliere, via via, uno sopra l’altro, i libretti, in ordine di arrivo, per poi consegnarli all’impiegata postale, che capovolgeva il pacchetto dei libretti e iniziava la chiama. Le impiegate, alle quali la nonna chiedeva sempre se c’era l’aumento erano le signore Terzi, coniugata Volpin e la signora Trolese, coniugata Frizzarin.

Ricordo che a mano a mano che le persone entravano nell’ufficio postale si salutavano e si abbracciavano a vicenda.

Al ritorno si osservavano alcune tappe obbligatorie.

La prima era dalla Emma ‘Gasparina’, che gestiva un piccolo locale sotto ai portici. Qui, se era inverno, si ordinava la cioccolata calda con i biscotti savoiardi, invece d’estate le ‘spumiglie’, cioè le meringhe e una spuma come bibita. Alla fine la nonna acquistava sempre qualcosa da portare a casa per gli altri familiari.

La Emma ‘Gasparina’ non aveva il permesso di vendita di alcolici, ma lei teneva nascosto sotto al banco una bottiglia di marsala per il proprietario del negozio di scarpe accanto, il signor Mela.

La seconda tappa era dal fruttivendolo Maddalosso, non proprio per acquistare frutta e verdura, poiché non ne avevamo particolare bisogno dato che  le producevamo con le nostre coltivazioni, piuttosto per portare i saluti a Marcella Marchetto, la moglie del proprietario.

Appena entrata la nonna abbracciava Marcella e nel corso del lungo abbraccio le chiedeva se il marito la maltrattava, poi continuavano parlando tra loro confidenzialmente sottovoce nell’orecchio. Alla fine, a seconda della stagione, comperava le mele Canadà oppure i carciofi, otto ‘mamme romane’, una per ogni componente della famiglia, da mangiare lessate intingendo le foglie, una alla volta, nell’uovo sodo condito con l’olio.

La terza tappa avveniva presso l’abitazione delle SIGNORINE DELLA FILANDA, Pasqua e’ Tilde’, cioè Matilde, che abitavano in una bella casa ‘Camerini’, arredata con raffinati mobili di pregio, situata accanto al mulino. Pasqua era una persona simile a Cerbero, piccola e grassoccia, con i capelli bianchi ricci. Tilde era magrolina e raffinata, pure lei con capelli bianchi ricci. Entrambe non erano originarie di Piazzola, ma erano giunte in paese per insegnare la tessitura della seta. Abbracciavano la nonna con affetto e stima reciproca, contente di rivedersi.

La quarta tappa era la visita alla signora Bombarda, che abitava all’imboccatura della strada del ‘Majo’, sulla destra, partendo dalla cabina elettrica. Con questa signora la nonna non aveva mai lavorato assieme, erano solo amiche. Il marito della signora Bombarda possedeva una segheria, il loro figlio aveva studiato medicina e intrapreso la professione di medico.

Qualche volta capitava che si aggiungeva una tappa; prima delle signorine della filanda la nonna si recava, per un saluto veloce, dalle ‘Trevisane’, che abitavano alle casette.

Al ritorno, giunte in prossimità dell’albero del platano, la nonna si fermava a riprendersi il sacchetto che aveva deposto all’andata e rifaceva il cambio delle calzature. Poi ci avviavamo, per la stessa stradina, verso la nostra dimora. Passavamo per un piccolo borgo di case, dove spesso incontravamo dei bambini ai quali la nonna offriva sempre delle caramelle, che aveva acquistato dalla Emma. La stessa forma di gentile magnanimità la dimostrava con i ragazzini che stavano nel nostro cortile.

Infine consegnava il denaro a mia mamma.

Qualche volta la nonna si recava a ritirare la pensione di mattina, allora, in quell’occasione, si fermava a pranzare dallo zio Gino.

LE TAGLIATELLE DI NONNA MARIA

Mi piaceva osservare la nonna preparare le tagliatelle. Metteva una retina in testa a coprire i capelli, per evitare che cadessero nell’impasto, poi indossava un grembiule bianco di cotone con tessitura grossa a spinapesce, con la pettorina: la ‘traversa’.

Sul tavolo metteva una tavola adatta proprio alla preparazione delle tagliatelle.

Dalla madia, il ‘casson’ prendeva un sacchetto di stoffa bianca, contenente la farina, che sistemava a fontana sulla tavola, poi vi rompeva sopra le uova e, se riteneva necessario, aggiungeva mezzo o uno uovo di acqua; utilizzava i gusci come misura.  Per tirare la sfoglia si serviva di una macchinetta che, credo, avesse portato la ‘Missia’ dalla Germania.

Mentre la sfoglia era stesa ad asciugare, lei preparava il ‘desfritto’, cioè il soffritto con il ‘pestesin de lardo’, che consisteva in un pesto, fatto con la mezzaluna, di lardo e cipolla, che faceva soffriggere con l’aggiunta della conserva ‘Mutti’, contenuta in un tubetto giallo ocra.

Infine tagliava la pasta in due formati: tagliatelle, cioè ‘taiadee’, di formato abbastanza largo, da consumare come pastasciutta e tagliatelline, le ‘taiadeine’, più sottili, adatte per la minestra di brodo.

B. ALCUNI ANEDDOTI RIGUARDANTI NONNA MARIA E ALTRI

``Tosa, cavate quei pei de barba che te ghè, te sarissi meio, pi bea!”

ABILITÁ MANUALI

Nonna Maria era molto abile nel lavoro a maglia; usava quattro ferri per confezionare calze e calzini di lana, in particolare per gli uomini di casa. Sferruzzava molto velocemente, anche senza guardare, procedeva nella sua attività e contemporaneamente conversava con i presenti oppure seguiva i programmi televisivi; in particolar modo le piacevano e si divertiva tanto nel guardare le trasmissioni di varietà.

In una sera lei portava a termine più della metà di un calzino, la parte che andava a ricoprire il piede.

MAGNANIMITÁ

Alla domenica, quando si mangiava gallina bollita, oppure pollo, talvolta si avanzavano delle porzioni; allora la nonna si rivolgeva a mio papà in questi termini: “ Dai Jijo che ‘ndemo a trovare a Marcea e ghe portemo colcossa ai putei picoi che a ga. I sarà contenti de magnare ste robe de casa …”. Il papà accoglieva la proposta, prendeva la sua moto ‘Augusta’ di colore verde e si partiva alla volta di Mogliano Veneto; io accomodata davanti e la nonna dietro.

All’arrivo si era tutti felici: la zia e i cugini per la sorpresa di vederci e di ricevere qualcosa di buono e genuino, la nonna, in particolare, soddisfatta di poter offrire loro le uova delle sue galline oltre a qualche porzione di bollito.

GUSTO PER L’ESTETICA 

La nonna curava molto la sua persona per quanto riguarda l’igiene e la pulizia, le piaceva vestirsi in modo raffinato ed elegante, pur nei limiti consentiti dalla situazione finanziaria della famiglia. Era felice quando riceveva in omaggio qualche capo di vestiario o dei monili, dalla nipote Desdemona, che viveva a Milano dove possedeva una galleria d’arte.

Faceva in modo di trasmettere alle figlie il gusto della cura della persona e spesso la sentivo consigliare zia ‘Nina’ con queste parole: “ Tosa, cavate quei pei de barba che te ghè, te sarissi meio, pi bea!”

Vestito da battesimo e cuffietta anno 1944. Confezionato a mano da una signora domiciliata alle LOGGE PALLADIANE di PIAZZOLA SUL BRENTA

dal Battesimo alla prima Comunione

UN PREMIO PER ‘MISSIA’

La domanda d’obbligo è: “Il soprannome di Missia, potrebbe derivarle da miss? Magari attribuitole in seguito al successo conseguito in quel ballo in maschera?”

‘Missia’ era la zia di mio papà, ma per tutti era ‘zia Missia’. Per lavoro aveva trascorso un periodo in Germania. Lì, assieme ad altri connazionali, aveva partecipato a una gara di ballo in maschera, dove aveva conseguito la vittoria con il primo posto.

Oltre ad essere una brava ballerina possedeva le doti dell’originalità e dello spirito creativo. Per l’occasione si era confezionata un vestito fatto tutto di cartoline d’Italia, che le aveva permesso di vincere il primo premio consistente in una bella macchina da cucire da tavolo.

La domanda d’obbligo è: “Il soprannome di Missia, potrebbe derivarle da miss? Magari attribuitole in seguito al successo conseguito in quel ballo in maschera?”

L’ABILITÀ DI ZIA ‘NINA’

Zia ‘Nina’ ha avuto la sfortuna di ammalarsi di paralisi progressiva fin dalla giovane età. Ciò non le ha impedito di dedicarsi con abilità e precisione nei lavori manuali e, in particolare, nelle creazioni a maglia con i ferri. In diverse occasioni aveva avuto la possibilità di imparare e di perfezionarsi: i contatti con le vicine di casa, con le amiche di famiglia e il breve soggiorno in sanatorio a Sondrio.

Ricordo con gioia e ammirazione un vestitino di lana che aveva creato per mia sorella Edda e che poi era stato indossato pure da noi sorelline più piccole. Presentava tante piccole righe alternate nei colori marrone e giallo ocra. Nell’abbassamento della gonnellina, la zia aveva realizzato, nel corso del lavoro, le immagini di tante donnine, una accanto all’altra.

Zia Nina, poi, ha dato conferma della sua formidabile abilità quando la malattia l’aveva costretta, ormai, a  totale immobilità.

Mia sorella Daniela, all’età di sedici o diciassette anni doveva partecipare alla festa dell’ultimo dell’anno, ma non possedeva un abbigliamento del tutto adeguato. La zia, allora, si mise all’opera con impegno e, con l’aiuto di mia mamma riuscì a trovare una posizione adatta con le braccia sopra un tavolo. Lo stesso le serviva come sostegno per reggere i ferri. Sferruzzò per tutta la notte. Alla fine era riuscita a realizzare un bellissimo gilet di colore blu con un punto traforato, del tipo di una rete, che aveva consentito a mia sorella di fare un figurone alla festa.

SE FAI DEL BENE TI RITORNA 

Io sono nata nel 1953, quindi alcuni anni dopo la fine del secondo evento bellico mondiale.

Conservo un ricordo ben scolpito nella mia memoria; riguarda uno sconosciuto giunto nella nostra casa ‘ai boschi’, quando avrò avuto all’incirca cinque o sei anni.

Mi trovavo in cortile in compagnia delle anziane donne di casa, nonna Maria e zia ‘Missia’. La nostra abitazione, una tipica fattoria, costruita nella campagna piazzolese, in prossimità del fiume Brenta, proprio nel territorio in cui, al tempo del fascismo, erano state istituite le colonie elioterapiche, aveva accesso da una stradina serpeggiante tra i campi.

Da questa via giungeva a noi un signore, mai visto prima, dal portamento fiero e alto di statura. Notavo una capigliatura castano chiaro, quasi biondo e il colore dei suoi occhi appariva di un azzurro tendente al grigio. Nel complesso le sue caratteristiche somatiche non somigliavano affatto a quelle degli uomini che ero abituata a vedere nel territorio di Piazzola e sue vicinanze.

Si avvicinò a noi con atteggiamento cortese e ossequioso e iniziò a parlarci con un linguaggio mai sentito prima e per me completamente incomprensibile; invece la zia e la nonna, consultatesi tra loro concordavano che si trattava di lingua tedesca. Inoltre dalle loro parole appresi che avevano riconosciuto in quest’uomo uno dei tre militi che erano riusciti a salvarsi dalla sparatoria avvenuta durante il guado del fiume, in prossimità della casetta rossa e che poi erano stati aiutati da nonno Giuseppe a trovare un percorso alternativo e abbastanza sicuro per fare ritorno a casa, nella loro patria di origine.

Questo signore era tornato da noi, dai Bergamin ai boschi,  per esprimere la sua riconoscenza e  il suo ringraziamento.